Avvenimenti Italiani

La memoria non si archivia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la scheda

Il Cavaliere nero

 

 

 

Altri articoli

 

 

Gli sdoganati del Cavaliere

IPiano di Rinascita nazionale della P2

Piovre e Biscioni

 

 

 

 

Berlusconi in una foto del ‘77

La prima intervista  a Silvio Berlusconi

 

 

 

 

Silvio e Marcello..amici di mafia?

 

 

 

 

I grandi alleati

Il senatur e il cavaliere

Ma non sono stati sempre cosi ”amici”

La propaganda mediatica è iniziata! Tra "politici ladroni" e "tattiche calcistiche" gratuite, il premier si fa vedere e sentire ovunque.
E' bene allora riproporre alla memoria, sempre più corta, la perfetta indagine giornalistica pubblicata dal quotidiano "La Padania" nel 1998.

 

 

 

 

 

 

Andrea Camilleri

 

 

 

 

Intervista a David Lane

Autore del libro “ L’ombra del potere”

 

 

 

Enrico Deaglio direttore di Diario

 

 

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Berlusconi e i suoi  incubi

 

 

"Senza la decisione di scendere in campo con un suo partito, Berlusconi non avrebbe salvato la pelle e sarebbe finito come Angelo Rizzoli che, con l'inchiesta della P2, andò in carcere e perse l'azienda". Le parole di Marcello Dell'Utri, intervistato da Antonio Galdo per il libro "Saranno potenti?" (Sperling & Kupfer, 2003), sembrano non suggerire nulla alle frotte di politologi ed esperti che da giorni vivisezionano e sproloquiano su galateo istituzionale, dimissioni, rimpasti, crisi pilotate, interim, In & Out, asse del nord, discontinuità, rilancio dell'azione e teatrini vari.

Dimenticano l'unica cosa certa oggi in Italia: da quella sedia, il Bisunto, non si schioderà per nulla al mondo. Ricordate il Parlamento degli inquisiti avvinghiati alle poltrone? Qui sarà peggio. Perché se ManiPulite aveva scoperchiato il marcio del legame politica-affari-malavita portando ad iscrivere nel registro degli indagati oltre un centinaio d'eletti del popolo, in questo caso è il presidente-padrone, l'uomo più potente e avvilente d'Italia, che si gioca tutto.
Altro che elezioni anticipate a giugno, ottobre o governo impallinato dai franchi tiratori. Ammesso e non concesso che faccia sul serio, Follini (che futuro potrebbe avere sfasciando tutto?) controlla poco più della metà del partito (si pensi alla nutrita compagine sicula, alle ottime collaborazioni amministrative al Sud, ai non pochi Giovanardi) e quasi nessuno (l'unico che pare averne davvero abbastanza del Neuropremier è Tabacci) sarebbe disposto a seguirlo in una rottura definitiva. Anche perchè Berlusconi offrirà di tutto e di più. L'estate scorsa bastò qualche cadrega e la minaccia di far sparare e sparire dalle tv il segretario Udc; oggi il prezzo sale, ma Mister "20 miliardi di patrimonio" non ha limiti e farà in modo di sistemare ogni cosa. Poi solo campagna elettorale, feroce e senza regole (a partire dall'eliminazione della par condicio). Con Berlusconi che metterà in campo tutta la superconcentrazione di potere accumulata e finora sfruttata solo in minima parte del suo potenziale.
Censure, linciaggi ad hoc, manipolazione delle notizie, dettatura dell'Agenda politica, sociale e di costume per un lavaggio del cervello catodico, eliminazione d'ogni forma di dissenso, sostituzione dei maggiordomi non abbastanza servi e quant'altre schifezze hanno contraddistinto questi primi 4 anni di Regime mediatico sono niente a confronto di ciò che accadrà. Perché Silvio Berlusconi, stavolta, rischia tutto.
Cosa e da chi? Non molto dall'eventuale Governo di centrosinistra infestato da D'Alema, Rutelli e compagnia inciuciante, tutti ancora ai posti di comando-pronti a profittare dei disastri berlusconiani senza annoverare alcun merito né proposta- nonostante la sequela di batoste elettorali (1999-2001) che li avrebbero rispediti a casa in qualsiasi paese democratico con fisiologico ricambio delle classe politica.

 

Loro, autoproclamatisi "riformisti (dalle ignote riforme)" e "forza di governo responsabile", in questi dodici anni sono stati i migliori alleati di Berlusconi. Prima accettandolo come competitor (fin dal '94 era ineleggibile in quanto titolare di pubbliche concessioni, come sancisce la legge 361 del 1957) e rinunciando a fare domande sul suo oscuro passato di frequentazioni mafiose, finanziatori occulti e reati accertati (sei volte prescritto e una amnistiato: nei tanto amati Stati Uniti - dove la prescrizione si calcola dal momento in cui viene commesso il reato alla data di rinvio a giudizio, l'evasione fiscale e il falso in bilancio sono puniti con decenni di prigione, ed è reato anche mentire alla Corte - sarebbe rinchiuso da un pezzo).
Poi, non paghi, rilegittimandolo come capo dell'opposizione (mentre il nemico veniva considerato la Lega, che allora era l'unica a parlare del "mafioso di Arcore" e a votare alla Camera, al contrario del centrosinistra, per l'autorizzazione agli arresti di Dell'Utri e Previti) dimenticando il conflitto d'interessi (in spregio alle più elementari norme di incompatibilità e di antitrust Mediaset non solo mantenne una posizione dominante nel sistema televisivo, ma entrò in Borsa a vele spiegate) ed elevandolo al rango di grande costituente (nella Bicamerale mandata all'aria da Silvio e, diabolicum, anche nell'ultima riforma costituzionale votata dalla Cdl, che gli ansiosi riformisti non criticano nel contenuto ma nella forma: avrebbero voluto devastare la Costituzione assieme).

Valga per loro l'imitazione che fece Corrado Guzzanti/Rutelli alla vigilia delle politiche 2001: "A Berluscò, ricordate degli amici". Gente che un domani, a parte rilottizzare pani e posti, dare lezioncine a destra e soprattutto a manca, accogliere saltimbanchi e pregiudicati doc, sarebbe anche capace di proporre "Berlusconi al Quirinale". Ma i tanti amici e salvacondotti stavolta non bastano. Al di là delle pur esistenti ragioni antropologiche (il termine "sconfitta", "ho sbagliato", "ho mentito", assieme alle dolci paroline Mafia e Nazifascismo, non rientrano nel dizionario del "berlusconismo"), Reo Silvio deve andare allo scontro totale perchè sente che i tempi sono cambiati (il leader del centrosinistra è un Romano Prodi più slegato dalle segreterie dei partiti e forse in grado di imporre qualche sgradita sorpresa: vi immaginate un Ministro della Giustizia che lavori per la riduzione dei tempi di prescrizione, l'abbattimento di immunità e privilegi parlamentari e una maggiore cooperazione giudiziaria europea? O un liberale vero all'antitrust che dia finalmente al mercato radiotelevisivo - e non solo - una libera concorrenza, con conseguenti vantaggi in termini di meritocrazia per gli operatori e di convenienza per i cittadini? E una tv pubblica modello Zapatero, non più ostaggio della politica, che in ogni democrazia deve essere controllata dai mass media e non viceversa?) e il passato sta tornando inesorabile. Undici anni nella stanza dei bottoni gli hanno consentito di fagocitare e monetizzare tutto ciò che gli capitava a tiro, ma sono bastati solo ad allontanare e non a cancellare l'incubo Giustizia. A Milano potrebbe presto essere processato per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita nella vicenda dell'acquisto di diritti tv dagli Stati Uniti. Accuse alle quali si è aggiunta di recente quella di corruzione, perchè per coprire altri reati - secondo l'ipotesi dell'accusa - Berlusconi avrebbe comprato la testimonianza di David Mills, l'avvocato inglese ideatore del sistema off-shore della Fininvest. Un po' un effetto slavina del crimine, che disciolte le immunità politiche, arriva fino in Spagna. Il procuratore anti-corruzione Baltazar Garzon attende infatti la ripresa del processo Telecinco, sospeso fino al termine del mandato di Berlusconi. Il Cavaliere, Dell’Utri e altri manager Fininvest responsabili in Spagna dell'emittente sono accusati di frode fiscale (i fatti risalgono agli anni fra il 1990 e il 1995 e la frode fiscale ammonterebbe ad una somma fra 13 e 18 miliardi di pesetas, ossia tra i 78 e 108 milioni di euro) e violazione della legge antitrust spagnola, per avere detenuto occultamente il controllo di Telecinco, proibito dalle leggi antimonopolio. Undici anni nella stanza dei bottoni gli hanno consentito di fagocitare e monetizzare tutto ciò che gli capitava a tiro, ma sono bastati solo ad allontanare e non a cancellare l'incubo Giustizia. A Milano potrebbe presto essere processato per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita nella vicenda dell'acquisto di diritti tv dagli Stati Uniti. Accuse alle quali si è aggiunta di recente quella di corruzione, perchè per coprire altri reati - secondo l'ipotesi dell'accusa - Berlusconi avrebbe comprato la testimonianza di David Mills, l'avvocato inglese ideatore del sistema off-shore della Fininvest. Un po' un effetto slavina del crimine, che disciolte le immunità politiche, arriva fino in Spagna. Il procuratore anti-corruzione Baltazar Garzon attende infatti la ripresa del processo Telecinco, sospeso fino al termine del mandato di Berlusconi. Il Cavaliere, Dell’Utri e altri manager Fininvest responsabili in Spagna dell'emittente sono accusati di frode fiscale (i fatti risalgono agli anni fra il 1990 e il 1995 e la frode fiscale ammonterebbe ad una somma fra 13 e 18 miliardi di pesetas, ossia tra i 78 e 108 milioni di euro) e violazione della legge antitrust spagnola, per avere detenuto occultamente il controllo di Telecinco, proibito dalle leggi antimonopolio.

E poi, senza più Cirami, Cirielli o impunità per legge, si fa più critica la situazione degli amici. Per Cesare Previti si avvicina la sentenza d'Appello del processo Imi/Sir Lodo Mondadori (Berlusconi fu prescritto grazie alla concessione delle attenuanti generiche), che in primo grado lo vide condannato per corruzione in atti giudiziari a undici anni di reclusione e al maxi-risarcimento di 380 milioni di euro alla Cir di De Benedetti (nel filone Lodo Mondadori, per aver comprato la sentenza che scippava a De Benedetti e donava a Berlusconi la più importante casa editrice italiana). Più avanti arriverà l'Appello anche per il processo Sme-Ariosto, che in primo grado si chiuse con una condanna a 5 anni per Previti (che corruppe coi milioni Fininvest e del Capo il giudice Squillante). Non se la passa meglio l'ideatore di Forza Italia e Capo di Publitalia Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado al processo di Palermo a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Cose spiacevoli, da affrontare in solitudine.

Stefano Santachiara

 

Berlusconi assicura "Non vi libererete facilmente di me"

"Temo che non vi libererete facilmente di me". Lo afferma con tono di sfida il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ormai alle prese con un'inarrestabile crisi del suo Governo.
"Io sono serenissimo, mi guida il senso di responsabilità nei confronti del Paese. Le decisioni che prenderò saranno sempre rivolte agli interessi del Paese - ha affermato parlando con i giornalisti - Berlusconi Bis? Vediamo, la soluzione è tutta in movimento. Io guardo alla sostanza delle cose, vediamo qual è. Deve prevalere l'interesse del Paese".

E, quando i giornalisti lo hanno interpellato sul motivo per il quale l'Udc ha lasciato la squadra governativa, il premier è rimasto in silenzio per qualche secondo e poi ha replicato: "Ho individuato tre possibili diverse battute".
Berlusconi ha invece risposto con un "non lo so" a chi gli chiedeva se ha intenzione di incontrare il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi.
"Resterò a Roma fino a stasera - ha aggiunto - solo fino a stasera".
Nel frattempo il partito di Forza Italia si stringe attorno al suo leader. L'azzurro Fabrizio Cicchitto bolla come un "grave errore politico" la scelta dell'Udc di lasciare il Governo e ribadisce che l'Esecutivo andrà avanti lo stesso.

Da: redazione di “Centomovimenti

 

Viva Berlusconi

Prosegue inarrestabile alla Rai la saga dei «Mi sarà scappato un pro ma sono anti». È la fiera del camaleonte, il festival del lifting, il Giro d'Italia della metamorfosi, il campionato della transumanza. In un reportage dalle trincee di Viale Mazzini, Paolo Conti del Corriere segnala gli ultimi scatti nel gruppone in vista del gran premio della montagna. O almeno della collinetta.
Paola Saluzzi, che solo un anno fa presentava il Premio Almirante (una delle delizie della «nuova Rai») e, se sapesse chi è, avrebbe presentato pure il Premio Kesselring, dice che lei non ci sta a «passare per la Luisa Ferida di questa stagione Rai». E a chi le ricorda la frequentazione di Gianfranco Fini - senza pettegolezzi, sia chiaro - e l'assidua presenza ai congressi di An, risponde sicura che però «non sono mai stata simpatica a Gasparri, ne sono pure fiera e un giorno dirò perché». Ora, l'avesse detto solo un mese fa le si potrebbe pure credere, ma dicendolo all'indomani della defenestrazione di Gasparri dal governo la cosa suona un tantino antipatica, e fa venire una gran voglia di solidarizzare con Gasparri. Anche perché Paola la Rossa così prosegue: «La mia vera etichetta politica? Sono una cattolica: collaboro con l'Opera pellegrinaggi di monsignor Andreatta e con Famiglia Cristiana». Ecco, la Saluzzi è in pellegrinaggio e si capisce pure verso dove: «Ho ottimi rapporti col centrosinistra e collaboro ai progetti di solidarietà del sindaco Veltroni». Sperando che anche il sindaco sia solidale.
Poi c'è l'altra (neo) Rossa, Anna La Rosa detta La Garofana. L'altro giorno, conoscendo la sua abbondante disponibilità, qualcuno l'aveva inserita tra i supporter del Cagliostro di Catania, il battipagliese Scapagnini. Apriti cielo. Lei, la responsabile dei Servizi parlamentari della Rai che solo due anni fa stava diventando consulente del presidente forzista della regione Calabria, all'idea di passare per collaborazionista del taumaturgo che col suo elisir ha reso «tecnicamente quasi immortale Berlusconi», non ci vuole stare. E verga un secco e seccato comunicato di smentita: «Mai autorizzato l'inserimento del mio nome tra i testimonial del dottor Scapagnini».
Poi c'è Massimo Giletti, che conduce "Domenica In" in condominio con la Venier e Limiti, già inseparabile di Fabrizio Noisette Del Noce (ma - fanno notare i suoi - fra i pochi a non averlo baciato sulla bocca). «Berlusconiano io? L'etichetta non regge. Vedo spesso Freccero e sono amico di Santoro. Sempre stato un uomo di centro, io. Un uomo d'azienda». Un degasperiano, al massimo uno sturziano: ecco cos'era Giletti. Come non averlo capito?
Mara Venier, protagonista solo tre mesi fa di una leggendaria cena a Palazzo Chigi con Bellachioma, in compagnia di Cossiga, Apicella e di Loredana Lecciso, sarebbe stata «fra le prime a congratularsi col neopresidente del Lazio Piero Marrazzo».
E poi c'è Agostino Saccà, quello che eseguì la fatwa bulgara di Bellachioma, quello che umiliò Enzo Biagi revocandogli il contratto dopo 41 anni di Rai con una raccomandata con ricevuta di ritorno, quello che silurò Michele Santoro violando il suo contratto e calpestando una mezza dozzina di sentenze del Tribunale di Roma. Per strano che possa sembrare a un occhio disattento (ma c'è mai qualcosa di veramente strano, in Italia?), è in pole position per la Grande Rentrèe alla direzione generale, sponsorizzato da Claudio Velardi, editore del Riformista e dunque, per strano che possa sembrare, «di sinistra».
È tutto un incrociarsi di telefonate, abbracci, posizionamenti, bigliettini, congratulazioni. Tutti a offrire il proprio guinzaglio al nuovo che avanza o al vecchio che è avanzato. Tutti - come ha detto al Foglio Dario Laruffa del Tg2- «a dare del 'noi' al politico che vince». Tutti a rammentare insospettabili amicizie, vicinanze, prossimità. Un solo gesto è severamente proibito in questa fiera del lifting: rivendicare la propria autonomia da tutto e da tutti. A nessuno viene in mente di proclamarsi, puramente e semplicemente, un uomo libero. Gli ultimi che lo fecero, Oliviero Beha e Massimo Fini, se la passano maluccio.
Vien quasi voglia, come dice Luttazzi, di dichiararsi berlusconiani. Di fuggire da quest'ennesima Piazzale Loreto allestita in Viale Mazzini. Di difendere il pover'ometto dalle coltellate dei tanti miracolati che ora fingono di non conoscerlo e sputacchiano sul suo capino da kiwi dopo averlo a lungo accarezzato, innaffiato, concimato. Di gridare, come Leo Longanesi nella Milano del 26 aprile '45 occupata da milioni di partigiani dell'ultimora, quasi tutti fascisti fino al 24 sera: «Prendetelo, è un antifascista!».
Marco Travaglio

 

Il fascismo che ho vissuto

Intervista a Andrea Camilleri di Salvo Fallica

«Gli italiani stanno iniziando a capire chi è Silvio Berlusconi, ma ancora il bicchiere è mezzo pieno. Debbono berlo tutto questo amaro calice, e poi capiranno completamente». Andrea Camilleri commenta così le recenti elezioni che hanno visto il trionfo del centro-sinistra. Con ironia critica, esprime un giudizio disincantato, e inizia così il suo dialogo con l’Unità, nel quale parla di cultura, di storia, di politica, di attualità, di informazione. Delle elezioni. Partendo ovviamente dal suo ultimo libro, che è balzato in testa alle classifiche Privo di titolo, edito da Sellerio.
Con un tema complesso, come abbiamo già raccontato su queste pagine, poiché si tratta di un romanzo storico ambientato nel fascismo
. Segno che in Italia il pubblico dei lettori è più attento di quel che si pensi.

La vicenda al centro del nuovo libro è nota, la storia di Luigi Gattuso, un fascista - racconta lo scrittore di Porto Empedocle - ucciso per sbaglio dai suoi durante una rissa in una notte del 1921, e non da un muratore comunista. Camilleri partendo dalla letteratura si interroga sulla verità storica, sulle verità dell’esistenza e sul loro significato.
Qual è il rapporto di Camilleri con il concetto di verità?
«Non tendo ad una verità assoluta, dogmatica. Credo a verità relative. Ma quando anche la verità relativa viene stravolta ti domandi a cosa devi credere. Riferendoci al libro. Esiste una verità del senso comune, vi è quella processuale, vi è quella storica. Se la verità viene manipolata in verità processuale, a sua volta questa in una verità di comodo, in verità virtuale, allora qual è il filo d’Arianna che ti può servire per muoverti in questo labirinto? Ecco perché la ragione critica ha un valore essenziale, ti dà la possibilità di pensare con la tua testa, di non farti abbindolare dalle manipolazioni e dalle falsificazioni. Di mantenere il tuo spirito libero, critico. La letteratura è uno strumento critico che può aiutare a svelare le verità, a smascherarle. La fantasia narrativa può aiutare a riflettere e capire la realtà che ci circonda. Siccome sono una persona, che si rifà ai fatti quotidiani, richiamo alla mente la tragedia a Bagdad, con l’uccisione di Calipari: tutti sappiamo che ci verrà ammannita una verità parziale (e in questi giorni abbiamo visto quanto parziale e «di parte» sia, ndr) lo sappiamo tutti e non facciamo niente. Ci basta un millesimo di verità in dose omeopatiche. Mi ribello a questa sorte di imposizione. Ritorno sempre a questa faccenda della dittatura. Siamo in un regime mediatico in Italia. Se non fosse così, oggi Enzo Biagi avrebbe la sua trasmissione. Così come Michele Santoro avrebbe la sua. Luttazzi lavorerebbe in tv. Così come lavorerebbero in tv la Guzzanti, Paolo Rossi e tanti altri, che evidentemente hanno creato con il loro spirito libero problemi al potere. Ma qualcuno dalla Bulgaria ha detto che Biagi , Santoro, Luttazzi, non debbono lavorare, e così è. Il diktat è stato rispettato. Queste per me sono limitazioni della democrazia. E c’è talmente fumo negli occhi che ti viene da soffocare».
Lei è sempre stato molto critico su Berlusconi..
«Guardi, Berlusconi è l’antipolitica, anzi metaforicamente potrei dire che è l’antimateria, ovvero la sua è una politica virtuale, non si occupa dei problemi della gente, quelli reali. Tranne i suoi, ovviamente. Per risolvere i suoi problemi, ha una intera maggioranza che vota in maniera compatta».
Ma gli italiani hanno espresso un voto netto alle regionali facendo vincere il centro-sinistra. Hanno compreso la politica di Berlusconi e l’hanno bocciata?
«Gli italiani stanno iniziando a capire Berlusconi, ma non l’hanno ancora capito completamente. La questione è più complessa. Anche la vicenda del regime mediatico non l’hanno ancora compresa a fondo. Il punto è - come dicevo prima- che il bicchiere è mezzo pieno, e debbono berlo tutto questo amaro calice. Solo allora capiranno completamente, ed il vaccino potrà funzionare».
Si riferisce alla tesi di Indro Montanelli?
«Certo, lasciatelo governare, sino alla fine della legislatura e la sua politica si mostrerà per quel che è. Sarà come un vaccino per gli italiani. Ma la questione, ripeto è più complessa, bisogna aspettare e vedere come andranno le elezioni politiche del prossimo anno, alla fine del mandato di governo di Berlusconi. Lì si vedrà se gli italiani lo hanno capito completamente».
Il suo «Privo di titolo», continua a suscitare divergenze. Qual è la sua definizione di fascismo e cosa ha rappresentato nella storia d’Italia?
«Il fascismo, malgrado la sistemazione teorica, lo sforzo intellettuale di Gentile, era tutto e il contrario di tutto, era una sorta di blob. Assumeva le forme che era necessario assumere, per abbattere i democratici. Era una dittatura autentica, che ha prodotto tante vittime. Tante persone hanno subito il carcere, e venivano mandate al confino, al duro confino, altro che villeggiatura! Il fascismo si verificò in Italia, quando l’Europa era malata. Estremamente malata. Per fortuna vinsero le democrazie, quelle vere! Ma Lei mi chiedeva una definizione del fascismo. Ebbene, potremmo dire che fu una solenne minchiata. Una atroce minchiata. Il fascismo sarebbe stato grottesco, se non fosse stato tragico. Se non avesse comportato la morte di tanti innocenti, ricordo Matteotti e Gramsci solo per fare qualche esempio, il fascismo sarebbe stata solo una buffonata. Purtroppo invece è stato un evento tragico. Non lo dico solo io, ma anche un signore che è andato dagli ebrei, ed ha parlato del male assoluto».
Il fascismo, fatto isolato nella storia d’Italia, o atteggiamento mentale che ritorna?
«Guardi, quando appesero Mussolini a Milano, un grande giornalista inglese, scrisse in buona sostanza questi concetti: non l’avete ucciso, potete credere di averlo ucciso, ma per decenni questa sorta di tumore ve lo porterete appresso. Del resto esponenti della tradizione fascista sono diventati ministri della Repubblica».
Non è la prima volta che affronta il periodo del fascismo. Vi è un'altra sua opera, «La Presa di Makallè» dove spiega in maniera critica i meccanismi psicologici e sociali della costruzione del consenso. Il ruolo della propaganda nella comunicazione e nella politica..
«Ha colto perfettamente il nesso. È una riflessione che avevo già avviato ne La Presa di Makallè, in quel caso mi occupavo in particolare dei meccanismi psico-pedagogici e sociali della costruzione del consenso, della manipolazione delle menti. In quel libro la riflessione si sviluppava all’interno di un cervello di un bambino: ovvero come fosse possibile che un certo tipo di educazione alterasse un cervello, il comportamento di un adolescente, trasformandolo in un assassino. Forse però, il racconto sulla vita sessuale del protagonista del romanzo non è stato compreso, né la metafora che essa rappresentava. In Privo di titolo per non offrire il fianco a facili equivoci, ho evitato ogni riferimento a questi argomenti. Del resto non è una storia che concede divagazioni».
Racconta però sempre con un stile ironico-critico..
«È il mio stile, impresso nel mio Dna».
Qualcuno l’ha criticata sostenendo che voleva cambiare il nome di una strada a Caltanissetta dedicata a Gattuso?
«Siamo seri, si figuri se penso alla strada di Caltanissetta. Questo è provincialismo, di più paesanottismo. Sono frasi senza senso. Hanno criticato, facendo riferimenti alla toponomastica, un libro che non avevano letto. Probabilmente questo è coerente con i loro principi: attaccare senza conoscere, bollare in maniera dogmatica chi la pensa in maniera diversa da loro, senza manco prendersi la briga di informarsi sui contenuti della questione. Comunque non fanno altro che portarmi il carico da undici come direbbe Salvo Montalbano. Allora dico: o scelgono Fini che se ne va dagli ebrei facendo una scelta giusta, o scelgono la polemica sulla strada. La verità è che una parte di loro rimane legata al nome delle strade…».
Sul piano della struttura che soluzione ha adoperato?
«Questo è un romanzo che si serve di quello che ho sperimentato in altri romanzi, una sorta di assemblaggio di dati, di lettere, di corrispondenza, di ritagli di giornali, tutti inventati di sana pianta. Però qui a differenza de La scomparsa di Patò, vi sono amplissimi squarci narrativi, romanzeschi. C’è una complessità maggiore».

 

Il lento declino italiano sotto la guida di Berlusconi - L'Italia raccontata da The Economist

Malgrado le sue tante attrattive, l’Italia è in un lungo e lento declino. Rovesciare la tendenza richiederà più coraggio di quanto i suoi attuali leader politici sembrano possedere.
di John Peet

Riportiamo al sintesi del documento originale che appare nel numero de The Economist 26/11/2005

In superficie, la vita italiana appare ancora molto dolce. E’ tuttora possibile stare meglio in Italia che in qualsiasi altro posto. Sotto al dolce però, le cose sembrano come inacidite. Il miracolo economico del dopoguerra, culminato nel famoso “sorpasso” dell’economia inglese, è finito davvero. La crescita media dell’economia italiana negli ultimi 15 anni è stata la più lenta d’Europa e ora la sua economia è solo circa l’80% di quella del Regno Unito. Le piccole aziende a conduzione familiare, una volta la spina dorsale del Paese, sono sotto una crescente pressione, i costi salgono ma la produttività ristagna. Con l’euro, si è bloccata la valvola di sfogo delle svalutazioni. La competitività deteriora velocemente e le quote dell’export mondiale e dell’investimento diretto estero sono

molto basse. Per produttività l’Italia è recentemente finita ad un umiliante 47° posto nel mondo, appena al di sopra della Botswana. L’economia si è rivelata altamente vulnerabile alla concorrenza cinese. L’effetto del declino si comincia a notare. Cala lo standard di vita per molte persone. Molti ritengono che siano saliti i prezzi con l’introduzione dell’euro. I prezzi immobiliari sono fuori della portata di chi vuole acquistare una prima casa in parecchie città. Tanti italiani riducono le vacanze estive o ne fanno a meno. Altri rimandano l’acquisto di automobili e perfino di vestiti. I supermercati riferiscono che cala il fatturato nell’ultima settimana del mese, un segno sicuro che molte famiglie non ce la fanno ad arrivare al giorno di paga col reddito che hanno. La debolezza economica è causa anche di altri problemi. L’infrastruttura deteriora, gli standard scolastici sono in declino. Nessuna università italiana arriva ormai nella classifica delle prime novanta al mondo. La spesa per la ricerca e sviluppo è bassa per gli standard internazionali. L’Italia ha sofferto più della sua quota di scandali aziendali con Cirio e Parmalat. Le finanze pubbliche sono a pezzi. Si stima un deficit per l’anno prossimo del 5% del PIL, molto al di sopra del 3% fissato dal patto di stabilità. Il debito pubblico è al 120% del PIL e non è più in calo.

Perfino il tessuto sociale è sotto pressione. La famiglia resiste, ma il fatto che il 40% degli italiani tra i 30-34 anni sia ancora in famiglia non è un buon segno. Il rispetto per la legge e per le regole – mai alto – sembra essere sceso ulteriormente. Sia l’evasione fiscale sia gli abusi edilizi paiono in crescita, incoraggiati da ripetute amnistie. Il crimine organizzato e la corruzione restano forti, particolarmente al sud. In fine, la situazione demografica è terribile. Il Paese ha un tasso di natalità tra i più bassi in Europa e la popolazione decresce. Siccome gli italiani vivono più a lungo, l’età media della popolazione cresce rapidamente. Le conseguenze economiche, particolarmente per le pensioni, sono preoccupanti. La disoccupazione, allineata con le medie europee, non è grave, ma è concentrata al sud e tra i giovani in maniera preoccupante.

Il governo Berlusconi, eletto nel maggio 2001, sembra destinato a essere il primo governo del dopoguerra a restare al potere per un cinquennio intero, cosa di cui va molto fiero Mr. Berlusconi. Dovrà essere molto meno fiero per quanto riguarda l’andamento economico. Durante la campagna 2001 ha promesso di applicare la sua abilità come uomo d’affari per aumentare le ricchezze del Paese. In questo ha fallito.

Il parere dell’Economist riguardo a Mr. Berlusconi è noto. Abbiamo dichiarato nel 2001 che era “unfit” (inadatto/indegno) a governare l’Italia. Quel verdetto resta valido. Comunque, come abbiamo detto allora, c’erano anche validi motivi per votare la coalizione di centrodestra. Il Paese aveva un gran bisogno di riforme, di liberalizzazione, di privatizzazione, di deregolamentazione e di rinnovo della pubblica amministrazione, tutte cose promesse da Mr. Berlusconi - che ha anche giurato di ridurre le tasse. Ora, con le prossime elezioni in vista, molto poco di quanto ha promesso è stato messo in atto. Perfino l’apparente stabilità politica che ha ingenerato è meno di quanto sembri, con una litigiosa coalizione a sei che ha rasentato il collasso più volte.

Al momento, l’opposizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi sembra favorita nelle prossime elezioni. Ma anche se riuscirà a vincere, Mr. Prodi troverà difficile introdurre riforme – quanto meno perché la sua coalizione abbraccia nove partiti, alcuni dei quali ostacoleranno ogni cambiamento. E’ stato un alleato di Mr. Prodi, Fausto Bertinotti con i suoi comunisti impenitenti, a spingerlo fuori dal governo nel 1998. La verità è che nessuno dei due grandi raggruppamenti della politica italiana offre molte speranze a quelli che credono che il Paese abbia bisogno di grandi e dolorose riforme. Ma l’Italia sta arrivando al dunque. La sua situazione è quella della Venezia del 18° secolo, rimasta seduta troppo a lungo sui successi del passato. La Serenissima è oggi poco più che un’attrazione turistica. E’ questo il destino dell’Italia?

Una parte degli acciacchi che hanno reso l’Italia “il malato d’Europa” vanno forse oltre il suo controllo. L’attuale Governo ha certamente piacere di vederla così. Alcuni ministri fanno notare come tutte le economie europee zoppicano dopo l’attacco all’America dell’11 settembre 2001. Il ministro dell’Economia dell’epoca, Giulio Tremonti ha fatto in fretta a dare la colpa della debolezza economica italiana ai terroristi. Quando è tornato al dicastero due mesi fa ha trovato due nuovi capri espiatori: l’euro e la Cina – due temi che, con poca sottigliezza, puntano il dito a Romano Prodi.

Certo, il contesto macroeconomico non ha aiutato. Però, la debolezza principale negli ultimi anni è stata l’andamento delle esportazioni. Il consumo interno regge abbastanza, ma la quota italiana dell’export internazionale è in calo. Molti italiani ritengono che il cambiamento dalla lira abbia fatto scoppiare l’inflazione. In realtà, l’euro non è stato così negativo per l’Italia come crede chi lo critica. Ha tenuto bassa l’inflazione. Secondo l’ufficio statistico del governo, perlopiù affidabile, l’effetto sui prezzi è stato trascurabile, anche se è indubbio che i prezzi di alcuni servizi d’uso quotidiano sono saliti a razzo e alcuni commercianti hanno sfruttato l’occasione.

Ciò che è innegabile è che l’avvento dell’euro ha interrotto l’abitudine italiana alla svalutazione. Ora il Paese deve imparare a vivere con una bassa inflazione, deficit ristretti e una stabile moneta europea. Non sorprende che un aggiustamento così massiccio sia doloroso. Se l’Italia avesse proseguito con le sue politiche storiche, è difficile capire come avrebbe potuto sopravvivere il Mercato Comune Europeo. Anche l’Italia avrebbe potuto fallire alla maniera dell’Argentina – un paese che aveva adattato una versione estrema del vecchio modello italiano.

Nei fatti, l’euro ha reso sopportabile l’indebitamento pubblico in quanto riduce il costo degli interessi da pagare. Per restare competitiva senza poter ricorrere alla svalutazione, l’Italia deve introdurre riforme strutturali per aumentare la produttività e ridurre i costi, nonché riordinare le finanze pubbliche. L’euro ha rivelato le reali debolezze dell’Italia, che sono di natura microeconomica. Comprendono le rigidità dei mercati per i prodotti e per il lavoro e un livello insufficiente di concorrenza. Sono problemi comuni a tutta la zona dell’euro, ma sono peggiori in Italia. Il paradosso è che mentre l’euro ha messo a nudo i difetti strutturali italiani, per certi versi ha reso più facile evitare di agire, tenendo bassi i tassi e eliminando le crisi nei cambi. Negli ultimi decenni, le debolezze strutturali dell’Italia sono diventate brutalmente evidenti.

Ciò che rende particolarmente difficile la ricerca di una soluzione è che per anni molti di questi non erano considerati difetti ma piuttosto pregi. L’azienda familiare è un esempio. L’Italia nel suo insieme è stata a lungo una sorta di “case study” del “piccolo è bello”. La globalizzazione e la concorrenza asiatica però premiano la grandezza. Anche la borsa italiana è piccola in rapporto alle dimensioni dell’economia e ripristinare la fiducia del pubblico dopo gli scandali come quello della Parmalat non sarà facile. La legislazione per migliorare la “corporate governance” è attualmente impantanata in Parlamento.

Ci sono però tanti esempi di aziende di successo in Italia, aziende cha hanno saputo affrontare il cambiamento: Benetton, Geox, Indesit, Cerutti (impianti tipografici), ST Microelectronics. Solo il 12% dell’export italiano è nell’alta tecnologia, la metà della media europea, e l’Italia spende solo l’1,2% del PIL sulla ricerca, contro una media europea del 2% e il 3,2% del Giappone. Fiat Auto è stata salvata dal precipizio, ma il salvataggio deve di più all’ingegneria finanziaria che non a quella tecnologica.

(interludio Fiat. “Mr. Montezemolo chiarisce che il mondo imprenditoriale italiano è profondamente deluso dal governo Berlusconi, che invece prometteva bene quando ha preso il potere nel 2001”)

(BOX, “Fazio’s Folly”, che riassume in maniera critica, le recenti vicende della Banca d’Italia. “Una volta era un articolo di fede tra quelli che studiavano l’Italia che, per quanto fossero incompetenti le altre istituzioni del Paese, almeno la Banca d’Italia era affidabile… Ma ora la credibilità della banca centrale è stata fatta a pezzi dall’intransigenza del suo Governatore…”)

Sarebbe ingiusto dire che il governo Berlusconi non ha fatto riforme. In due aree, le pensioni e il mercato del lavoro, è stato coraggioso. Per le pensioni, ha fatto più di altri paesi europei e le riforme nel mercato del lavoro sono ancora più spettacolari. Gli ostacoli ad una maggiore concorrenza in Italia sono tanti. L’economia è pesantemente regolamentata e i costi energetici sono alti. Una corporate governance “opaca” ostacola l’investimento e i recenti scandali finanziari hanno ulteriormente accresciuto la sfiducia degli investitori. La finanza è un’altra area di particolare debolezza, anche se le banche sono molto cambiate negli ultimi 15 anni e qualcuna è emersa con un ruolo chiave: Banca Intesa, Unicredit, Sanpaolo Imi e Capitalia; ma la Banca d’Italia fa il possibile per tenere fuori dal Paese le banche straniere.

Non sono solo le banche a essere protette da chi le dovrebbe regolare. Manca in generale la concorrenza nel settore dei servizi. I piccoli commercianti, le cooperative dei tassisti, farmacie, notai, artigiani; sono tutti protetti dalla concorrenza da una regolamentazione speciale, spesso amministrata dalle autorità locali.

Il turismo è un settore che guadagnerebbe sia da maggiori investimenti, sia da una maggiore concorrenzialità. Per un paese che ha tanto da offrire, il settore è sorprendentemente poco sviluppato. Un problema generale è che i servizi come settore sono sottovalutati. L’Italia sembra soffrire un clima anti-business. Gli italiani possono essere imprenditoriali e creativi, ma non è detto che siano favorevoli al mercato. Nessuno dei due principali partiti del dopoguerra, i Comunisti e i Democristiani, potrebbe essere descritto come liberale dal punto di vista economico. E nemmeno la Chiesa cattolica, ancora enormemente influente nel Paese, che ha sempre fatto sfoggio di disdegnare il profitto.

In molti casi, conviene all’uomo d’affari italiano sfruttare i contatti che ha all’interno dello Stato per cercare favori anziché far crescere la sua azienda e tentare di servire meglio i suoi clienti. La preferenza culturale di cercare prebende e creare mercati protetti impiegherà molto tempo a passare. Fino agli anni ’90, la politica è stata dominata da due partiti: i Democristiani e i Comunisti. Il sistema è saltato a causa di tre eventi: il crollo del comunismo sovietico, tangentopoli e la decisione di Silvio Berlusconi di entrare in politica attraverso la fondazione di un nuovo partito, Forza Italia. (segue un interludio di spiegazioni ad uso dei lettori stranieri della recente storia politica italiana) Negli ultimi 18 mesi, ogni volta che gli italiani vanno alle urne il centrodestra prende uno schiaffo. Ci sono quattro spiegazioni. La prima è che il Governo è stato distratto dalla necessità di risolvere le questioni relative agli interessi personali e i problemi giudiziari del Primo Ministro. Il secondo problema è stato l’andamento economico, un problema generalizzato in Europa. Il terzo fattore è peculiarmente italiano, un sistema elettorale che lascia un’influenza sproporzionata ai partiti minori. L’ultimo punto è forse il più importante: Mr. Berlusconi stesso non crede nei mercati liberi. Il suo successo è stato costruito sulla creazione di quasi-monopoli che hanno beneficiato dalle sue amicizie politiche. Malgrado ciò, il Governo ha fatto delle cose importanti, e non solo nel mercato del lavoro e con la riforma delle pensioni. Letizia Moratti ha lavorato duramente per promuovere la ricerca e per migliorare le università. Le recenti manifestazioni di protesta guidate dai professori in molte città italiane sono un’indicazione che la Moratti deve essere riuscita a compiere qualcosa di buono. Anche in politica estera l’opera del Governo deve essere considerata come un successo. Il governo Berlusconi ha dato al Paese un ruolo maggiore nel mondo e di minore deferenza verso la Germania e la Francia in Europa. Nel caso di una vittoria di Mr. Prodi, è probabile che torni invece ad appoggiare l’asse franco-tedesco.

Il governo Berlusconi è stato più filo-americano e filo-israeliano di quelli precedenti. L’unica macchia nella politica estera è il debole di Mr. Berlusconi per Vladimir Putin, nel quale sembra vedere un altro uomo d’affari trasformato in uomo politico e alle prese con una stampa ostile. Per la difesa, come molti altri paesi europei, l’Italia spende troppo poco, anche se negli ultimi anni ha dato contributi utili nel Kosovo e nell’Afghanistan come in Iraq. E’ stata abolita la coscrizione di massa. Se Mr. Prodi tornerà al potere esiste un rischio serio che ritirerà troppo in fretta le truppe dall’Iraq, alla maniera di Zapatero. La gestione invece della finanza pubblica può essere descritta solo come “terribile” (“dreadful”). Il Governo ha ereditato un surplus primario nel budget di quasi il 5% del PIL e l’ha azzerato. Inoltre, se anche le ripetute amnistie fiscali di Giulio Tremonti sono servite per ripianare i budget annuali, il prezzo di tutto ciò potrebbe essere stato di aumentare il livello già alto di evasione fiscale. Inoltre, il Governo ha fatto poco per ridurre la spesa pubblica, come ha fatto poco in materia di privatizzazioni. (BOX “The strange cases of Silvio Berlusconi”, un riassunto della situazione giudiziaria di Silvio Berlusconi, qui caratterizzato come “il primo ministro dalle nove vite legali”) Un altro infelice lascito del governo Berlusconi è la svalutazione dell’etica pubblica e civile.

Quando un primo ministro attacca la magistratura e la descrive come parte di una cospirazione della sinistra, quando legifera al proprio favore e fa uscire ripetutamente amnistie per gente che evade le tasse e compie abusi edilizi, manda un messaggio al cittadino medio che non deve più obbedire alle regole. L’opposizione senza dubbio incoraggerebbe un maggior rispetto per le leggi, anche se pure Mr. Prodi è stato toccato da qualche scandalo. C’è però qualcosa di triste nel fatto che gli elettori il prossimo aprile affronteranno precisamente la stessa scelta di dieci anni prima. Mr. Prodi dice molte cose corrette riguardo all’introduzione della concorrenza o la liberalizzazione, ma non lo si potrebbe definire un liberale o un riformatore. Inoltre, come Mr. Berlusconi prima di lui, resterebbe ostaggio dei partiti della sua coalizione. Se Mr. Berlusconi dovesse perdere le elezioni è presumibile che lasci la politica e pochi si aspettano che Forza Italia possa sopravvivere nella sua forma attuale. Non ci sono successori ovvi alla guida del centrodestra. Mr. Casini è una possibilità, ma forse un candidato più plausibile sarebbe Gianfranco Fini. Fini è comunque persona di cui tenere conto. Una volta ha dichiarato che Mussolini era stato il più grande statista del 20° secolo, ma da dieci anni si sta distanziando da quelle affermazioni. L’unico leader più popolare di Fini è Walter Veltroni, ex-comunista, già ministro della Cultura sotto Mr. Prodi e ora Sindaco di successo a Roma. Quando Mr. Berlusconi e Mr. Prodi eventualmente si ritireranno, forse saranno Mr. Fini e Mr. Veltroni a prendere i loro posti in una nuova generazione di leader politici. La riforma federale “manca di risolvere ciò che è sempre la questione chiave della devolution, quella dei soldi”, mentre “se fosse fatta bene, un po’ di federalismo sarebbe una buona cosa in un Paese dal carattere disparato, unito meno di 150 anni fa”. Nel Meridione invece, “la Mafia aumenta certamente il costo degli affari in Sicilia, ma, come altrove nel sud, sono l’economia e la disoccupazione le sfide più gravi”. Nel lungo termine l’estro, l’inventiva e la creatività degli italiani dovrebbero bastare per salvare un Paese che è ancora ricco in tutti i sensi. A breve però ci sono buoni motivi per essere pessimisti. Il Paese ha un bisogno disperato di riforme strutturali. Il governo Berlusconi non ha certo fatto abbastanza per raddrizzare la situazione. Purtroppo, anche se dovesse vincere il centrosinistra – cosa probabile ma non certa – troverà che, tra gli ostacoli dei piccoli partiti e l’interferenza delle lobby, sarà molto difficile far passare le riforme. Forse è necessario che le cose peggiorino prima di poter migliorare. Mr. Monti, dell’Università Bocconi, osserva che i governi italiani possono anche affrontare decisioni difficili, ma a due condizioni: che l’emergenza sia visibile e che ci sia una forte pressione esterna. Ma al momento mancano queste due condizioni.

 

Travaglio non diffamo' Berlusconi : sentenza del tribunale civile
Ancora una volta il tribunale civile ha dato ragione al giornalista Marco Travaglio, cui il premier Silvio Berlusconi aveva chiesto un risarcimento miliardario per diffamazione per il libro "L'odore dei soldi".

La causa era stata intentata dal premier, che sentitosi diffamato dai contenuti del libro, aveva chiesto un risarcimento di 10 milioni di euro in solido a Marco Travaglio, all'ex deputato Elio Veltri ed agli Editori Riuniti.

La prima sezione civile del tribunale di Roma ha condannato pero' il presidente del consiglio al pagamento delle spese processuali argomentando che non sussiste diffamazione, ma esercizio del diritto di critica e di cronaca nel caso di Travaglio e immunita' parlamentare per Elio Veltri a norma dell'art. 68 della Costituzione, dato che all'epoca della prima pubblicazione del libro egli era un parlamentare.

Secondo le agenzie, il legale di Berlusconi ha annunciato appello, poiche' ritiene che la sentenza contenga valutazioni errate sia in fatto che in diritto, e ritiene di poter ottenere il ribaltamento del giudizio si primo grado.

Pubblicato nel 2001 e tradotto anche all'estero, il testo riporta le traversie giudiziarie del premier. I contenuti del libro generarono una polemica politica quando Travaglio li espose, poco prima delle elezioni politiche 2001, nella trasmissione televisiva Satyricon, condotta da Daniele Luttazzi.

Per quella vicenda Berlusconi, Mediaset, Tremonti e Forza Italia chiesero danni miliardari a Travaglio ed a Luttazzi. Il Tribunale Civile di Roma ha sentenziato pero' a gennio di quest'anno che Marco Travaglio e Daniele Luttazzi non diffamarono Mediaset, condannata al pagamento delle spese processuali.

A novembre scorso, il premier Silvio Berlusconi era gia' stato condannato a rifondere le spese ai querelati in un'altra simile causa miliardaria, dato che il Tribunale riconobbe che nella trasmissione fu esercitato il diritto di satira e critica.

Travaglio si e' infatti sempre difeso dagli attacchi sostenendo di aver semplicemente raccontato fatti e atti processuali.  07 marzo 2006

 

Berlusconi ridens in salsa siciliana

Sta arrivando. Ce lo hanno annunciato centinaia di immensi cartelloni col celeberrimo ghigno del miliardario ridens.
Ce lo hanno ricordato lettere, annunci, striscioni. Tutta la città si prepara ad accogliere il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana. Proprio lui, quello convinto di essere Napoleone.
Viene quasi da ridere, se non ci fosse da piangere, perché quello di Napoleone è il più classico dei personaggi con cui solitamente si autorappresenta il malato affetto da schizofrenia.
In quanti film, opere, rappresentazioni, il folle è vestito col cappello dell’imperatore francese, e la mano sul petto dentro la giacca?!
Così sua maestà, in passato auto-definitosi "Unto dal Signore", oggi sarà a Palermo, che nel 2001 si è guadagnata il titolo di città azzurra, avendo riempito con una valanga di voti il paniere di Forza Italia.
"Uniti contro il 41 bis, Berlusconi dimentica la Sicilia!". Ricordate lo striscione apparso allo stadio Renzo Barbera il 22 dicembre 2002? Chiunque lo abbia scritto, portato e appeso, si sbagliava di grosso. Uomini di poca fede…
Infatti il cavaliere presidente non ha mai dimenticato la Sicilia, né i suoi amici siciliani, da Marcello Dell’Utri condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, al compianto Vittorio Mangano, boss della mala, noto alle cronache come lo stalliere di Arcore (insomma uno che si occupava di cavalli, e, qualche volta, di “mezzi cavalli”).
Anzi, l’unico uomo politico al mondo a vergognarsi persino della propria altezza viene proprio a Palermo a spronare i suoi uomini perché sa perfettamente che o riparte da qui o la sua gara è già finita. Evidentemente, però, il "mero proprietario" di mezza Italia, e presidente dell’altra mezza, ignora l’importante lezione di Andrea Pazienza: mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa.
E lui, invece, la rincorsa è venuto a prenderla proprio qui, dove è nata Forza Italia, e dove qualcuno, malizioso come Marco Travaglio, sostiene siano nate anche le sue fortune. E, soprattutto, dove gli è stata consegnata la vittoria 5 anni fa con gli ormai tristemente famosi 61 collegi.
Ma quella è un’altra storia.
Storia di questi giorni è invece l’arrivo su migliaia di cellulari di un simpatico ed affettuoso sms di Angelino Alfano, erede di Miccichè al partito regionale, che, con "un abbraccio" invita ignari e stupiti cittadini, di cui è venuto in possesso del numero di cellulare, ad andare ad accogliere il Premier coi sopratacchi al palasport di Palermo, e di confermargli la propria presenza con un sms di risposta.
Lui arriverà lì con centinaia di cappotti e cappelli e prenderà i posti per chi avrà risposto al messaggio, un po’ come al cinema.
Così, tra folle oceaniche("organizzate"), cori azzurri, grandi coreografie, felpe, gadgets, ricchi premi e cotillon, sfileranno sul palco tutti i big azzurri, e qualche vip bluetto.
Poi le masse si apriranno come le acque del Mar Rosso, ed in mezzo svetterà come l’Everest "mister Lifting", e noi, miseri mortali, conosceremo il verbo.
Cosa ci racconterà? Che in Sicilia continuano a mancare l’acqua, il pane, la luce, le case, le strade, i trasporti, i binari, gli ospedali, i servizi, il lavoro, i diritti, perché siamo stati governati per 60 anni dai comunisti? Che la strage di Portella, la morte di sindacalisti, politici, giornalisti, poliziotti, magistrati sono tutta propaganda della sinistra? Che non è vero che tutti i commercianti pagano il pizzo e fanno finta di niente? Che la mafia non sta mani e piedi dentro il sistema di potere siciliano? Che Rita Borsellino è il prestanome di Fidel Castro? Che se vincerà la sinistra in Sicilia arriveranno terrore, miseria, e morte? Perché cosa c’è stato in Sicilia in questi ultimi 60 anni?!
Per saperlo e potervelo raccontare, non ci resta che indossare una bella giacca ed un bel cappotto blu, mescolarci oggi tra i fan berlusconiani. E ascoltare. Stupiti.

Otello Piccoli

 

Le holding, le tv, la mafia Fininvest perde la causa
Il magistrato ricostruisce il contesto dell'inchiesta del giornale e sulle origini patrimoniali scrive: "Il premier non rispose ed è significativo" 

La Fininvest perde una causa con la quale chiedeva un risarcimento miliardario contro il settimanale Diario. La querela è stata rigettata e l'azienda costretta a pagare le spese legali. La sentenza della prima sezione civile del Tribunale di Milano stabilisce che il giornale ha lavorato nel rispetto del diritto di cronaca e di critica. Ma leggendo la sentenza, quello che colpisce non è tanto l'ennesima inchiesta giornalistica su Silvio Berlusconi che finisce a carte bollate. E' piuttosto il modo in cui il giudice entra nel merito delle questioni sollevate da Diario ampliando e ricostruendo a sua volta il contesto su cui si sono mossi i cronisti.

La causa è stata intentata da Fininvest nel 2001 quando alla vigilia delle scorse elezioni politiche, poi vinte dalla Casa delle Libertà, uscì in edicola lo speciale del settimanale diretto da Enrico Deaglio intitolato Berlusconeide con il sottotitolo che lo stesso magistrato giudicante definisce "significativo": Tutto quello che dovreste sapere su Silvio Berlusconi prima di affidargli le chiavi di casa.
In particolare la Fininvest, che dovrà pagare 32.666 euro di spese legali, querelò Diario per il contenuto di tre articoli che racchiudono in sé le questioni fondamentali che da anni accompagnano la figura di Berlusconi: i suoi rapporti da imprenditore con la politica, le concessioni delle licenze televisive, il suo legame con Marcello Dell'Utri e con uomini legati a cosa nostra e - domanda ossessiva del film di Nanni Moretti Il Caimano - la ricostruzione delle origini patrimoniali del gruppo, cioè: "Da dove vengono i soldi?"
Tutte domande note e oggetto di inchieste, articoli, libri, sentenze giudiziarie, dibattiti pubblici e televisivi. Ma ovviamente questioni che Fininvest ha ritenuto lesive del proprio onore e reputazione al punto da chiedere, oltre al risarcimento, l'eventuale pubblicazione in caso di vittoria in tribunale della sentenza sui maggiori quotidiani italiani.
II legale di Fininvest, Fabio Roscioli, annuncia l'impugnazione della sentenza e si dice convinto che in corte d'Appello "confidiamo di dimostrare le ragioni della società".
Ma per ora la sentenza si rivela pesante per la holding del Biscione perché il magistrato non si limita a sottolineare che i diritti di cronaca e di critica sono stati "esercitati in termini legittimi per il rispetto della verità, reale o putativa, dei fatti narrati e posti a base delle valutazioni e dei giudizi espressi". Ma fa considerazioni come queste.

Riguardo all'articolo sui rapporti tra Berlusconi e la politica prima della discesa in campo, uno dei passaggi contestati da Fininvest era: "Il Cavaliere ha sempre trattato affari che con la politica c'entravano, eccome: prima l'edilizia, poi la televisione". Chiosa il magistrato, ricordando che fare attività di lobbying è legale: sono "settori nei quali interventi come quelli operati da Fininvest risulterebbero inimmaginabili senza adeguato sostegno politico".
Sulle concessioni poi il giudice ricorda la storia degli ultimi trent'anni. Fatti, scrive, che possono essere "assunti come notori": dalla liberalizzazione dell'etere in ambito locale agli interventi dei pretori per oscurare le reti di Berlusconi che aveva bypassato il limite locale e trasmettevano sul territorio nazionale, i decreti del governo Craxi che sancirono "il duopolio televisivo Rai-Fininvest (tra l'altro in condizioni di assoluto favore per quest'ultima)".
E ancora di più colpiscono i passi che riguardano le origini del patrimonio del gruppo, la cui ricostruzione, il tribunale definisce di "interesse pubblico rilevante". Oltre a citare i passaggi finanziari per i più esoterici e incomprensibili, il magistrato ricorda come il presidente del Consiglio decise di avvalersi della facoltà di non rispondere quando gli fu chiesto in qualità di indagato di spiegare il tema in esame. "Il che - dice la sentenza - non può restare senza significato nell'apprezzamento di un'ipotesi di diffamazione delicata come quella in esame".

21 aprile 2006