Avola : i mitra sparano – 2 dicembre 1968

 

 

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La scheda della memoria : I fatti di Avola

 

Volevano trecento lire in più. Ma la loro protesta è finita nel sangue

 

Un articolo di Mauro De Mauro – vedi: scheda su De Mauro. il giornalista ucciso dalla mafia

 

Avola. Al ventesimo chilometro della statale 115, quasi alle porte di Avola, non si passa più. Bisogna scendere dalla macchina e proseguire a piedi verso il grosso borgo che si intravede  poco al di là della curva, quasi di fronte al mare. E’ difficile mantenersi in equilibrio sull’asfalto di pietre e bossoli. E’ uno spettacolo desolante; si ha la precisa sensazione che qui, per diverse ore, si è svolta un’accanita battaglia. In fondo al rettilineo la strada  è parzialmente ostruita dalle carcasse fumanti di due automezzi della polizia dati alle fiamme.

Sull’asfalto, qua e là, dalle chiazze  di sangue rappreso. Anche un autotreno, messo di traverso dagli operai in sciopero per bloccare la strada, è sforacchiato dai colpi e annerito dal fuoco. Proprio come una “R4” e una decina di motociclette dei braccianti su cui i serbatoi i poliziotti hanno sparato per impedirgli di andarsene.

Sono le dieci di sera di lunedì 2 dicembre. Giornalisti e fotografi. Accorsi da tutta l’Italia, stanno raggiungendo un paese il cui  nome resterà a lungo nella storia delle lotte sindacali siciliane.

E’ una prospera cittadina , a pochi chilometri da Siracusa, al centro di una ricchissima zona di orti e agrumeti. Fino a ieri era noto come “ il posto delle mandorle”, le buone, dolcissime,tenere mandorle di Avola. Da oggi non si potrà più nominare senza venir colti da un senso di sgomento e di profonda amarezza.

Due chili di bossoli

Giuseppe Scibilia, di quarantasette anni, era nato qui. Angelo Sigona, di ventinove anni, era nato a pochi chilometri di distanza, a Cassibile, il paese dove, nel settembre del ’43, il generale Castellano firmò l’armistizio per l’Italia sotto la tenda del generale Eisenhower. Ora sono tutti e due distesi nella sala mortuaria dell’ospedale di Siracusa. Gli hanno sparato i poliziotti di ogni grado, appartenenti al battaglione mobile-operativo di Siracusa, con armi diverse: dai mitra corti in dotazione degli agenti alle pistole calibro 9, 7,65 e 6,35 in dotazione agli ufficiali , sottoufficiali e agenti di Pubblica sicurezza.

Una parte delle centinaia di bossoli raccolti poco fa sul campo di battaglia sono in possesso della Federbraccianti. Qualcuno, il deputato Antonino Piscitello, che si trovava sul posto al momento dell’eccidio, li ha anche pesati; erano più di due chili. Il piombo delle forze dell’ordine ha ridotto in fin di vita altri quattro braccianti. Uno di essi, Giorgio Garofano, nato ad Avola trentasette anni fa, ha tredici pallottole nel ventre.

Fa freddo, la statale 115 è in parte ghiacciata. Ma dà un senso di gelo maggiore il doversi ancora occupare, dopo venticinque anni di lotte sindacali contadine, di braccianti caduti sotto il piombo dei mitra della polizia di uno Stato democratico.

Il presidente della Confagricoltura, come Alfonso Gaetani, era in viaggio alla volta  di Siracusa contendere a questi uomini il miglioramento che reclamavano, ma la battaglia del chilometro 20 ha interrotto il suo viaggio.

Tutto cominciò dieci giorni fa, quando i braccianti agricoli aderenti alle tre maggiori organizzazioni sindacali –CGIL, CISL e UIL) decisero di intraprendere una grande azione unitaria. Si trattava di ottenere un aumento del 10 per cento sulle paghe, ma soprattutto di un elementare diritto fino ad oggi negato: la parità di trattamento salariale tra addetti  a uno stesso lavoro in due zone diverse di una stessa provincia. Questo infatti è un paese in cui si può ancora morire battendosi per non equiparare i salari di Avola a quelli di Milano, ma per ottenere che il bracciante di Avola abbia un salario non inferiore a quello del bracciante di Lentini, Carlentini e Francoforte, in cui la paga giornaliera è di 3.480 lire, e la zona B, con Siracusa e restanti comuni della provincia, in cui la paga è di 3.110 lire.

Tutto questo, nonostante che la provincia di Siracusa sia tra le più floride della Sicilia. Florida cioè per i proprietari terrieri, che da ogni ettaro di agrumeto riescono a trarre annualmente un reddito netto che varia tra le 600 e le 800 mila lire.

In realtà, il reddito medio pro-capite in provincia di Siracusa è tra i più basi d’Italia. E se la media statistica crolla a questi valori da mondo sottosviluppato, è per le condizioni di vita del bracciantato locale. Per questo già da due anni fa ci furono rivendicazioni e proteste. E a Lentini una serie gravissima di incidenti con polizia e carabinieri. Anche allora si trattava di un’azione sindacale originata dal rinnovo del contratto di lavoro. Ma allora c’erano stati dei feriti. Oggi si piangono dei morti.

Di fronte al rifiuto degli agrari di prendere contatto con i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, il 25 novembre scorso, lunedì, 32.000 mila lavoratori agricoli incrociarono le braccia abbandonando i “ giardini” dove in questi giorni maturano gli aranci. All’azione partecipano, inconsapevoli dell’importanza del problema, tutti i sindaci dei paesi interessati, socialisti,democristiani e comunisti.

Ma i proprietari non cedono, rifiutano l’incontro, adottano ogni sorta d’espediente per prendere tempo. Così, dalle piazze dei paesi i braccianti in sciopero dilagano lungo le stradi provinciali, innalzando blocchi di pietre nella speranza che le interruzioni del traffico attirino l’attenzione del governo.

E infatti qualcuno s’accorge delle pietre , dei blocchi per le strade,del traffico difficile, ma non del problema per cui ci si batte. Il prefetto di Siracusa convoca il sindaco socialista di Avola e lo invita a intervenire perché i blocchi vengano rimossi e il traffico possa riprendere immediatamente. << Lei è il primo cittadino di questo paese>>, dice in sostanza il prefetto, << e il suo dovere è dunque quello di indossare la fascia tricolore e di raggiungere gli scioperanti per convincerli a sciogliere la manifestazione>>. Ma i sindaco Danaro non è affatto d’accordo.<< Indosserò la fascia tricolore>>, risponde, << e andrò a unirmi agli scioperanti per presentarmi alla polizia e intimarle di lasciare immediatamente il nostro paese>>.

Così avviene. Infatti. E così, nel primo pomeriggio di lunedì, mentre un centinaio di braccianti agricoli sono intorno a uno sbarramento di pietre eretto al ventesimo. chilometro della statale 115, poco prima al bivio per il lido di Avola, nove camionette cariche di agenti, per complessivi novanta uomini, arrivano a Siracusa e si arrestano di fronte al blocco intimandone lo smantellamento immediato.

Sono novanta uomini col mitra a mano, il tascapane pieno di bombe lacrimogene, e l’elmetto d’acciaio col sottogola abbassato. Questo basta perché i braccianti esasperati  reagiscono con un primo lancio di pietre. I poliziotti arretrano. L’ufficiale che li comanda grida un ordine secco, e una prima scarica di bombe piove sul gruppo degli scioperanti sprigionando un densa nuvola di fumo bianco.

Ma il gas, invece di intossicare  gli operai, investe, trasportato dal vento, gli stessi poliziotti i quali vengono contemporaneamente respinti una seconda volta con un’altra bordata di pietre. I piani di battaglia elaborati a tavolino dai comandanti delle forze dell’ordine sono travolti dagli avvenimenti.

Da uno scontro frontale la battaglia si frantuma in una serie di  piccoli episodi di violenza, uomo contro uomo, e dalla strada si trasferisce nei campi circostanti.

Altri braccianti accorrono dalle case coloniche vicine. Disseminati e privi di collegamento tra di loro, i poliziotti rischiano di venire sopraffatti, perdono la testa. Qualcuno, rimasto isolato, comincia a sparare. In pochi secondi le grida che fino a quel momento avevano dominato il campo di battaglia vengono coperte da una serie di scariche frastornanti, ininterrotte, un inferno che soffoca il gemito dei feriti. Le file dei braccianti indietreggiano, gli uomini si danno ala fuga, la polizia rimane padrona del campo.

Ma è una vittoria talmente amara e tragica, che le forze dell’ordine non se la sentono di presidiare il campo di battaglia. Dopo aver operato una decina di fermi e aver smantellato il blocco stradale,gli agenti abbandonano la zona di Avola, consapevoli che la loro presenza potrebbe scatenare reazioni.

Adesso, alle undici di sera, Avola sembra un paese di fantasmi. Dalle due del pomeriggio la vita si fermata, i negozi hanno abbassato le saracinesche in segno di protesta e di lutto, le due sale cinematografiche hanno chiuso. Una folla immobile e muta indugia sulla piazza principale dove poco fa il sindacalista Agosta ha tenuto un comizio a nome della federazione dei braccianti. In giro non si vede neppure una divisa. E’come se l’intero paese stesse aspettando di riprendere contatto con una realtà che tuttora appare incredibile.

Ma il cordoglio, come del resto la destituzione del questore di Siracusa Vincenzo Politi o le deplorazioni ufficiali, evidentemente non bastano.

Telegramma ai socialisti

Perché in Italia si spara ancora sui braccianti, sugli operai, sui contadini? Il segretario regionale del PSI, on Lauricella, la UIL siciliana, i socialisti della CGIL siciliana hanno telegrafato ai loro compagni impegnati nelle trattative di governo per esigere, come condizione irrinunciabile della partecipazione socialista a una nuova coalizione di centro-sinistra, l’immediato disarmo della polizia. << In questa amara circostanza>>, ha detto Vito Scalia, segretario confederale della CISL( e originari di questa zona), << sono costretto a ricordare di aver chiesto già da molto tempo, e precisamente all’indomani dei tristi fatti di Ceccano, la creazione di speciali reparti di polizia del lavoro privi di armi e dotato soltanto di normali mezzi di sfollamento.

Come tutta conseguenza, venni additato a una specie di linciaggio morale da parte del paese; ma se quella proposta fosse stata accolta, oggi non si piangerebbe sulle spoglie di morti innocenti e sulle ferite di tanti lavoratori.

 

Avola 2 dicembre 1968

 

 

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La memoria non si archivia