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Bologna 2 Agosto 1980 |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
La strage di Bologna ha
rappresentato il crimine più orrendo mai commesso in Italia dalla destra eversiva.
Alle10.25 del 2 agosto 1980, un sabato di grande
esodo estivo, una potentissima esplosione distrusse un’intera ala della
stazione di Bologna uccidendo 85 persone e ferendone 200. La bomba , composta da almeno 20 chili di una miscela devastante,
proprio per causare il massimo dei danni possibili, era stata collocata nell’
affollatissima sala d’aspetto di seconda classe, in una valigia abbandonata
in un angolo, a ridosso di un muro portante. L’intento era quello di far
crollare l’ intero edificio. Tra le vittime anche 5
bambini, la più piccola Angela Fresu
aveva solo 3 anni. Per questa strage, dopo
cinque processi ( otto se si considerano anche quelli celebrati per
“concorso” ad altri imputati ), furono condannati all’ergastolo come autori
materiali Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. A
loro, il 9 marzo scorso, si è aggiunto Luigi Ciavardini,
all’epoca ancora minorenne, condannato in appello a 30 anni per concorso in
strage dal Tribunale dei minori di Bologna. Tutti e tre appartenevano ai NAR
( Nuclei Armati Rivoluzionari ), sigla che caratterizzò il terrorismo
neofascista nella seconda metà degli anni ’70, rendendosi protagonista di un
numero impressionante di azioni: 104, tra omicidi e
attentati, solo fra il 1978 e il 1980. Tra le vittime
numerosi giovani militanti di sinistra ( fra gli altri, Roberto Scialabba, Valerio Verbano e
Ivo Zini ), agenti di Polizia ( Franco Straullu, Ciriaco Di Roma, Maurizio Arnesano,
Franco Evangelista…), “camerati” accusati di “tradimento “( Franceso Mangiameli, Luca Perucci,
Pino De Luca, Marco Pizzarri ) ed il giudice Mario
Amato, assassinato a Roma il 23 giugno del 1980. Alla fine della loro
“carriera” Francesca Mambro e Valerio Fioravanti collezioneranno rispettivamente 11 e 8 omicidi a testa,
oltre la responsabilità per le 85 vittime della strage di Bologna. Si parlò per definire il fenomeno dei NAR di
“spontaneismo armato”( piccoli gruppi indipendenti, privi di gerarchie e di centralizzazione ) dimenticando come dietro a questa
realtà si celassero in verità rapporti assai stretti con alcuni ambienti e
soprattutto alcune vecchie figure di primo piano degli anni della “strategia
della tensione”, dagli “ordinovisti” Massimiliano Fachini e Paolo Signorelli, per
finire alla “banda della Magliana” e a Licio Gelli. Le menzogne di Stato Si è soliti parlare, ancora oggi, di Bologna
come di una strage con una verità giudiziaria insoddisfacente. Dalle carte
processuali emerge certamente una ricostruzione parziale, ma ciò che è
difficilmente contestabile è la responsabilità degli esecutori. La strage fu
a lungo ricercata, preparata e più volte tentata dai
NAR. Settori della destra eversiva, in quegli anni,
teorizzavano ancora le stragi, in una sorta di continuità fra vecchi e nuovi
gruppi terroristici. Cronaca
di una strage L'orologio segna le 10,15. E' il 2 agosto 1980, stazione
di Bologna. Sole e caldo. C'è un ragazzo, ventun'anni da poco compiuti. Con una valigia aspetta
sotto la pensilina del primo binario. Prende un fazzoletto e si asciuga il
sudore, sotto il berretto guarda e osserva gli sguardi sconosciuti di una
stazione d'estate. Roberto Procelli è in servizio
di leva, 121 Battaglione di artiglieria a Bologna.
Viene da San Leo di Anghieri,
quattro case a quaranta chilometri da Arezzo. Era partito per
militare pochi mesi prima. Non avrebbe mai voluto lasciare il paese,
Rinaldo e Ilda, i suoi genitori e quella ragazzina che gli faceva il filo da quando era poco più di un bimbo. Roberto si mette
proprio sotto l'orologio, dove c'è la sala d'aspetto di seconda classe. Attraverso
il vetro scorge i volti di quella gente, ascolta
perfino i loro discorsi. C'è la famiglia con i ragazzini che non stanno mai
fermi,lo studente che disegna il volto di una donna
mentre allatta il figlio, una coppia in viaggio di nozze, i boys scout che mangiano i panini, un giovane con lo zaino
sulle spalle, militari in libera uscita che vanno al mare, la nonna con il
nipote e la loro valigia, gente che dorme, gente che legge. Immagini di un paese che va in vacanza, con il sorriso sul volto
e il biglietto del treno in tasca. Accanto a Roberto c'è un ragazzo di
ventiquattro anni, spagnolo. Ferdinando Gomez Martinez viene da Madrid. Sogna da anni un viaggio in
Italia. I suoi amici gli hanno raccontato delle avventure, di mare e sole, di
belle ragazze, di monumenti, di storia. Si pettina davanti a
uno specchio. Aspetta l'annuncio del suo treno e ascolta quel brusio di gente
che corre in fretta. Sembra una melodia, un suono amico. C'é chi attende la coincidenza mentre in biglietteria le persone formano una lunga
coda. "A che ora parte il treno per
Basilea?" - chiede un signore - "Se si sbriga è sul binario 1. Era
in ritardo ma ora il capostazione ha dato il via
libera". Ferdinando entra nella sala d'aspetto e scorge, accanto al muro
del self service, tre ragazzi
che parlano spagnolo. Pablo, Paco e Josè si erano appena incontrati in Piazza Maggiore,
quattro chiacchiere, un giro per la città e poi in stazione per continuare il
viaggio. Romeo Ruozi, 54 anni, vaga per la
stazione. Cerca Valeria, sua figlia. Poche ore prima Romeo le aveva detto
"Vengo a prenderti come al solito...ti aspetto
al solito posto, al binario del treno che viene da Verona, quello delle
11,56". Romeo é previdente, anticipa ogni appuntamento. Lo fa per
abitudine, da sempre. Nel bar ci sono centinaia di
persone, la porta si apre e si chiude in continuazione. "I panini sono
finiti - dice il cameriere alla cassiera - chiama il proprietario, c'é troppa
gente". L'altoparlante annuncia il diretto per Firenze. Il treno è in
partenza. Un ragazzo impreca a voce alta, sbuffa, allarga le mani. E'
convinto di trovare l'amico sul treno. Così si infila
in un sottopassaggio, corre e prende quel treno mentre il controllore fischia
forte. L'amico non lo vede: è a pochi passi da lui ma
una comitiva di turisti tedeschi li divide. Fuori, nel piazzale, c'è il
parcheggio dei taxi. Fausto "Togliatti"
Venturi e Romeo Rota stanno appoggiati alla
macchina, un 132 diesel. Aspettano i clienti. Sono amici, di quelli veri.
Parlano di calcio, degli ultimi acquisti del Bologna,
della settimana appena trascorsa a Chianciano, la
cura e il riposo. Togliatti guarda le belle ragazze
che vengono dal nord: é scapolo, vive con la madre, pensa a sposarsi ma non disdegna le mangiate con gli amici, il
vino frizzante bevuto là su in collina. Ma il fresco
quel giorno é lontano e la fila dei taxi é lunga. Con Togliatti
e Rota ci sono anche i colleghi, seduti nelle macchine senza aria
condizionata e neppure un ventilatore. "Boia che caldo - dice Fausto -
Guarda la gente che parte e noi qui a lavorare". Con Fausto e Romeo c'è
Francesco Betti, i taxisti lo chiamano
"Verbale". Francesco parcheggia il taxi in terza
fila, accanto alle catenelle che delimitano lo spazio delle auto
pubbliche. Si gira e guarda verso la sala d'aspetto di seconda classe. Euridia Bergianti, 49 anni, sta
dietro al bancone del self service."Mi
fa un cappuccino? -chiede un signore con il cappello -
Caldo, mi raccomando... ma non bollente". Euridia
prende la tazza grande. Fa scendere il caffè,
lentamente. Poi lo zucchero in bustina, il cucchiaio, il
vassoio, e il cappuccino caldo é servito. Gesti quotidiani, meccanici,
compiuti senza noia. Katia Bertasi
è una collega di Euridia.
Impiegata alla contabilità del ristorante, è al telefono con un fornitore.
"L'ultima fattura del latte non andava bene... Mi
raccomando, lo dica al suo principale". Mentre Katia é al telefono, Nilla Natali entra negli uffici
dell'amministrazione. E' giorno di stipendi alla Cigar.
"Katia....non ti
preoccupare....sono venuta a darti una mano per fare le buste paga.....tanto
oggi vado in ferie". Franca Dall'Olio é lì accanto a Katia
e Nilla. Risponde al telefono. "Uffa c'è un altro fornitore....ma
non ci lasciano in pace neanche il 2 agosto". Franca prende la cornetta
del telefono. "E' arrivata la merce? .....venga
su lei.... mi ha fatto venire in mente che devo fare un'altra cosa.....poi
vengo". Nella sala d'aspetto i bambini sono
sempre più impazienti. Giocano, scappano, si nascondono poi
si riprendono. "Dai.....non mi
prendi....non sai correre". E il padre non
riesce a calmarli. C'è Sonia Burri, 7 anni. Ci sono
i fratelli danesi Eckhardt e Kai
Mader. Corrono....corrono....senza
sosta. "E' in arrivo sul binario 3 il locale da
Firenze". Sulla panchina del primo binario Francesco Diomede Fresa,
quattordici anni, legge un fumetto. Con la madre Enrica Frigerio
e il padre Vito aspetta di partire. Le valige sono pesanti, stracolme di
vestiti, costumi da bagno, magliette, scarpette da pallone. Vito è direttore
dell'Istituto di Patologia generale della Facoltà di
Medicina di Bari. Poco più in là c'è Iwao Sekiguchi, giapponese, vent'anni.
E' in Italia da un mese. Attende il treno per Venezia. Nella
sala d'aspetto di seconda classe. Maria Fresu parla con la sua bambina Angela, 3 anni. "Non
essere impaziente... non posso comprarti il gelato di mattina... Tra dieci minuti arriva il nostro treno, andiamo al
lago". Ma Angela è disattenta. Corre, corre, corre. Va verso le due amiche della madre. Verdiana
Bivona e Silvana Ancellotti
si prendono cura della bimba e giocano. Maria Fresu è contenta, spensierata, felice. Vive a Montespertoli, un piccolo paese vicino
a Firenze. Tutti i giorni prende il locale per
Empoli, si sveglia presto, otto ore in una fabbrica di confezioni.
Quel viaggio con le amiche lo aveva progettato da mesi. "Due settimane
sulle rive del Garda ci faranno bene" - amava
dire alle colleghe. Angelina e Domenica Marino sono appena scese dal treno che
viene dalla Sicilia. Vivono ad Altofonte, un paesone di case bianche e grige,
adagiato lungo le rocciose pendici di un monte arido, a dodici chilometri da
Palermo. Altofonte, diecimila abitanti, tanti
anziani. I giovani emigrano verso il Nord. Angelina
e Domenica vanno nella sala d'aspetto di seconda classe e scorgono tra i
tanti volti quello che conoscono bene. Luca Marino vive a Ravenna da cinque
anni. Professione: manovale. Le aveva chiamate due mesi fa. "Ci vediamo
il 2 agosto, alla stazione, viene anche Antonella........ve la farò conoscere....é una ragazza tanto carina". Angelina, Domenica,
Luca e Antonella si incontrano alle 10,22, in
stazione. I baci, l'emozione di chi viene da lontano, le storie di un paese
che si incontra. Nazzareno Basso infila una mano in tasca e prende una
ventina di gettoni. Si appoggia a quel telefono che sta vicino al ristorante.
Sono le 10,23. Compone il prefisso di Venezia. Lentamente. Sa che nella sua
piccola casa a Celtana di Santa Maria
lo aspetta la moglie Ines e le quattro bambine. Le aveva chiamate quasi
un'ora prima. "Non mi aspettate....mangiate
pure......sono in ritardo ma tra poco arrivo". Nazzareno lavora a
Milazzo, Sicilia, profondo Sud. E dal Nord-Est, zona
non ancora ricca, si è spostato per cercare fortuna. Si ritrova lì, in quella
stazione d'agosto per un banale ritardo di un treno. Uno stupido ritardo. I
bambini corrono più forte. Nel ristorante vengono
serviti decine di caffè. 10,24. Roberto Procelli sta uscendo dalla stazione, verso piazzale
Medaglie d'Oro. E' a due passi dalla cabina telefonica. Sul treno fermo al
binario 1,le persone si sporgono dai finestrini del
treno per Basilea. Qualcuno fuma una sigaretta, altri
parlano negli scompartimenti. Si sente un boato. L'orologio segna le
10,25. Lo scoppio....
Il rumore assordante.....Il vuoto d'aria.......tutto schizza e si
sbriciola.....le traversine dei binari si divelgono .....la sala d'aspetto di
seconda classe si sgretola.........Il ristorante va in pezzi......le grida di
aiuto........altre piccole esplosioni..........La morte.......Il
silenzio.......e poi le grida degli innocenti. Alla stazione di Bologna c'è l'angoscia. La prima
ambulanza arriva alle 10,27. Poi ne giungono altre,
e altre ancora. Sirene che nascondono la rabbia di una città
colpita al cuore. Da lontano si intravedono
uomini in divisa rossa, vigili del fuoco e volontari, soldati, carabinieri,
poliziotti, gente comune. Sotto una parte rimasta intatta della stazione,
l'orologio si è fermato. Arrivano i mezzi di soccorso, le scale, le pale.
Ogni cosa serve a ritrovare i superstiti. Qualche anno dopo scriverà Torquato
Secci: "Ed è stato, da allora, un accorrere
incessante di medici, infermieri, carabinieri, vigili del fuoco, in un
frastuono di sirene, in un vortice di gente impazzita che usciva terrorizzata
dall'edificio colpito a morte, che cercava di entrarvi alla ricerca di un
figlio, di una madre, di un parente, di un amico. Ragazzi stranieri, che
attendevano una coincidenza per il mare, si chiamavano per nome e non si
ritrovavano più. Dalle macerie estraevano gli zaini insanguinati e le salme
di compagni di viaggio, degli amici che erano venuti a concludere
a Bologna, in una calda mattinata d'agosto, la loro breve
esistenza....." Si sente il rumore assordante delle
ruspe che cercano tra le macerie. Scavano. Tutti sperano di udire da qualche
anfratto, tra le traversine, un lamento. La zona è bloccata, circondata da un
cordone di militari. E lì intorno detriti di ogni
tipo, vetri frantumati, persone smarrite. Molti corpi sono ancora nel
sottopassaggio che porta al terzo binario, sotto i mattoni infranti della
sala d'aspetto, del ristorante, della biglietteria. Due carrozze del treno
straordinario 13534 Ancona-Basilea sono sventrate.
Doveva partire due minuti dopo ma l'esplosione lo ha
travolto. Nell'atrio delle partenze, militari e vigili del fuoco accatastano
tutto: scarpe, zoccoli, borse, bagagli abbandonati, sacchetti di plastica con
un po' di frutta, un orologio. L'Amministrazione Comunale di Bologna
organizza un ufficio di assistenza. Si recano in
stazione gli assessori comunali: provvedono al coordinamento delle iniziative
di soccorso. Arrivano 350 soldati della Brigata Trieste e del Genio
Ferrovieri. Il medico in servizio all'ambulatorio della stazione ha voglia di
parlare. "Poco dopo sembrava un mattatoio. Ho sentito un boato
fortissimo, mi sono voltato di scatto e ho visto le sale d'aspetto e del
ristorante saltare in aria". Un signore siciliano si trovava sul
treno per Basilea. Stava con la moglie, su quella carrozza. "Ero al
finestrino per fumare una sigaretta quando ho visto
un'enorme fiammata uscire dal finestrino del ristorante". Un cronista del Resto del Carlino é tra i primi a giungere alla
stazione. "E' stata una cosa tremenda. Ho visto
un'enorme fiammata dai colori giallo, arancione, nero e subito dopo si è
formato una specie di fungo". Il giornalista bolognese Lamberto Sapori,
alle 10,25 era sul piazzale. "E' stato
terribile. Una specie di fungo di macerie e fumo ha spaccato in due la sala
d'aspetto della seconda classe, le schegge sono volate via, fino all'ottavo
piano dell'albergo di fronte". Marina Gamberini,
20 anni, viene estratta dalle macerie e trasportata
all'ospedale. "Ho sentito che tutto si capovolgeva e mi sono trovata la
sedia addosso, non potevo muovermi e la gente mi
passava sopra. Era come se fossi in un incubo. Poi mi sono
addormentata". Il racconto degli scampati é lucido.
Ugo Natale, padre di Roberto, 13 anni. Roberto era
appena stato dimesso dall'ospedale. "Eravamo nella sala d'aspetto di
prima classe, proprio dove sono cadute più macerie, mi stavo
allontanando quando ho sentito un boato. Sono stato il primo a correre dentro
quel polverone in cui non si vedeva niente e ho scavato come un pazzo fino a quando ho trovato Roberto. Era incastrato di fianco,
sulla sedia della sala d'aspetto. Mi ci è voluta
un'ora per liberarlo". Viene ritrovata una
bambolina rossa. La teneva in braccio Sonia Burri
che aspettava con i genitori il treno per Roma. Sonia è una piccola vittima
della strage. Ma non è la sola. Altri cinque
ragazzini attendevano il treno sul primo binario che li avrebbe portati a
Rimini. Di loro il capostazione vicario Azelio Scarpellini
ricorda. "Li avevo visti, erano irrequieti, quando è arrivato il treno
per Basilea pensavano fosse il loro. Volevano salire
a tutti i costi ma il ferroviere ha detto di
aspettare e loro si sono seduti. E subito dopo sono
stati spazzati via dall'esplosione. Ho chinato la testa sulla scrivania, ho
pianto come un bimbo, non riuscivo ad alzarmi".
Arriva una donna, era in vacanza in Versilia. "Mio marito, dov'è mio
marito?". Un militare le si fa accanto e le
impedisce di avvicinarsi. C'è anche l'angoscia di un giovane padre che
attende la figlia. E' appoggiato ad una colonna .
"Non so, non mi chieda, cerco mia figlia, Patrizia. Doveva tornare con
me ieri sera, ma ha voluto fermarsi a Parma per andare a ballare in
discoteca. Mi ha detto di venirla a prendere qui, alle 10,30,
sul piazzale della stazione. Non la trovo. Dov'è?".
Patrizia Messineo aveva 18 anni, una vita davanti,
speranze, voglia di vivere, sogni. Vicino ad una trave d'acciaio
crollata, c'è un uomo con gli occhi rossi. Ha i capelli brizzolati. Luigi Balestri, 41 anni, è impiegato all'ufficio sanitario delle
Ferrovie dello Stato. "Mi sono salvato per miracolo,
la morte mi ha sfiorato. Ero in servizio, sono
andato con un collega dall'altra parte del binario a prendere un caffè. E' stato un attimo. Dopo l'esplosione ho sentito l'odore della polvere da sparo. E' stato un attentato, sono sicuro. Ho
fatto il carrista, non sono uno sprovveduto. La caldaia non c'entra, è intatta". Stefano Ragazzi è un operatore
della rete televisiva bolognese Ntv. E' il primo cameramen che arriva in stazione. Le sue sono immagini
grezze. Senza montaggio rendono l'idea di ciò che é avvenuto. "Appena
sono giunto in stazione lo scenario era
apocalittico, sembrava la guerra. C'erano travi, sassi, macerie dappertutto.
Presi la telecamera e iniziai a girare. Dopo qualche minuto non ce l'ho fatta. Quello che vedevo nell'occhio elettronico
era troppo forte. Così ho prestato i primi soccorsi con i volontari che
intanto affollavano la piazza". Immagini grezze, di
chi coglie ogni sguardo, ogni emozione, ogni dolore. E' come se gli
occhi di Stefano, che allora era un ragazzo al suo primo impiego, fossero una
cosa sola con la telecamera. Immagini girate con l'anima più
che per dovere professionale. Il risultato è un documento importante,
che fa parte della storia del giornalismo televisivo. Immagini che hanno fatto il giro del mondo. Qualcuno corre
mentre i passeggeri che escono dalla stazione guardano i corpi
straziati rimasti a terra. I volontari improvvisano barelle con quello che
trovano: assi di legno, plexiglass, coperte,
lenzuola bianche. Un taxista mostra a Stefano dove sono caduti Betti e
Venturi. sono là, senza vita, schiacciati dai massi
della sala d'aspetto, accanto alle loro auto gialle, schizzati a pochi metri
uno dall'altro. Un signore con la camicia inzuppata di sangue è lì che piange
e mormora frasi incomprensibili. Un'infermiera di un'ambulanza si mette le
mani tra i capelli. Si intravede la sagoma di una
donna bionda: un medico le tasta il polso, é morta. Una signora chiede aiuto mentre rimane seduta, come in stato di shock, sopra
un carrello porta bagagli. Un vigile del fuoco sorregge il capo di un ragazzo
in fin di vita. E ancora rumori di ambulanze e
grida. Si spostano i taxi a mano: sono schiacciati dalle travi. Enormi
blocchi di cemento nascondono due cadaveri irriconoscibili. Tra i
soccorritori c'è chi indossa una maglietta, chi sta in camicia e cravatta,
chi in canottiera. Ognuno ripreso nello sforzo di offrire un conforto, un
aiuto. Il Resto del Carlino esce con un
edizione straordinaria. Ci sono già le fotografie della strage. "Gli
orologi della stazione sono fermi alle 10,25. I
morti accertati sono più di trenta; i feriti più di cento. Ma dal cumulo di
macerie impastate di carne e di sangue continuano ad emergere cadaveri
maciullati di uomini, donne, ragazzi, bambini,
vecchi che stavano partendo per le vacanze o attendevano la coincidenza nelle
sale d'aspetto attigue al ristorante......Nella voragine aperta
dall'esplosione é crollata un'ala intera della stazione ferroviaria....Solo
una bomba d'aereo o un quintale di tritolo avrebbe potuto seminare tanta
rovina e spargere tanto sangue. Urla, invocazioni lamenti
si sono subito levati come dopo un bombardamento....". Da fuori puoi scorgere quello che
rimane della stazione. E sul piazzale c'è padre
Mario, un domenicano che recita il rosario con la veste bianca, macchiata di
sangue. Quando dalle macerie giunge una barella lui
fa il segno della croce. Don Mario era solo nel convento: gli altri sono
tutti in ferie. Appena appresa la notizia, si é
precipitato in stazione e da mezzogiorno benedice i morti. Don Mario si
chiede: "Chissà se erano pronti a morire ?". I corpi martoriati vengono allineati sopra un autobus. E' il
4030 della linea 37. Di solito è diretto verso Hans Jurt, 60
anni, sindaco di Aesch, un
cantone di Basilea, è rimasto ferito. "Ringrazio i medici, gli
infermieri. Dopo dieci minuti dallo scoppio erano già lì. Sul treno colpito
dalle schegge c'erano anche mia moglie e mia figlia,
tornavamo dalle ferie. Siamo salvi per miracolo. Ho visto una donna cadere a
terra, uccisa da un cornicione che si è staccato dalla pensilina come se fosse
cartapesta". La porta dell'ufficio del capostazione é
sempre aperta. Sembra uno di quegli uffici postali il giorno del
pagamento della pensione. "C'è un elenco dei morti, dei feriti?"I
funzionari lavorano in un mare di carta, non hanno
il tempo di prestare ascolto a nessuno. Quell'ufficio
diventa la prima centrale operativa, dopo la strage. Tra una telefonata e
l'altra i ferrovieri invitano a recarsi negli ospedali. I feriti sono quasi
duecento, ricoverati in tutti gli ospedali della città: le ambulanze vanno al
Maggiore, Sant'Orsola, il Bellaria,
Rizzoli,il centro
traumatologico e i posti di soccorso di Imola, Modena e Bentivoglio.
Al Maggiore ci sono le liste generali, di tutti i ricoverati. All'ufficio
informazioni la coda è lunga, i feriti sono 44, una
decina in gravi condizioni. Il vice direttore sanitario Lino Nardossi si toglie il camice. Almeno per un minuto.
"I medici stanno facendo tutto il possibile ma
non è vero che non c'è personale". Al secondo piano hanno ricoverato i
feriti meno gravi. Silvia Moltusti era in stazione.
Doveva portare il marito, dimesso dall'ospedale a Faenza. "Siamo entrati
in un chiosco per prendere una bibita, quando abbiamo sentito un boato. Per
alcuni minuti non abbiamo visto più nulla. Polvere e odore
di bruciato, quello caratteristico dei petardi. Sono trascorsi attimi
interminabili, quando siamo usciti, i miei occhi hanno visto scene che non
credevo vere. Gente che gridava, invocava aiuto. Altri che imbrattati di
sangue, non avevano la forza di rialzarsi". Al terzo piano c'è Francesco
Pellissola di Modena. Il suo è il racconto di chi
ha sfiorato la morte. "Dovevo tornare a casa dopo il lavoro, perciò ero
alla stazione. All'improvviso mi sono sentito travolto da una trave, sono
caduto, ma ho fatto a tempo a rialzarmi ed a fuggire. E' stata una bomba, ho infatti sentito un forte odore di zolfo, come se avessero
acceso improvvisamente migliaia di fiammiferi. Mentre
correvo, la gente gridava: un attentato, un attentato". Lì vicino Domenico Tina ha un
trauma cranico, è in stato di choc. Lui vive ad Ansola,
un paesone alle porte di Bologna. "Ero proprio
sul primo binario quando sono stato scaraventato a
terra. Si è alzato un gran polverone e, prima di perdere i sensi, ho sentito
un bimbo implorare: Mamma, dove sei?".Giorgio Gallon ha perso
tutto alla stazione di Bologna. Non sa che la moglie Natalia e la piccola
Manuela sono in fin di vita. Dovevano accompagnare
la bimba in colonia. "La roba volava da tutte le parti. C'era un gran
fumo e non si vedeva niente. Sentivo solo i colpi che mi arrivavano sulla
schiena, quasi al buio. Avevo mia moglie da una parte e dall'altra la
ragazzina che doveva andare al mare. Quando mi sono
svegliato ero in questo letto, da solo". Giorgio piange forte e continua
a ripetere la stessa frase. "Dov'è Natalia? Dov'è la mia piccola Manuela?". Al piano terra i
parenti si ammassano davanti l'ufficio informazioni. Chiedono e urlano. E dietro al banco si muove una ragazza, un'infermiera
minuta, mentre i telefoni squillano in continuazione. Una donna si mette in coda. Passano
i minuti ed è arrivato il suo turno. Cerca suo figlio in quell'elenco.
Spera che non ci sia, ne è convinta. Invece la ragazza la invita ad aspettare. Arrivano altre
persone e dietro a loro altre ancora. "Se c'è una brutta notizia è meglio darla subito". La
ragazza la guarda, tenta di dire qualcosa ma un
signore la distrae per un attimo. Sono pochi minuti e in quella frazione di
tempo rivede il volto di quel ragazzo, che lei ha voluto. Del suo unico
figlio. Si mette da parte ma ormai ha capito. Una
mano le prende la spalla mentre sta seduta e fissa
il vuoto. "E' una parente?".Alza lo
sguardo e scorge un medico in camice verde. E' un chirurgo. "Non ce l'ha fatta. Lo hanno raccolto dentro la sala d'aspetto
di seconda classe che era ancora vivo. Poi la corsa con l'ambulanza al
Maggiore ma aveva troppe complicazioni. E' morto mentre
stava iniziando l'operazione". Lo sta ad ascoltare,
non perde una sillaba. Poi si mette le mani nel volto e piange, in
silenzio. Rimane lì qualche minuto, mentre la ressa all'ufficio informazioni
del Maggiore diventa enorme. Fugge via, prende un taxi verso la stazione e se
ne va che é già sera. Dal libro:
“Cronaca di una strage” |
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