Missili, carri armati in cambio di droga….

 

 

Un articolo di Riccardo Riccardo Orioles del giugno 1983 – Le i indagini del giudice Palermo

 

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Manca ormai pochissimo ad una delle scadenze fondamentali della lotta alla mafia di questi anni. Si attende infatti di settimana in settimana - e non è da escludersi che, al momento in cui saremo in edicola, l'avvenimento non si sia già prodotto - la conclusione dell'indagine del giudice Palermo sui traffici di armi e droga fra il Medio Oriente e l'Italia: un lavoro di anni, paragonabile soltanto a quello intrapreso a suo tempo da Falcone sulle «Famiglie» palermitane e come quello destinato ad restare un punto di riferimento ed uno strumento di lavoro per chiunque intenda conoscere e combattere la criminalità mafiosa. Gli argomenti ed i nomi che vi si affollano - mafie e servizi segreti, traffici di droga e operazioni «politiche», Padrini e generali - costituiscono uno spaccato allucinante di ciò che brulica non diremo nei bassifondi ma ai piani superiori della nostra società. Ma andiamo con ordine.
L'inchiesta della magistratura trentina è durata più di tre anni ed è nata, originariamente, sul «vecchio» terreno della lotta al traffico degli stupefacenti. Da tempo infatti (approssimativamente, dalla fine della guerra in Vietnam) la rotta principale del traffico della droga passa attraverso il Mediterraneo orientale, avendo come punti nevralgici - oltre che la Sicilia - la frontiera triestina e il triangolo Verona-Bolzano-Trento: la prima come punto di transito per i Tir provenienti dai Balcani, il secondo come luogo di deposito per la droga destinata ai mercati europei.


Indagando su quanto avveniva in queste zone (dove fra l'altro la tossicodipendenza aveva raggiunto punte altissime: vedi Verona), la magistratura trentina è riuscita ben presto ad individuare nomi e circostanze precise: i siciliani Gerlando Alberti, Rosario D'Agostino, Matteo Buccola, Benedetto Marceno e Nicolò Puccio e i turchi Mehmed Karakafa, Ismet e Kilift Anifi, Milka Donazet, Lisatif e Abas Mometi, Salih Lemanis e Fatmir Osmani sono stati rinviati a giudizio, assieme ad alcune decine di «soldati» italiani, turchi, siriani, jugoslavi e tedeschi per traffico di stupefacenti (circa 4000 chili di morfina-base ed eroina fatti passare dal Medio Oriente all'Italia fra il 1978 e il 1981). Ma era solo l'inizio. Ben presto è emerso da un lato che l'attività dei trafficanti non si limitava agli stupefacenti ma si estendeva anche al traffico di armi attraverso gli stessi canali, dall'altro, che i mafiosi individuati erano solo una parte di un'organizzazione molto più potente: tanto potente da essere in grado di usare le mafie - quella siciliana come quella turca - come un proprio braccio operativo.
Il primo nome che vien fuori a indicare questa nuova dimensione dei traffici è quello di Herbert Oberhofer. Sudtirolese, con buone entrature sia nei circoli neonazisti che negli ambienti industriali locali, è soprattutto un uomo dei servizi segreti, che se ne servono in più d'una occasione. Gli vengono attribuiti diversi attentati commessi nel Trentino durante gli anni Settanta, nel quadro della «strategia della tensione»; fra i suoi contatti più proficui c'è Karl Koffler, il più noto industriale della regione. Koffler, arrestato su ordine della magistratura trentina, non arriverà mai a raccontare quello che sa sui carichi che valicano il Brennero: un provvidenziale «suicidio» in cella assicurerà il suo silenzio, mentre Oberhofer riuscirà, più o meno avventuruosamente - e stranamente - a restar latitante.


Il nome successivo è quello di Henri Assan, siriano, titolare di un ufficio d'import-export che per strana coincidenza ha sede a Milano, nel palazzo della banca di Calvi, anche lui abbastanza noto negli ambienti dei servizi segreti, di quelli americani in particolare. Da quell'ufficio partono telex che hanno il potere di spostare da un punto all'altro del Mediterraneo decine di carri armati e decine di migliaia di mitra. I carri armati sono i «Leopard» in dotazione alla Nato, i mitra sono dei «Kalashnikov», l'arma d'ordinanza - oltre che di iraqeni, siriani, palestinesi, falangisti, drusi, maroniti e di tutti gli altri eserciti regolari e irregolari che si combattono nel Medio Oriente - della nuova mafia.
Le armi, pesanti e leggere, partono dai porti italiani sotto la veste di «macchinario industriale». Non incontrano soverchi controlli alla frontiera. Al loro posto, dalla Turchia e dal Libano, arrivano tonnellate di eroina o - molto più frequentemente - di morfina-base: evidentemente, l'organizzazione dispone anche delle «raffinerie» necessarie a trasformare la materia prima in droga pronta per l'uso.
Il corrispondente di Arsan dall'altra parte del Mediterraneo è Bedir Celenk, uno dei boss della recente ma potentissima mafia turca. L'uomo, anch'egli non privo di contatti con uomini dei servizi segreti (in questo caso, orientali) ha il suo quartier generale in un albergo di Sofia, dove può contare su una certa tolleranza da parte delle autorità: evidentemente, un uomo in grado di far viaggiare alla svelta e senza lasciar tracce mercanzie irregolari può far comodo a tutti. Parallelamente, ma a un livello minore, operano altri due personaggi turchi, l'armatore Mehemet Cantas (proprietario, con Arsan, di navi buone a caricare anche carri armati) e il boss Ertem Tegmen. Il meccanismo, così, funziona con una perfetta divisione di zone e di compiti: per quel che se ne sa finora, sono i siciliani (quelli di Alberti: ma grossi carichi di morfina-base fra Turchia e Italia erano già stati fatti viaggiare, alla fine degli anni Settanta, dai catanesi fratelli Cutaja) a fungere da braccio esecutivo per il versante occidentale; i turchi, il cui peso è dunque notevolmente cresciuto negli equilibri della malavita internazionale, controllano il settore orientale.
Fino a questo momento, si potrebbe parlare di una «semplice» evoluzione del controllo mafioso sul mercato della droga. Ma i nomi nuovi che via via emergono dall'inchiesta della Procura di Trento rendono il quadro più complesso.
Il primo di essi è quello di Massimo Pugliese, ex-colonnello dei carabinieri ed uomo di punta prima del Sifar e poi del Sid. Quasi contemporaneamente a lui, vengono arrestati per ordine del giudice Palermo Carlo Bertoncini, Enzo Giovannelli, l'egiziano Ivan Galileos e l'esperto missilistico (professione, per un trafficante d'armi, alquanto inquietante...) Glauco Partel. Oltre che dei servizi segreti «devianti», Pugliese è stato esponente non di secondo piano (tessera 1914, codice E.19.77) della P-2, la loggia che controllava buona parte del mondo politico italiano.


Non si può ancora dire con certezza quanto e attraverso quali canali essa abbia operato per favorire i trafficanti di armi (e di droga): con ogni probabilità, si chiude qui il cerchio a suo tempo aperto dai contatti fra il banchiere della mafia Sindona e diverse logge «coperte» della massoneria. Qual era il ruolo, nel traffico, dell'ex-colonnello? Quali i rapporti con le componenti mafiose di esso? E che significato hanno, negli interrogatori di Pugliese, i nomi di protagonisti delle vicende gelliane come Francesco Pazienza e Flavio Carboni? Il segreto istruttorio copre tutto. Di certo c'è solo, qualche settimana più tardi, un avviso di reato - «associazione per delinquere e traffico d'armi» - per l'ex-comandante in capo del Sismi Giuseppe Santovito: anche lui piduista.
Il generale (a suo tempo rimosso dall'incarico per aver giurato fedeltà a Gelli) è il personaggio più importante emerso fino a questo momento dall'inchiesta trentina; probabilmente, non l'ultimo. E, ammessa una effettiva partecipazione, sua o di ogni altro membro dei servizi segreti italiani alla vicenda: per conto di chi? A titolo personale? Per ordine della loggia? O proprio nella sua qualità di responsabile di un'istituzione della Repubblica Italiana? E, in quest'ultima ipotesi: è possibile che per conseguire un determinato obiettivo - ad esempio: intervento, mediante forniture d'armi, su determinati soggetti dello scacchiere mediorientale - si sia pensato di servirsi di trafficanti d'armi, della mafia insomma, e di lasciare in contropartita via libera a un parallelo traffico di stupefacenti? E, in questo caso, chi si sarebbe a un certo momento fatto promotore (o silenzioso spettatore: che è lo stesso) di una simile iniziativa: una branca «deviante» dei servizi? La frazione, o fazione, di essi più contagiata dalle mene gelliane? E quanto consistente? E, soprattutto: con quali coperture politiche? Perché certamente non si può pensare che un'operazione del genere possa venire allegramente azzardata da qualche, magari ipergallonato, caporale.
Domande purtroppo non del tutto fantastiche, quando si considera che alcuni altri governi, occidentali e orientali, non hanno temuto - nel passato recente ed in quello remoto - di utilizzare la mafia a presunti fini «strategici»; e quando si considera in che stato Sifar, Sid, P2 e altro hanno lasciato la lucidità di giudizio ed il senso dello Stato di buona parte della nostra ingenuamente machiavellica classe dirigente. E insomma, è stata la mafia a corrompere - con l'avidità, l'ambizione od altro - e quindi ad usare determinati settori dello Stato; o è lo Stato che ha creduto di usare per i suoi scopi la mafia?
Questa è la domanda fondamentale, alla quale dalla magistratura trentina ci si attende, in questi giorni, una risposta
. Ve ne sarebbero pure di altre, più specifiche, ad esempio il sempre più frequente ruolo di organizzazioni massoniche di vario genere (il capo della principale, Corona, ha qui goduto di molta attenzione da parte del magistrato); la suddivisione dei compiti fra le vecchie e nuove mafie operanti; il rapporto tra queste e i vari organismi semiufficiali che anch'essi operano in questi territori di confine; la collocazione in questo quadro complessivo di alcuni sanguinosi avvenimenti di questi anni; e altro ancora. Tutte questioni importanti, tali da definire l'avvenire del Paese per molti anni: ma la principale rimane - lo ripetiamo - sempre quella di sapere se ci sia stato un qualsiasi contatto, in qualsiasi momento, fra interessi della mafia e interessi dello Stato. Non sembra che la magistratura trentina dia segno di paura di fronte a questa domanda.


Su questi argomenti, esiste già una documentazione «ufficiale» non indifferente. Oltre all'istruttoria citata della Procura trentina, c'è tutta una serie di inchieste giudiziarie che direttamente o indirettamente possono essere ricollegate ad essa: l'indagine del giudice romano Imposimato su un traffico d'armi fra l'Italia la Siria e la Libia (contro Imposimato, mesi fa, era stato organizzato un attentato, deciso - secondo la Finanza - in un summit mafioso a Catania); l'inchiesta milanese del sostituto procuratore Dorigo su alcuni carichi di Kalashnikov destinati al Libano; l'inchiesta fiorentina sulle vendite a misteriosi acquirenti di congegni elettronici (in dotazione alla Nato) prodotti dalle officine Galileo; l'indagine (facente parte dell'inchiesta trentina) sul fabbricante e importatore d'armi Renato Del Gamba, insospettabile industriale legato, secondo gl'inquirenti, ad Arsan; l'inchiesta del giudice romano Ilario Martella, che indagando sull'attentato a Woytila ha scoperto collegamenti fra il killer Agca e il trafficante Celenc; l'inchiesta a suo tempo condotta dal romano Nitto Palma sui traffici - privi di collegamenti apparenti, ma dotati di sorprendenti analogie con quelli citati - di morfina-base organizzati fra Medio Oriente e Italia, nell'80-81, da una cosca catanese, dalla malavita romana e dalla mafia turca; l'inchiesta su mafia e droga condotta dal magistrato fiorentino Vigna (sulle connessioni mafiose a Firenze aveva tra l'altro indagato, poco prima di essere ucciso, il giudice trapanese Ciaccio Montalto); e infine e soprattutto, l'inchiesta sull'assassinio del generale Dalla Chiesa, per la quale i magistrati palermitani si sono già più volte incontrati con quelli della Procura trentina e appaiono decisi ad operare in stretto collegamento con questi.
Un elenco lungo, e certo non del tutto omogeneo: ma tale da significare che ormai il tempo degli «omissis» è finito e che uno schieramento ampio e aggressivo attacca dalle istituzioni la mafia e quanto le sta intorno. Parecchie di queste inchieste compaiono, d'altronde, nelle venti cartelle dattiloscritte fatte pervenire dalla Guardia di Finanza (il cui ruolo nella lotta alla mafia risulta sempre più decisivo) alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2.
Dal documento, o da quel poco di esso che è stato finora possibile conoscere, emerge infatti in primo luogo il collegamento «a monte» fra parecchi dei traffici di armi e di droga su cui la magistratura attualmente indaga (e in più d'un caso i finanzieri propongono l'unificazione delle inchieste); e, in secondo luogo, il ruolo rilevante e spesso decisivo rivestito nei vari traffici da uomini dei servizi segreti di mezzo mondo, compresi quelli italiani. Nel documento della Finanza vengono tratteggiati i rapporti fra le «insospettabili» società commerciali coinvolte nel traffico d'armi e i servizi italiani e americani, nonché la disponibilità di Paesi orientali (Bulgaria e Cecoslovacchia) a chiudere entrambi gli occhi sul passaggio di carichi d'armi dalla destinazione «ignota» - evidentemente, le divergenze ideologiche non trovano cittadinanza fra i mercanti di morte -; viene inoltre messo in rilievo il fatto che parecchi punti nevralgici dei vari traffici sono o sono stati occupati da uomini della P2. Non a caso, il memoriale della Finanza viene concepito come strumento di lavoro per la Commissione che indaga sulle attività della loggia segreta; per quanto, essendosi questa disciolta (la commissione, non la loggia...) per effetto delle elezioni anticipate, sia difficile prevedere quanto i nuovi commissari sapranno avvalersi del prezioso rapporto.


Alla fine del monotono elenco di trafficanti, pezzi da novanta, inchieste giudiziarie e massonerie, conviene tornare a più quotidiani argomenti. Non sappiamo quali morti abbiano seminato, arrivate a destinazione, le armi che dall'Italia partivano verso i vari, e spesso sotterranei, fronti di guerra in Medio Oriente e altrove. Sappiamo però benissimo cosa hanno prodotto nelle nostre città i carichi che viaggiavano nel senso inverso, quelli di droga.
Forse, non si è trattato solo di una storia di miliardi. Forse, i carri armati e le mitraglie che partivano servivano a difendere da qualche parte la Civiltà Occidentale (o il Socialismo, o la Pace: fate voi). Forse, quelli che hanno deciso - a livello politico - o tollerato tutto ciò l'hanno fatto soffrendo, e nella convinzione di pagare un prezzo necessario alla politica reale. Ebbene, bisogna che costoro conoscano non le migliaia di ammazzati dall'eroina in dieci anni, non le centinaia dell'anno scorso, neanche soltanto quelli - e sono molti - che in questo mese hanno riempito la feroce statistica. Solo uno, basterebbe: uno solo. Ma conoscerlo personalmente, seguirlo nelle piazze e nelle periferie, vederlo disperatamente guadagnarsi un altro giorno di «vita»; e poi entrare, guardando bene ciò che si vede, nel vespasiano abbandonato e fissare gli occhi sbarrati e la siringa nel braccio. Perché questo, e non altro, è il prezzo di tutto.
Ed è questa la guerra che si combatte. Non si tratta di grandi parole, di ideali. Si tratta semplicemente di tener «quel» ragazzo lontano da «quel» momento. E per gli uomini - magistrati famosi e dimenticati sbirri - che hanno contribuito a questa guerra non c'è bisogno di targhe sui muri. Basta quel che hanno fatto, e continuare.

 

 

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