Barbara Balzarani e la guerra al sindacato 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I <<Nuclei per il potere del proletariato armato>> avevano ucciso la vigilatrice di Rebibbia Germana Stefanini, il 28 gennaio ’83; un’impresa isolata, forse una vendetta fine a se stessa , di un gruppo neanche registrato nelle miriade di sigle del terrorismo rosso. Occorre attendere oltre un anno per un altro omicidio, questo di rilievo; viene ucciso dalle Brigate rosse, con armi che ne perforano l’auto blindata, il diplomatico americano Leamont Hunt, già responsabile della forza multinazionale nel Sinai dopo il conflitto Israelo-egiziano nella penisola ( Roma 15 febbraio 1984)

E’ un’azione del Pcc, per cui << il dibattito sulla tesi della” ritirata strategica” si articola nel tempo intorno a tre iniziative armate>> La prima è Giugni, la seconda ( Hunt) << le Br-Pcc spostano la loro iniziativa sul terreno delle contraddizioni tra Est e Ovest e lanciano la proposta di un Fronte Internazionale Antimperialista>>. La terza azione sarà l’omicidi Taranelli.

In realtà l’omicidio Hunt appare anomalo in questa sequenza, non solo per la tecnica usata ( assalto a un’auto blindata), ma anche perché isolato, rispetto a una serie di azioni legate alla dinamica sindacale( come avverrà poi alla ripresa, nel 1999, dopo la pausa di oltre un decennio seguita al 1988).

L’unico riferimento a un preteso fronte internazionale antimperialista è un comunicato congiunto, reso noto alla fine dell’anno, dall’Action Directe Francese e dalla Rote Armee Fraktion tedesca. Ma quest’ultima è ormai in via di liquidazione, mentre Action Directe subirà duri colpi nel biennio successivo, sino all’arresto del suo ultimo leader, Max Frerot, nel novembre 1987.

L’organizzazione francese aveva comunque ucciso, subito dopo che le Brigate rosse avevano colpito Hunt, il generale Guy el fosse ( 27 marzo ’84) e il presidente e direttore generale della Renault, Gorge Besse il 17 novembre 1986.

Le iniziative delle Brigate rosse della <<ritirata strategica>>, sotto la guida di Barbara Balzarani – nome di battaglia Sara -, sono invece connesse alla realtà sindacale italiana, nel contesto politico seguito alle citate elezioni del 1983, accompagnate, nella stessa sera del 26 giugno, dall’omicidio del procuratore generale di Torino, Bruno Caccia. Egli  era stato uno dei protagonisti delle iniziative giudiziarie contro il partito armato, risorto, dopo il disastro  degli arresti di Milano, proprio nella città della Fiat, nel 1972, e ivi giunto all’epilogo con il caso Ligas. Per questo si era inizialmente pensato che Caccia fosse stato ucciso  dalle Brigate rosse, pur senza nessuna rivendicazione. Poi si attribuì l’omicidio alla mafia, ma gli assassini non furono mai identificati, un fatto , se pur minore, tra i tanti oscuri del periodo.

Nel 1984-85 le iniziative delle “tollerate” Brigate rosse sono invece connesse alle vicende delle lotte e fratture sindacali, a loro volta da inquadrare nel contesto del governo Craxi, che mira a creare uno spazio politico al Psi,contenendo alla Democrazia cristiana posizioni di potere più efficacemente che il centro sinistra di Nenni ( la strada che porterà a tangentopoli) e nello stesso tempo mettendo in difficoltà il PCI all’opposizione, incrinandone il rapporto con il sindacato. Sotto questo profilo, è utile ricordare la vicenda del decreto di San Valentino – 14 febbraio ’84 - , per il blocco di un anno della scala mobile, che si colloca in un processo di rottura tra la Cgil da una parte e Cisl e Uil dall’altra ( un contesto analogo a quello nel quale si inseriranno le ben diverse Brigate rosse del 2002, con l’omicidio  Biagi )

 

A questo punto, Lama non si sentì di aderirvi. Craxi invitò Cisl e Uil a firmare un accordo separato. Fu soprattutto Pierre Carniti – il leader della Cisl, con un passato molto di sinistra, anche se critico verso il PCI ( avrebbe poi aderito, con un suo gruppo cattolico, al Pds ) – a rifiutare un accordo separato e a suggerira a Craxi di trasformare il testo dell’accordo in un decreto-legge. E’ il giorno successivo-15 febbraio – che viene ucciso Hunt, proprio mentre si svolgono i primi scioperi spontanei contro l’emanazione del decreto. I media ricorderanno subito che non bisogna<<abbassare la guardia contro il terrorismo>> Il Psi ammonisce che le preannunciate manifestazioni della Cgil e del Pci contro il decreto del governo possono giovare alla propaganda e alle iniziative del partito armato. Ma il Pci fa emergere i sospetti ( una regia destabilizzante) che già  ebbe modo di esternare durante il sequestro Moro. Il 16 febbraio, durante la seduta del Senato dedicata all’ordine pubblico, con una relazione del Ministro dell’Interno, il senatore Macaluso, direttore de <<L’Unità>> ( che pur negli anni successivi sarà tra i più moderati e i più vicini al Psi fra i leader diessini) , interviene in termini che << La Repubblica >> può presentare con un titolo a piena pagina: “ Il Pci accusa due ministri: secondo Macaluso possono essere accusati di tradimento per il caso Cirillo.” Con questa presa di posizione il Pci sembra non farsi intimidire dal << non abbassare la guardia>> e concorre, con la corrente comunista della Cgil, a organizzare le manifestazioni contro il decreto, che culminano con quella di Roma di un milione di persone -24 marzo 1984 -, presentata dai media, come possibile occasione di attentati. Ma quello che accade, proprio nella notte tra il 23 e il 24 marzo, è una clamorosa impresa, attribuita alle Brigate rosse, che a Roma rapinano 35 miliardi al deposito della Brink’s Sekurmark.

Durante la rapina uno dei guardiani venne fotografato con alle spalle un drappo rosso con una stella bianca a cinque punte e la scritta <<Brigate rosse>>. Il 25 marzo alle otto, le Brigate rosse << rivendicano <<l’esproprio proletario di una banca sindoniana>> con una telefonata all’<Unità>> Il giorno dopo un redattore de il <<Il Messaggero>> riceve la telefonata – voce maschile- di un portavoce delle Brigate rosse>> perché ritiri del materiale nel cestino dei rifiuti a piazza Belli, vicino la statua del poeta romano, Nel cestino ci sono una busta arancione, tre proiettili calibro 7.62 di un’arma di dotazione alla Nato, due frammenti di foto del drappo con lo stemma delle Br che sembra lo stesso usato per le foto di Moro nella << prigione del popolo>>, un ritaglio di un comunicato n°7 in codice del 20 maggio ’78, allora attribuito alle Br ma evidentemente un falso ; e infine, un comunicato con intestazione Brigate rosse con la rivendicazione << dell’esproprio proletario>> alla Sekurmark.

I segnali in codice si moltiplicano durante la rapina, racconterà Franco Parsi, un dipendente della Banca, quello che appare il capo del commando lascia volutamente per terra una bomba <<Energa>>, sette spezzoni di catena metallica e sette chiavi. Inoltre le auto usate per la rapina, come quelle di via Fani, vengono riportate nelle vicinanze, correndo un rischio grave, salvo che non siano condizioni di assoluta sicurezza. Infine vengono fatti pervenire al <<Il Messaggero>> estratti bancari e documenti frutto della rapina, nonché originali di tre schede relative a Pecorelli, a Ingrao e al procuratore di Roma, Achille Gallucci. Sulla scheda di Pecorelli è aggiunto il nome << Sereno Freato>> collaboratore di Aldo Moro. Le sette chiavi e i sette frammenti di catena possono riferirsi sia al falso comunicato 7, sia a chiavi di appartamenti , sia alla catena che il 16 marzo 1978 aveva dovuto essere tagliata perché i sequestratori potessero avere un passaggio per l’auto con Moro a bordo, prima del trasferimento nel furgone.

Tutta questa simbologia lascia intendere messaggi cifrati, con la presenza dei servizi segreti, come emerge da un articolo pubblicato nel <<battage>> che seguì l’ultima impresa delle Brigate rosse di “Sara” Barbara Balzarani, l’omicidio all’Università di Roma, il 27 marzo 1985, del professor Ezio Tarantelli, consulente della Cisl per l’accordo sulla scala mobile. L’agguato avvenne la mattina del giorno nel quale avrebbe dovuto presentare alla costituzione del comitato per il <<no>> al referendum abrogativo chiesto dal Pci per il decreto di San Valentino del febbraio 1984.

L’articolo, sul maggior quotidiano italiano, prende le mosse dall’arresto degli autori della rapina, che non c’entrano niente con le Brigate rosse; ma che sono catturati in concomitanza con l’omicidio. Contiene inspiegabili errori di data, non accenna alla grande manifestazione di Roma, ma stabilisce collegamenti tra servizi e lotta armata. << E’ un enigma a scatole cinesi, un mistero dentro l’altro e l’ultima scatola – quella interna, la più piccola – dovrebbe celare il mistero più grosso.

La concatenazione dei vari “involucri” appare già impressionante. Ci sono una rapina del secolo, due assassinii ( uno dei quali è il “cadavere eccellente” di Mino Pecorelli), la colonna romana delle Brigate rosse all’epoca del sequestro Moro, alcuni servizi segreti, infine la P2.

Tutto  ciò fa deve far riferimento alla sequenza di fatti di un anno prima, così riassumibili: 14 febbraio, decreto sulla scala mobile, 15 febbraio, omicidio Hunt, 16 febbraio, discorso di macaluso che accusa due ministri di alto tradimento, e il coinvolgimento dei servizi segreti nel caso Cirillo, poi un mese di manifestazioni contro il decreto, notte del 23, vigilia della più importante rapina del secolo, seguita dai falsi comunicati rivendicativi delle Brigate rosse.

Si è già detto dell’anomalia dell’attentato a Hunt. Si può anche pensare che le Br abbiano voluto vendicare la sconfitta << americana>> subita con il generale Dozier, egli non era stato ucciso sebbene al momento della liberazione un brigatista gli teneva una pistola puntata alla tempia. Può essere che il brigatista, se avesse sparato, temesse di essere ucciso a sua volta. La morte di Hunt può essere vista come una risposta delle Brigate rosse. Ma la sequenza dal 14 febbraio al 24 marzo può far pensare a un progetto per agevolare il governo e mettere in difficoltà il Pci, opera di servizi segreti che hanno imparato da tempo quanto Genova attribuisce dal ’79 alla polizia non più obbediente. << Non conosciamo il timore reverenziale o lo spauracchio delle punizioni dall’alto>> Genova sarà poi eletto deputato nelle liste del Psdi.

La possibile implicazione dei servizi nell’operazione che culmina nella rapina (adombrata dal <<Corriere>>), spiega l’analogia col <<famoso borsello>>, lasciato in un taxi, a Roma, il 4 aprile ’79. Contiene, legati con un nastro adesivo, undici proiettili di grosso calibro per pistola, un pacchetto di tovaglioli marca Palma, identici a quelli usati per tamponare le ferite a Moro. Alla guida del taxi c’è Antonio Chichiarelli, quando due studenti americani trovano il borsello abbandonato; Chichiarelli li accompagna dai carabinieri perché lo consegnino al colonnello Cornacchia, iscritto alla P2,

Cornacchia vi trova anche : nove chiavi di tipo Yale, riunite a mazzo; una bustina con tre pillole bianche, simili a quelle usate da Moro; una patente di guida intestata a Luciano Grossetti; un frammento di biglietto dei traghetti Villa San Giovanni- Messina; le solite tre schede ( Gallucci, Ingrao,Pecorelli), in fotocopia ; e un progetto di attentato contro il noto avvocato milanese Giuseppe Prisco, del quale si sarebbe poi parlato come possibile presidente del Banco di Roma, dopo lo scoppio dello scandalo Calvi. Le chiavi possono essere le basi brigatiste; la patente un’allusione a quella di Moro, che Gallinari asserisce di aver bruciato con gli originali delle <<carte>> dello statista; il frammento di biglietto allude al viaggio in Sicilia di Moretti e  << Sara>>, nell’inverno ’75-76. Intanto Chichiarelli, legato ai servizi, autore del falso comunicato n7 ( che sappiamo essere stata un’idea di Claudio Vitalone) ideatore e guida della rapina alla Sekurmark, tassista miliardario, ( coninvolto nei traffici della Banda della Magliana) , viene ucciso il 28 settembre sotto la sua abitazione a Monte Sacro a Roma, ovviamente il killer non sarà mai identificato. Si può concludere che nel 1984 le Brigate rosse di Balzarani si ripresentano sulla scena, durante la <<ritirata strategica>>, con tutte le caratteristiche della loro storia. Dopo l’omicidio Hunt e prima di colpire Tarantelli, compiono alcune imprese minori.

 

<B>Br, libertà condizionata alla Balzerani<br>partecipò al commando che sequestrò Moro</B>

Barbara Balzarani

 

Barbara Balzarani è l’ultimo leader delle Brigate rosse storiche. Come Nadia Mantovani, e Margherita Cagol è di formazione cattolica, attraverso << i professori di religione e di filosofia al Liceo di Colleferro, che lascia nel cruciale ’69 per trasferirsi a Roma, dove vive con Antonio Marini, Tony il professorino, come è chiamato dai suoi compagni di Potere operaio al Tiburtino: per lui c’è Potop, sempre Potop, solo Potop. Dopo la laurea, Barbara e l’amica Gabriella Mariani scelgono un lavoro difficile, quello di assistere i bambini handicappati e sono assunte, il 1 ottobre 1974 e il 1° febbraio 1975 al “Nido Verde”, una struttura modello. Il 20 febbraio sposa Antonio Marini, che in giugno la lascia per vivere con Gabriella Mariani. All’inizio gennaio ‘76 fa la sua apparizione a Roma Mario Moretti.

Secondo alcune versioni,l’incontro tra i due avviene nel dicembre ’75, una differenza comunque minima, nel periodo di costruzione della colonna romana, che comprende il mai chiarito viaggio in Sicilia. Con Moretti, Sara arriva al vertice delle Brigate rosse. Non ci sono donne nel commando che spara a via Fani: Anna Laura Braghetti non è ancora clandestina. Adriana Faranda non è presente . Sara invece lo è, con un ruolo secondario ( arresta il traffico con una paletta della polizia).in via Stresa.

Balzarani aveva coordinato la <<ritirata strategica>> dalla Francia, dalla quale era giunta a Roma per  organizzare la<<campagna>> sulla scala mobile, conclusa con il solo omicidio Tarantelli. Il suo compagno, Gianni Pelosi, << è insospettabile, aveva un documento di identità rilasciato dal ministero degli esteri, in quanto a Parigi era riuscito a trovare lavoro presso un funzionario Ocse.

Balzarani, con tutta probabilità aveva ereditato da Moretti i rapporti con il misterioso centro studi Hyperion, coi suoi protettori legati  evidentemente ai servizi francesi, e anche la limitata sopravvivenza dell’organizzazione, frutto delle trattative per le <<carte>> di Moro.

 

Nel giugno 1985, dopo 15 anni questa storia si conclude definitivamente, con l’arresto della sua ultima protagonista, che in carcere rimane coerente – scriverà un libro, “Compagna Luna” la biografia convincente della ragazza che è passata dall’assistenza ai bambini handicappati allo Skorpion della lotta armata – ma che mantiene l’impegno preso da Moretti, dopo via Gradoli, di avallare la versione ufficiale del caso Moro, compresa la raccolta della sabbia sulla spiaggia per deporla, a scopo depistante nei pantaloni dello statista. Con l’incarcerazione di Brarbara Balzarani scompaiono, dalla storia dei gruppi che raccoglieranno l’eredità delle Brigate rosse, le personalità di rilievo che lasceranno traccia in una storia più ampia – quella della sinistra e del suo ruolo nella società italiana – lungo l’accidentato percorso della lotta armata, pur con le sue ambiguità, che arriva dalla contestazione del <<Sessantotto alla vigilia del declino comunista nel 1986 , dall’ascesa di Gorbaciov alla segreteria del Pcus>>.

 

Fonte : Piombo rosso di Giorgio Galli –

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’uccisione di Ezio Tarantelli

I misteri di via Fani

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La P2

 

 

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