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Undici mesi di libertà - La
sparatoria di Via Maderno |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
Renato Curcio 344 giorni:la libertà di Curcio, la
latitanza
dall’evasione di Casale all’arresto a Milano di Via Maderno
5.Renato Curcio viene catturato insieme a una
compagna in una base di porta Ticinese a Milano,nel tardo pomeriggio di una
domenica 18 Gennaio 1976. Prima di arrendersi si batte a
colpi di mitra e di pistola, un proiettile lo ferisce ad una spalla.
La caccia dei carabinieri era scattata la sera dell’evasione da Casale
Monferrato, ma già alcuni giorni prima dell’assalto al carcere,nelle mani degli inquirenti era finita una traccia che si
sarebbe rivelata di importanza fondamentale per le indagini: il negativo a
colori trovato nella villetta di Tortona. Alla ragazza ritratta in un
fotogramma insieme a Curcio dopo mesi di ricerche,
avevano dato un nome: Nadia Mantovani. Il nome non dice troppo, è studentessa di medicina all’università di
Padova, una “brava ragazza” una tranquilla ragazza di campagna. Quando Curcio
fugge la traccia della ragazza è ripresa e
abbandonata più volte. Ad agosto sembra che il guerrigliero stia per cadere
nella trappola che i carabinieri gli hanno teso. Non è più un leader delle bierre, a detta degli inquirenti,è
ormai emarginato, forse in disaccordo politicamente, i capi sono altri. L’azione sfuma e si decide
di seguire la ragazza. Mesi di pedinamenti, con contatti che si perdono e si
riprendono, infine ai primi di gennaio, la sensazione che la pista sia buona
diviene certezza. Viene individuato l’appartamento
che Curcio e Mantovani abitano, una stanza, servizi, e un grande balcone al piano 4 di
via Maderno 5. Lo hanno affittato da
Adriano Colombo, operaio dell’alfa di Arese. Di fronte alla casa sorge la chiesa di Santa Maria di Caravaggio. Dal
parroco don Luigi Lattuada i carabinieri ottengono
il permesso di appostarsi sul campanile: con teleobiettivi e macchine a raggi
infrarossi fotografano rispettivamente la ragazza e l’uomo barbuto che
occupano il mini attico. Le foto avvalorano i
sospetti e danno la certezza : l’uomo è Renato Curcio Da
Nadia Mantovani i carabinieri sono risaliti anche ad un
altro gruppo: due uomini e una donna, per i loro spostamenti usano spesso una
127 con targa uguale a quella di un mezzo pubblico. L’operazione è decisa per
la terza domenica del
mese. Nella rete cadono prima i tre sconosciuti: arrestati
mentre camminano per strada, intorno alle 9, prima la donna poi i suoi
compagni. Si dichiarano “prigionieri
politici” ; i loro nomi vengono tenuti segreti per
24 ore, non dicono troppo : i coniugi Vincenzo Gagliardo, un tunisino da anni
in Italia, Silvia Rossi Marchesa, di Cavour, entrambi di 27 anni: Dario Lo Cascio, di 28 anni di Catania. Soltanto tre giorni dopo questi, davanti al magistrato, dirà di chiamarsi in realtà
Angelo Basone. E’ sera
quando viene tentata l’irruzzione nella casa
di Via Maderno. Curcio e
la sua sono rientrati da poco, gli uomini dei nuclei
speciali salgono con cautela le scale fino al 4° piano. La casa è circondata
da decine di uomini tutti armati. I carabinieri
suonano al campanello. Quanto segue è incerto. Da una cronaca: “Curcio , siete circondati, vi
dovete arrendere” gridano i carabinieri. E subito dopo un ufficiale ha
aggiunto:” Nadia vieni fuori” , dall’interno
dell’appartamento Curcio: “so che volete
ucciderci”. Poi il finimondo, spari e una lunga battaglia senza speranza
con i carabinieri viene sfiorata la tragedia. Racconta il Cap
Giovanni Digati, del nucleo investigativo: sono
stati 25 minuti d’inferno con pallottole che fischiavano da tutte le parti,
noi lo costringevamo a non affacciarsi, avevano paura delle bombe a mano. Gli
uomini sparavano raffiche di mitra a intervalli
regolari: “lui è un che se ne intende, ha capito che in quella situazione non
avrebbe potuta cavarsela”: Nello scontro Curcio è
ferito alla spalla sinistra, colpito anche il brigadiere Lucio Prati, al
braccio e al calcagno. Ancora pochi minuti di sparatoria, poi dall’interno
della casa Curcio:” se non
mi sparate esco “, gli viene data assicurazione , Curcio
esce camminando all’indietro, con le mani alzate. Renato Curcio viene
medicato al Fatebenefratelli e trasferito alla
caserma dei carabinieri in via Moscova.Parla a
lungo con i carabinieri e dice”io non c’è l’ho con voi personalmente, ma con
le istituzioni, con il sistema”. Qualcuno gli obietta che anche l’arma ha
fatto la resistenza. “Non l’arma” ribatte Curcio”
ma solo alcuni comportamenti individuali tutti apprezzabili”. Contesta aspramente
l’uccisione di Mara,Voi carabinieri, avete “giustiziato “ Mara finendola con
un colpo al cuore quando era già gravemente ferita al torace, il colpo
mortale fu esploso a bruciapelo. Non avete atteso che morisse,
magari in ospedale, l’avete finita , insomma l’avete giustiziata.. Curcio
continua a parlare, e fra le altre cose dice” con il mio arresto le bierre hanno perduto semplicemente un uomo, anzi alcuni
uomini, ma siamo in molti, tanti, quanti nemmeno potete immaginare, di ogni casta e ceto sociale,”. “Siamo cresciuti subito e
continueremo a crescere: ora più rapidamente di
prima. Non sappiamo con esattezza quanti siamo: i
rivoluzionari riescono a contarsi soltanto a rivoluzione finita”. Renato Curcio
viene rinchiuso a San Vittore, in isolamento duro,e
nei giorni successivi al magistrato Fernando Pomarici
dice: “lei è portatore di una logica giudiziaria che la rende responsabile di
ciò che ha fatto il giudice ad Alessandria (nella rivolta del carcere
morirono 6 persone). Non intendo rispondere alle singole domande in quanto
accetto il dialogo esclusivamente circa la scelta ideologica e conseguente
comportamento, di cui mi assumo la piena responsabilità”: Ma davanti al giudice
istruttore Antonio Lombardi, incaricato delle indagini sull’evasione di
Casale Monferrato, rivive gli attimi drammatici di quel freddo pomeriggio
d’inverno, l’emozione della fuga, la libertà raggiunta senza spargimento di
sangue, ricorda il momento in cui la sua compagna lo chiamò: “ho sentito chiaramente una voce a me molto cara” da
Imputazione Banda armata |
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