Brigate rosse: il terrorismo ultima spiaggia

 

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Un articolo del sociologo Francesco Alberoni del 10 giugno 1976 pubblicato dal “Corriere della Sera” all’indomani dell’assassinio del giudice Francesco Coco

 

L’<<esecuzione>> del procuratore generale Francesco Coco fa riflettere; sul “Corriere della Sera” del 10 giugno, il sociologo Francesco Alberoni traccia una lunga analisi sulla situazione. Le Brigate rosse, dice fra l’altro, << sono il gruppo rivoluzionario terrorista più importante fra i molti che esistono oggi in Italia. Oggi questi gruppi li troviamo soprattutto nella sinistra mentre nel 1969-70 era soprattutto la destra ad alimentarli grazie alla complicità dei servizi segreti e di parti di governo. Che ci sia una differenza tra ieri ed oggi lo si vede dal fatto che allora chi faceva gli attentati non veniva preso, quasi tutte le stragi e gli attentati restano ad oggi impuniti; oggi, invece spesso viene preso, o nella maggior parte dei casi individuato.

Fino a prova contraria lo stato maggiore delle Brigate rosse è in prigione mentre non è in prigione chi ha perpetrato la strage di piazza Fontana. Con questo non voglio dire che la presenza di connivenze o di infiltrazioni dei servizi segreti non ci sia, c’è in continuazione e perciò non c’è motivo di immaginare che sia sparita ora. E’ probabile, però, che oggi costoro stiano a guardare come vanno a finire le elezioni.

Nel frattempo il terrorismo che si muove è nostrano, ha radici profonde e sociali/politiche italiane e anche la sua logica è chiara senza immaginare oscuri complotti o mandanti stranieri e misteriosi.

Incominciamo  col ricordare che ogni elezione democratica è una istituzione sostitutiva della guerra civile. Come in una guerra c’è una vera e propria mobilitazione emotiva attraverso cui tutti i problemi, le frustrazioni, le rabbie personali sono incanalati verso un nemico politico fino allo scontro finale, il voto, dopo di che si sa chi è il vincitore e chi è il vinto >>.

 

La sconfitta, spiega Alberoni, non è presa come un dramma, perché c’è sempre la possibilità di un recupero, il successo o l’insuccesso non deve essere considerato come definitivo: questi sono i meccanismi democratici.. Ma, prosegue, << Vi è sempre una parte della gente che invece vive le elezioni come un sostituto della guerra civile. E le elezioni sono uno spartiacque netto. Ciascuno deve scegliere: se partecipare alla competizione col voto e accettarne le regole politiche, oppure se mettersi dall’altra parte, fuori dal ( gioco). In questo caso al posto dei comizi farà attentati, al posto delle parole userà i proiettili. In queste elezioni del 1976 i principali gruppi extraparlamentari di sinistra fino a Lotta continua hanno accettato il metodo elettorale, ma una parte di loro non l’ha accettato, ha scelto la “ rivoluzione armata”>>.

A questa, il socilogo aggiunge una seconda , significativa osservazione: <<Questi gruppi terroristico-rivoluzionari sono costituiti da esigue minoranze, però hanno una base di “classe”

A destra fra i giovani borghesi che si sentono minacciati dalla vittoria delle sinistre, a sinistra nella giovane classe operaia delle grandi fabbriche e nel sottoproletariato intellettuale.

Per capire queste cose  bisogna ricordare che la fabbrica, soprattutto la grande fabbrica, è ritornata ad essere un ghetto dove i giovani operai non hanno davanti a nessuna prospettiva di salita sociale. Non nell’azienda perché la carriera si fa nella <<sede>> separata dalla fabbrica, ma neppure nel sindacato  e nel partito ormai in mano a burocrati (che tengono stretto il loro potere). Emarginati socialmente  e politicamente i giovani operai sono invece fortissimi economicamente  e in fabbrica. Non temono la disoccupazione sia perché  per loro c’è sempre pieno impiego, sia perché nessuno ha il coraggio di licenziarli. Dal senso di questa classe operaia  giovane soprattutto nelle grandi fabbriche è emersa una “èlite” che controlla assemblee mettendo in scacco i sindacati ufficiali e lo stesso partito Comunista, e di cui tutti hanno paura: il capo del personale, i sindacati che parlano di produttività, i medici che devono rilasciare i certificati di malattia. La direzione sindacale, ma anche il PCI o i sindacati cercano di strappare loro il terreno perduto, ma la risposta è spesso il sabotaggio, l’automobile incendiata o addirittura l’incendio di un capannone.>>

 

Prosegue Alberoni: <<Col passaggio del partito comunista nell’area di governo e l’ingresso nella competizione elettorale di Democrazia proletaria leèlites” ribelli vengono spinte su posizioni ancora più radicali, tavolta nichiliste, altre volte rivoluzionarie-terroristiche>>. Attentati e colpi di mano sono destinati ad aumentare in modo  massiccio, se il governo dovesse andare in mano ai comunisti: gli emarginati si danno al terrorismo, << il terrorismo è l’ultimo rifugio dei rivoluzionari sconfitti>>. In questa logica, prosegue il sociologo, diventano chiari i meccanismi che fanno muovere i terroristi. << Se questa è la base sociale da cui  sorgono le “èlites” rivoluzionari-terroristiche si può anche quali sono i loro nemici naturali, gli obiettivi da colpire: i capi del personale e i giudici. Nelle fabbriche infatti  il capo del personale è il giudice, quello che può spostare la gente, infliggere le punizioni, licenziare. Colpendo lui si paralizza qualunque capacità di risposta aziendale. A livello di fabbrica è perciò il capo del personale che viene fatto oggetto di intimidazioni,attentati, per fargli paura e per far paura a tutti gli altri capi del personale. Lo stesso avviene con i magistrati.

 

<< Il processo a Sossi, l’uccisione di Coco sono un avvertimento per tutti gli altri giudici che dovessero condannare con durezza: potrebbe toccare a loro. E i giudici lo sanno come lo sanno i capi del personale.Vi è quindi una logica precisa nelle azioni delle Brigate rosse e degli altri gruppi terroristici, vi è una profonda interna razionalità dal loro punto di vista: paralizzare la mano di chi può colpirli garantendosi così l’immunità e libertà di azione>>. Provocatori, spregiudicati mercenari prezzolati, irresponsabili che finiscono per fare il gioco dell’altra parte, dei fascisti, e danneggiano così la sinistra, in particolare il PCI, vicino alla vittoria nelle elezioni. In questa valutazione, sostiene Alberoni, << vi è un rifiuto di capire qual è il problema essenziale dei gruppi rivoluzionari-terroristici: conservarsi uno spazio di azione in fabbrica e fuori>>.

Quindi,<< il terrorismo rivoluzionario ha una sua logica interna: allargare le aree che ha sotto il suo controllo e in cui gode di immunità difendendole contro qualunque potere la minacci, il resto non gli interessa>>.

 

Queste, dunque, le Brigate rosse: non sono prive di una “base di classe”, soprattutto fra i giovani operai delle grandi fabbriche emarginati politicamente, frustrati da una divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale che li condanna a vita ad un lavoro subalterno. Le loro “èlites” sono però costituite da intellettuali emarginati politicamente soprattutto oggi in cui anche i principali gruppi extraparlamentari hanno accettato la competizione elettorale, quindi le regole della democrazia>>.

 

 

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