Le ultime sulla Banda della Magliana

 

 

Banda della Magliana: Nicoletti scarcerato, Procura Roma apre inchiesta - 18 -10 – 2005

La procura di Roma ha deciso di aprire un fascicolo in "atti relativi", cioe' senza ipotesi di reato, sulla scarcerazione, per decorrenza dei termini di custodia cautelare, di Antonio e Massimo Nicoletti, figli di Enrico, l'uomo ritenuto esponente di calibro della Banda della Magliana. Il procuratore Giovanni Ferrara, l'aggiunto Italo Ormanni e il pm Lucia Lotti, al termine di una breve riunione, hanno ritenuto opportuno avviare un'inchiesta per capire come mai l'incartamento processuale, che riguardava i due Nicoletti, e' rimasto fermo in cancelleria della seconda sezione penale per un anno intero dal giorno della sentenza di primo grado.
Nel fascicolo la procura inserira' i ritagli di stampa e una relazione sul caso curata dalla stessa Lotti che ha istruito l'inchiesta sulla famiglia Nicoletti.
Per quanto concerne, invece, la posizione di Nicoletti senior, che un altro collegio della seconda sezione penale del tribunale ha scarcerato, ritenendo che i termini sarebbero comunque scaduti prima della conclusione del processo prevista per la prossima estate, i magistrati della procura hanno deciso di impugnare il provvedimento al tribunale del riesame. Secondo Ormanni e Lotti, Enrico Nicoletti sarebbe stato liberato senza che sia stato richiesto un parere (non vincolante ma obbligatorio per legge) alla procura. Per il presidente del collegio Giancarlo Millo, invece, non era necessario interpellare la procura perche' il provvedimento applicato a beneficio di Nicoletti era un "atto dovuto". Roma 18 -10 – 2005

 

Il "Romanzo criminale" continua

Le rivelazioni del boss della Magliana
In esclusiva "Chi l'ha visto?", in onda lunedi' 7 novembre su Raitre, ha intervistato per la prima volta il protagonista della Banda della Magliana, Maurizio Abbatino:
"gran parte del nostro bottino andava ad avvocati, perchè avevano tutti i migliori avvocati di Roma, medici, politici, cancellieri ..."
Soldi che servivano ad aggiustare processi, a nascondere dalle procure i fascicoli che li riguardavano, a fare perizie in loro favore che li facessero uscire dal carcere, come quelle di Aldo Semerari, poi ucciso a Napoli dalla camorra.
Nell'intervista ha parlato di gran parte dei misteri d'Italia di inizio anni 80: dal rapimento di Aldo Moro da parte delle BR (il cui ultimo nascondiglio in via Montalcini è nella zona della Magliana), a Michele Sindona, Roberto Calvi, la bomba alla stazione di Bologna... in ciascuno di questi misteri c'è stato un loro coinvolgimento.
Come il mitra rinvenuto sul treno Milano Taranto, usato per depistare le indagini sulla strage di Bologna, da alcuni ufficiali del Sismi. Abbatino l'ha riconosciuto come uno dei mitra del loro arsenale, che si trovava nei sotterranei del Ministero della Sanità. Dall'intervista emerge l'impressione di una persona che ha ancora paura di morire, per quello che potrebbe ancora rivelare
"A volte non si sa di avere informazioni importanti. Devono essere i giudici a farti le domande giuste".

 

Ma il boss chiede il ritiro della pellicola di Placido – 18 ottobre 2005

Buona critica, buon pubblico ma il film di Placido con Kim Rossi Stuart potrebbe essere tolto dalle sale. La ricostruzione dei crimini della banda della Magliana, ritratta nell'ultimo film di Michele Placido «Romanzo criminale», lederebbe infatti l'onorabilità del pentito Maurizio Abbatino.
Per questo, l'avvocato del «Crispino», come era noto il componente dell'associazione malavitosa, ha chiesto la messa in mora alla Cattloya, che ha prodotto la pellicola, e alla Warner Bros, che ha affiancato la casa cinematografica insieme all'inglese Crime Novel e alla francese Babe.

La pellicola in questione porta sullo schermo la storia della banda della Magliana. Fra i protagonisti, accanto alle figure di spicco, c'è anche quella di Abbatino, che dopo l'arresto a Caracas nel gennaio 1992 aveva cominciato a collaborare con la giustizia, chiarendo molti dettagli della storia dell'organizzazione.Il legale promotore dell'iniziativa è lo spezzino Enrico Vigorito.
In una lettera raccomandata, aveva dato cinque giorni di tempo alla produzione: dopo di che ha annunciato di voler procedere con la richiesta del ritiro del film di Placido dalle sale italiane, per tutelare l'onorabilità del pentito.
Abbatino, che le cronache dell'epoca descrivevano come timido, freddo, di poche parole, non ha gradito la ricostruzione dei fatti della trama, che attribuisce diverse responsabilità da quelle che gli sono state in realtà attribuite anche in episodi differenti da quelli tradizionalmente riconducibili alla Magliana, come la strage di Bologna o il rapimento Moro.
Il film, 105 minuti, con un cast notevole che conta su Stefano Accorsi, Gianmarco Tognazzi e Kim Rossi Stuart, è stato accolto con favore dalla critica e dal pubblico ma a questo punto il film rischia addirittura di essere messo in mora per lesa onorabilità.  “Il Giornale”

 

Nove rinvii a giudizio per la gang che sconvolse Ostia – 29 ottobre 2005

Nove rinvii a giudizio per associazione a delinquere di stampo mafioso. Due anni di indagini, intercettazioni e pedinamenti pur di scardinare la gang che in pochi anni ha trasformato Ostia nella Chicago anni '20. Traffico di droga, estorsioni, attentati incendiari, tentati omicidi e il controllo dei video-game sul litorale. Su tutto il giallo della morte di un vecchio boss.
Un'inchiesta difficile per la Direzione distrettuale antimafia e gli uomini della squadra mobile, non a caso avviata all'indomani di un omicidio eccellente, quello di Paolo Frau, 53 anni, assassinato sotto casa il 18 ottobre 2002 da due sicari. Personaggio di spicco della Banda della Magliana «Paoletto», amico fraterno di Danilo Abbruciati, il capo dei «testaccini» ammazzato nell'82 a Milano durante il fallito attentato a Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano. Un omicidio rimasto insoluto. In un primo momento due le indagini, la prima della Polaria su un traffico di cocaina proveniente da Brasile, Colombia e Costa Rica, la seconda della mobile sul delitto che ricorda i misfatti che insanguinarono la capitale fra gli anni '70 e i primi '90. A un certo punto i due tronconi si uniscono. Gli inquirenti mettono le mani su un giro malavitoso da far spavento. Il 4 novembre 2004 scattano 19 ordinanze di custodia cautelare: è l'operazione «Anco Marzio» voluta per azzerare la gang capeggiata da Emidio Salomone. Sarà l'unico a sfuggire alla rete della polizia: rintracciato e arrestato in Danimarca dopo due mesi di latitanza, Salomone viene scarcerato per insufficienza di prove. Stessa storia per altri 9, fra i quali un medico del Grassi.
Ieri mattina il gup Claudio Tortora ha consegnato gli atti per l'inizio del processo. Alla sbarra, il 23 gennaio Roberto Pergola e il figlio Daniele, 51 e 28 anni, Luciano Crialesi, 54 anni, Vincenzo De Angelis, 58 anni, detto «caprotto», Guido Centanni, 56 anni, Francesco Antonini, 39 anni detto il «sorcanera», Giovanni Galleoni, 36 anni, Faray Sulaiman, 42 anni e Antonello Ciacci.  Stefano Vladovich

 

Boss come santi, sulle volte delle chiese – 19 ottobre 2005

C’è chi ha gridato allo scandalo; c’è chi si è indignato; c’è chi si è domandato come e perché sia stato possibile che Renato De Pedis, boss della Banda della Magliana abbia potuto trovare sepoltura all’interno della basilica di Sant’Apollinare: “meriti”, evidentemente, che ci sono sconosciuti e che sarebbe interessante conoscere. Ad aver tempo e possibilità di vagabondare per cattedrali e chiese, tuttavia, spesso ci si imbatte in non meno sorprendenti episodi. Prendiamoci dunque la libertà, per una volta, di “scherzare coi santi”, noi che siamo modestissimi fanti.
Per esempio in una chiesa centrale di Montreal, Canada, è ancora possibile vedere negli affreschi delle volte, una bizzarra composizione, che mostra santi e beati, e naturalmente la Santa Vergine e Gesù ancora bambino; con loro c’è anche un Benito Mussolini in regolamentare camicia nera, assieme ai quadrunviri e ai partecipanti alla marcia su Roma. Se poi si va a Brooklyn, New York, nella Chiesa Madre, sempre confuso tra santi, beati e altre sacre immagini, si può vedere, anche un signore di mezza età, indossa un elegante cappotto di cammello anni Cinquanta, un borsalino in mano. Anni fa il sacerdote della Chiesa mi ha raccontato la storia di quella “presenza”, dandogli un nome e un cognome: Joe Profaci, boss mafioso della zona.
La storia, divertente e di un qualche amaro insegnamento, è questa: molti italo-americani erano partiti per combattere in Europa contro fascisti e nazisti. Le madri, le figlie, le mogli, le fidanzate, fecero un voto: “Se i nostri uomini tornano sani e salvi, ci tassiamo per costruire una chiesa”. La Santa Vergine deve essere stata particolarmente misericordiosa, e molti devono essere tornati: che le offerte raccolte superarono di gran lunga il denaro necessario per la costruzione della Chiesa. Con i soldi rimasti si acquistarono gioielli per adornare la statua della Vergine. Una notte a metà anni Cinquanta dei ladri penetrarono in Chiesa e si impossessarono dei gioielli. Polizia e investigatori non cavarono un ragno da un buco; il vescovo di allora, che doveva saperla lunga, si rivolse allora ai picciotti. Dopo qualche giorno i gioielli furono restituiti. Qualche giorno ancora, e nella stessa chiesa si celebrarono due funerali, quelli dei ladri di gioielli.
Per ringraziamento Joe Profaci venne ritratto sulla volta, appunto tra i santi e i beati. Più vicino a noi, ora: Siculiana è un piccolo paesino siciliano tra Agrigento e Caltanissetta. Da lì sono partiti i Caruana-Cuntrera, una famiglia mafiosa la cui ragnatela di traffici illeciti (narco-traffico soprattutto) è estesa tra Europa, Canada e Venezuela; anni fa andai a visitare la chiesetta del Santo Crocifisso. Da anni i boss avevano lasciato il paese: alcuni in carcere, altri a Montreal, altri ancora sparsi tra Germania, Regno Unito e Sud America. C’erano però i banconi dove i fedeli pregano la domenica e le feste comandate. Ogni bancone, la targhetta di chi l’aveva donato: e molti erano a nome dei boss espatriati, latitanti o in carcere. Come si dice: davvero le vie del Signore sono infinite.  Gualtiero Vecellio

 

Mafia e Magliana – 28 ottobre 2006

Roma, 28 ottobre 2005 - L'accusa è di aver fatto parte di un sodalizio di stampo mafioso che aveva messo le mani su Ostia attraverso violenze, intimidazioni, traffici illeciti e tentati omicidi. Di questo risponderanno in giudizio, a Roma il 23 gennaio prossimo, nove persone, alcune delle quali legate ad esponenti della Banda della Magliana.
A disporre il processo è stato il gup, Claudio Tortora Demma, che ha accolto le richieste del pm, Adriano Iasillo. Saranno giudicati per i reati che, a seconda delle posizioni, vanno dall'associazione per delinquere di stampo mafioso al traffico di droga, dal tentato omicidio all'estorsione, dall'usura, alla violazione della legge sulle armi: Luciano Crialesi, Roberto e Daniele Pergola, Vincenzo De Angelis, Francesco Antonini, Guido Centanni, Giovanni Galleoni, Faraj Sulaiman e Antonello Ciacci.
Secondo l'accusa il gruppo sarebbe riuscito a creare ad Ostia, alle porte della Capitale, una sorta di quartiere generale attraverso violenze, intimidazioni e incendi dolosi a scopo intimidatorio. I metodi operativi, secondo l'accusa, erano tipici delle associazioni di stampo mafioso, con legami a cosche siciliane e a clan camorristici, che mirava al profitto economico attraverso il traffico di sostanze stupefacenti, l'usura ed i videopoker.
I rinvii a giudizio scaturiscono dall'inchiesta avviata negli anni scorsi dopo una serie di tentati omicidi e di attentati dinamitardi avvenuti dopo l'omicidio di Paolo Frau, ex esponente della Banda della Magliana, ucciso nel 2002. Della stessa banda farebbero parte anche i tre elementi considerati più importanti: Crialesi, Roberto Pergola ed Emidio Salomone. La posizione processuale di quest'ultimo è stata stralciata dal troncone principale del procedimento. La sua vicenda infatti, suscitò alcune polemiche soprattutto dopo che il Tribunale del Riesame di Roma, il 26 gennaio scorso, revocò l'ordinanza di custodia cautelare emessa nei suoi confronti ed eseguita in Danimarca.

 

«Il cardinale Casaroli e la gang? Fantasie»  - 14 ottobre 2005

Città del Vaticano - «Fantasie. Pure e semplici fantasie. Casaroli mai e poi mai si sarebbe messo in situazioni equivoche». Il cardinale Achille Silvestrini, prefetto emerito della Congregazione per le Chiese orientali e per anni stretto collaboratore del porporato di Castelsangiovanni, liquida così le ultime sconcertanti dichiarazioni di Maurizio Abbatino, ex leader storico della banda della Magliana e oggi collaboratore di giustizia. In una lunga intervista andata in onda nell'ultima puntata della trasmissione televisiva Chi l'ha visto?, Abbatino aveva fatto un riferimento anche al cardinale Agostino Casaroli sostenendo che avrebbe avuto rapporti con la banda.
Tra le tante domande a cui ha risposto, una riguardava i presunti legami tra il Vaticano e la famigerata organizzazione criminale che negli anni '70 seminò il terrore a Roma. «Conoscevamo monsignor Casaroli» è stata la sua risposta. Secondo Abbatino, i contatti tra l'allora segretario di Stato e la banda li teneva un altro dei componenti della gang, Franco Giuseppucci. Casaroli, secondo Abbatino, «si occupava del processo di Renato (De Pedis, un altro dei componenti della banda ndr) e di farlo uscire dal carcere».
«Tutte fantasie - secondo Silvestrini che per anni, in segreteria di Stato, collaborò all'azione diplomatica intrapresa da Casaroli verso i paesi dell'Est e che più volte si è recato negli ultimi anni a Castelsangiovanni per commemorare il porporato, scomparso nel 1998
. «Ricordo che Casaroli prestava assistenza spirituale nelle carceri minorili di Roma - dice il cardinale - e allo stesso tempo patrocinava l'istituto "Villa Agnese" dove venivano accolti ragazzi usciti di prigione cui lui cercava di dare una mano per reinserirsi nella società». «L'unico contatto, se mai c'è stato - prosegue Silvestrini - può essere avvenuto in queste occasioni. Può darsi che Casaroli abbia conosciuto qualcuno degli appartenenti a quella banda in queste circostanze e può anche darsi che si sia dato da fare per qualcuno di loro per aiutarli a reinserirsi».

«Ma questo - prosegue il cardinale - lo faceva per tantissimi altri ragazzi in difficoltà. Sono sicuro che al di là di questo non possa esserci stato nient'altro. Il resto sono fantasie. Il cardinale Casaroli era un uomo di una tale dignità, finezza, trasparenza e discrezione che mai e poi mai si sarebbe messo in situazioni equivoche e di dubbia limpidezza».
Nell'intervista Abbatino aveva parlato a ruota libera dei collegamenti tra la banda della Magliana e capitoli ancora oscuri della storia italiana degli ultimi decenni: il sequestro Moro e un presunto incontro con l'ex segretario della Dc Flaminio Piccoli, la strage della stazione di Bologna e persino il delitto Calvi il cui processo è in corso a Roma (e per il quale Abbatino è stato ascoltato dai magistrati).
Mariangela Milani

 

Calvi, delitto di Mafia e Banda della Magliana – 15 dicembre 2005

Per Giuffé il mandante fu Pippo Calò

Nella programmazione dell’omicidio di Roberto Calvi, Ernesto Diotallevi ebbe un «ruolo manuale», mentre Flavio Carboni, principale imputato nel processo, recitó la parte del «compare», ossia di «amico-boia che dapprima si guadagnó la fiducia del banchiere e poi l’accompagnó nell’ultimo pezzo di strada consegnandolo alle persone che lo uccisero». È quanto emerge dalla deposizione del pentito di mafia Antonino Giuffré al processo per l’omicidio di Calvi, trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, il 18 giugno 1982.
Il collaboratore di giustizia ha sottolineato di aver appreso le circostanze della morte dell’ex presidente del Banco Ambrosiano da Lorenzo Di Gesù, uomo d’onore di Caccamo, deceduto, nel periodo in cui i giornali parlavano del “suicidio” di Calvi. «Appresi così» - ha aggiunto Giuffré - «che non si era suicidato, ma era stato suicidato».
«A farsi carico dell’omicidio» - ha raccontato ancora il pentito - «fu Pippo Caló, il quale aveva rapporti con la Banda della Magliana ed, in particolare, con Danilo Abbruciati, Domenico Balducci ed Ernesto Diotallevi. E proprio quest’ultimo ebbe un ruolo manuale nell’ omicidio».
Secondo le bollenti rivelazioni, Roberto Calvi fu ucciso perchè fece il passo più lungo della gamba: «quando la magistratura cominciò ad indagare, lui iniziò a minacciare, tra gli altri, il cardinale Marcinkus, esponenti della P2 nonché rappresentanti di Dc e Psi». Collegato in videoconferenza con l’aula bunker di Rebibbia, Giuffrè ha ribadito che Calvi aveva un legame abbastanza solido con Cosa Nostra: «Era considerato utile e veniva utilizzato per investire i profitti derivanti dal traffico di droga».

La Padania

 

Caso Orlandi: si riapre la pista della Magliana – 22 febbraio 2006

Il misterioso telefonista del caso Orlandi? «Lo riconosco, è... Il braccio destro di Renatino, il killer di fiducia di De Pedis. È proprietario di un ristorante, adesso c'ha i miliardi. Ma se chiedi di lui alla questura centrale ti sanno dire poco». Una rivelazione choc quella del superpentito Antonio Mancini, «l'accattone» della banda della Magliana, un tempo uomo di Fabiola Moretti, altra collaboratrice di giustizia nella maxi inchiesta sui «bravi ragazzi» della malavita romana. A 23 anni dalla scomparsa della quindicenne cittadina vaticana, Mancini l'ha fatta a sorpresa lunedì sera davanti alle telecamere della trasmissione Rai Chi l'ha visto? e ai fratelli di Emanuela, Pietro e Natalina Orlandi. Nessuna incertezza nel rivelare che la voce del fantomatico Mario, al telefono con lo zio della ragazza, altro non è che uno «scagnozzo» di «Renatino», il capo dei testaccini sepolto nella basilica di Sant'Apollinare accanto a vescovi e alti prelati. Ma a chi si riferisce Mancini? Soprattutto: sono attendibili le dichiarazioni del grande accusatore dell'ex pm Vitalone nell'inchiesta sull'omicidio del giornalista Carmine «Mino» Pecorelli naufragata in un nulla di fatto? Le nuove dichiarazioni, però, hanno scatenato un putiferio tanto che la Procura di Roma intende convocarlo. Secondo Mancini, insomma, il Mario che al telefono con i parenti di Emanuela cerca di depistare le indagini sarebbe uno della banda, titolare di un ristorante (e in sottofondo si sente il rumore di piatti e posate). Un personaggio comunque marginale, sospettato di avere partecipato a diversi agguati. Come l'omicidio di Edoardo Toscano, detto l'«operaietto» perché sempre pronto ad azioni criminose. Un episodio importante nella storia della banda, quando De Pedis decide di rompere con la batteria Ostia-Acilia. Toscano, appena uscito di prigione, si lamenta con Renatino della mancata assistenza ai familiari dei compagni «al gabbio». Ma per il «presidente» è troppo. Il 16 marzo, in viale della Marina a Ostia la vendetta. Solita tecnica ben collaudata dalla gang: moto di grossa cilindrata, due killer coperti dai caschi, pistole semiautomatiche.
Le indagini portano a una rosa di sospetti, primo fra tutti Renatino, poi il suo tirapiedi, tale «Ciletto» di Testaccio, infine un certo Rufetto. Altri ancora pensano ai vecchi amici di Danilo Abbruciati, ucciso 8 anni prima a Milano mentre attenta alla vita di Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano. L'inchiesta si blocca in una stradina di Campo de' Fiori, in via del Pellegrino quando, l'anno dopo, viene ammazzato De Pedis. La guerra di potere è al culmine. Tre anni dopo la maxioperazione della squadra mobile che porta sul banco degli imputati 70 personaggi fra boss del calibro di Maurizio Abbatino e Marcello Colafigli, usurai, rapinatori, spacciatori, allibratori nonché oscure figure che nell'Italia dei misteri avrebbero avuto diversi ruoli. Come i soci del fu Nicolino Selis, in stretto legame con la Nuova camorra di Raffaele Cutolo. Secondo Mancini, in particolare, la banda della Magliana avrebbe avuto una parte anche nel sequestro di Emanuela Orlandi. «I lupi grigi? Macché, su questa telefonata c'è l'odore della Magliana» ripete ai microfoni di Chi l'ha visto? togliendosi la cuffia. L'accattone diventa «pentito» dopo l'arresto, l'estradizione e le prime confessioni proprio di Abbatino, «Crispino», nel '92. Prima di lui erano diventati collaboratori di giustizia la donna Fabiola (già fidanzata di Danilo Abbruciati e Claudio Sicilia, il vesuviano), Sicilia, Fulvio Lucioli detto «il sorcio». In un primo momento le sue dichiarazioni non vengono tenute in gran conto dai giudici. Poi apriranno nuovi scenari su fatti insoluti, come il delitto Pecorelli.
Sul caso Orlandi, nei mesi scorsi, il procuratore aggiunto Italo Ormanni e il sostituto Simona Maisto avevano già raccolto una testimonianza di Mancini, ma questa era stata giudicata ininfluente e di scarsa rilevanza per le indagini. «Chiediamo che sia riaperto il caso. Riteniamo che sia un dovere accertare la verità nel rispetto di nostra sorella Emanuela e di nostro padre Ercole. Lo Stato Vaticano chieda la riapertura del caso» insistono i fratelli di Emanuela Orlandi.

Stefano Vladovich

 

INVESTIGATORI VERIFICANO ACCERTAMENTI SULLA BANDA DELLA MAGLIANA - 03 marzo-2006

Una consulenza tenica sulla cassetta in cui è registrata la voce dell'uomo che il 27 giugno 1983 telefonò allo zio di Emanuela Orlandi. Subito dopo si compareranno questi tratti vocali con la voce dell'uomo citato dal pentito della Banda della Magliana, Antonio Mancini una volta che questo, indicato con lo pseudonimo di 'Mario', sarà identificato. "E' come cercare un ago nel pagliaio, ma tenteremo anche questa strada", spiega un investigatore. Mancini, sentito dagli inquirenti nei giorni scorsi, ha confermato quanto detto durante una puntata della trasmissione "Chi l'ha visto", ossia di aver riconosciuto in uno dei killer di fiducia del boss Enrico De Pedis la voce della persona che chiamò la famiglia della ragazza. Potrebbe essere ascoltato anche l'altro collaboratore di giustizia Maurizio Abbatino, anche se questo passaggio istruttorio per il momento non è stato definito nella tempistica. Come inquadrare alla luce di questi ultimi elementi la scomparsa di Emanuela? Sono 3 gli episodi di cronaca, e forse più di storia, che collegano - anche sembra nel ragionamento proposto dallo stesso Mancini - il rapimento della giovane alle altre attività "coperte" della Banda della Magliana. Si comincia con le foto fatte a Giovanni Paolo II, ripreso in piscina e negli appartamenti privati; per passare poi all'omicidio del presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi; ed arrivare all'attentato a Roberto Rosone, vicepresidente dello stesso istituto di credito, in cui fu ucciso Danilo Abbruciati. Quando a metà anni '90 si battè però questa pista - si avverte in Procura - gli accertamenti non portarono a nulla.

IMGpress

 

Misteri italiani e depistaggi: con Lupacchini si parla di Magliana e della strage di Bologna  28 marzo 2006

Pistole e misteri: era una «spa» criminale dalle attività diversificate la Banda della Magliana, che per anni impose la sua legge nella capitale. Una storia che vede legami mai del tutto chiariti con P2, politica e intelligence «deviata», ipotizzando un ruolo dell'organizzazione in molti «misteri italiani», dal sequestro Moro alla strage di Bologna. Proprio nei depistaggi per sviare le indagini sull'attentato del 2 agosto 1980 incombe l'ombra mai sufficientemente svelata della Magliana. E di questo aspetto si parlerà domani alle 16.30, in via di Ripetta, 22, dove l'associazione Edmond Dantès presenta il libro sul sodalizio criminale scritto da Otello Lupacchini, alla presenza dell'autore e dei giornalisti del Manifesto e di Libero Andrea Colombo e Renato Besana. Un'occasione per confrontarsi senza pregiudizi, tentando di rinunciare al mero interesse di parte in nome di quella ricerca della verità sempre più indispensabile per un paese che continua a pretendersi civile.

 

Torna in carcere il "cassiere" della Magliana 28 maggio 2006

Enrico Nicoletti è stato arrestato insieme ai due figli. L'accusa è di aver riciclato, attraverso prestanome titolari di alcuni supermercati, ingenti somme di denaro provenienti dal clan camorristico dei Casalesi

Soldi, malavita organizzata, riciclaggio e supermercati: milioni di euro da "pulire" perché provenienti dal giro dell'usura e del traffico di droga dal clan dei Casalesi, famiglia di spicco della Camorra napoletana. A tenere i conti uno che di giri loschi se ne è occupato per una vita, Enrico Nicoletti, considerato dalle cronache giudiziarie l'ex cassiere della Banda della Magliana. In aiuto dell'ormai 70enne "imprenditore" romano, i due figli: Antonio e Massimo Nicoletti, rispettivamente di 43 e 42 anni. Per tutti e tre i carabinieri della Capitale hanno notificato i provvedimenti di custodia cautelare emessi dai pm Francesco Curcio e Raffaele Catone, che insieme alla Dia di Napoli hanno già spedito in carcere 24 persone coinvolte nella stessa inchiesta. L'accusa, per i Nicoletti, è di aver riciclato denaro "sporco" per conto dei Casalesi attraverso alcuni prestanome titolari di supermercati - sono 16 quelli già sequestrati dagli uomini della Dia e della Guardia di Finanza - che in realtà erano controllati dal malavitoso romano. I tre erano tornati in libertà nell'ottobre scorso. Per Enrico erano scaduti i termini di carcerazione preventiva, mentre per i figli ha fatto buon gioco un cavillo burocratico.

Secondo gli inquirenti il sodalizio malavitoso tra la famiglia Nicoletti e il clan dei Casalesi non è mai stato interrotto sin dai primissimi anni '90. La Camorra, sostengono gli investigatori napoletani, "ha invaso il basso Lazio con forti disponibilità economiche e capacità operative che possono spingere i clan molto lontano". Il punto centrale del sistema era di aggirare la normativa antiriciclaggio che impone ai direttori degli istituti di credito di segnalare agli uffici competenti i soggetti che presentano assegni con ingenti somme di denaro. Se poi si tratta di persone con precedenti penali, l'informativa viene inviata alla Dia nazionale e alla polizia valutaria della Guardia di Finanza. Dunque i supermercati rappresentavano un escamotage perfetto per eludere i controlli e far entrare diverse migliaia di euro al giorno direttamente nelle tasche del clan.
Per Nicoletti e figli si tratta solo dell'ennesimo arresto come tanti altri hanno segnato la vita del boss a partire dagli anni '80. Protagonista inossidabile della malavita romana, l'ex cassiere della Banda della Magliana, è stato più volte arrestato e poi scarcerato. Ha subito un numero impressionante di confische e sequestri per milioni di euro, che poi in parte gli sono stati restituiti. Eppure, lui ha sempre negato ogni legame con il crimine definendosi un semplice imprenditore. Ma con la Camorra napoletana Nicoletti ha sempre fatto "buoni affari" e intrattenuto relazioni pericolose, anche se si è sempre e solo occupato di business.

 

 

 

Torna a : Banda della Magliana

 

 

 

Avvenimenti Italiani

La memoria non si archivia