Armadio della vergogna
come si arrivò alla Commissione parlamentare d’inchiesta
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della vergogna. Storie di massacri senza colpevoli
La scheda : Le stragi
impunite
Franco Giustolini
racconta la dura e lunga battaglia parlamentare per far nascere una Commissione
parlamentare sulle stragi nazi-fasciste rimaste
nascoste per oltre 50 anni in un polveroso armadio..appunto, poi denominato,
Armadio della vergogna.
E’ stata una battaglia lunga ,
difficile, dura. Anche se agli inizi ogni cosa
sembrava facile facile: c’è da fare giustizia? Ebbene, che problema c’è? E’ un diritto
esigerla, è un dovere assicurala. Eppure ci sono voluti oltre tre anni di articoli, di letture, di interventi, di incontri. Di manifestazioni,
di dibattiti, di petizioni per arrivare, nel 2003. alla
legge che ha istituito la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi
neofasciste e l’Armadio della vergogna; dopo l e proposte di legge presentate
alla Camera e al Senato da Carlo Carli e Luciano Guerzoni, ambedue parlamentari dei Ds.
Che le difficoltà non sarebbero state
poche lo capii subito, nei primi mesi del 2000. Partecipai, allora, insieme a
pochissimi colleghi giornalisti e al procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, a un incontro, alla
Fondazione Basso, dell’istituzione per la Storia e la Memoria. Al tavolo della
presidenza sedevano illustri personaggi: gli storici Pietro
Scoppola e Leonardo Paggi, il filosofo
Giacomo Marramao e il senatore dei Ds Salvatore Senese, presidente dell’istituzione di
cui èè
presidente onorario l’ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro.
La riunione era preparatoria al grande
convegno internazionale che si sarebbe tenuto a Firenze ai primi di maggio,
sempre sul tema della storia e della memoria. Era ancora in edicola il numero
di Micromega
dove avevo analizzato la relazione del Consiglio della magistratura militare e
pubblicavo l’elenco dei 31 criminali di
nazisti.. Chiesi se, come mi pareva ovvio, di quei
temi si sarebbe parlato a Firenze. Ebbi un lungo battibecco con Scoppola.
Paggi, il cui padre fu ucciso dai fascisti, rimase
muto. Marramao, ex socialista, a bassa voce, chiese qualcosa
a Senese. Con tono grave mi fu annunciato che la storianon
è né di destra né di sinistra. Ribattei che se avessi
trovato lettere di Togliatti, in luogo di quelle di Taviani ( che affossò ogni inchiesta), le avrei pubblicate ugualmente,
anche se con assai maggior
disappunto.
Quanto all’idea di proporre la nomina
di una Commissione parlamentare d’inchiesta per chiarire chi dette l’ordine
dell’occultamento, il motivo preciso e, quanto meno, per una richiesta di
perdono nei riguardi dei morti e dei loro familiari, Scoppola enunciò incontrastato
che quello non era compito della storia raccontare dell’Armadio della vergogna. Scrollò le spalle. Proposi che dal
nome della Fondazione fosse cancellato il termine”
memoria” per sostituirlo con “amnesia”. Senese mi confermò che se fossi andato
a Firenze e avessi chiesto la parola, non me l’avrebbero
data.
Ebbi l’ingenuità di chiamare il grande Amos Pampoloni, medaglia d’argento al valore militare, reduce di
Cefalonia dove combattè contro i tedeschi come capitano d’artiglieria della divisione Acqui
e, successivamente come partigiano a fianco dei greci. Gli dissi: “ vai a
Firenze, a te non negheranno la parola”. Amos accettò con entusiasmo, “ tutti debbono sapere di quelle lettere e dell’Armadio della
vergogna”. Mi telefonò sconsolato l’indomani del convegno: “ Sai, la presidenza
dell’assemblea non mi ha fatto intervenire; mi ha detto che c’erano già troppi
oratori, ma mi hanno trattato benissimo”..
La battaglia dunque, perché di vera battaglia
si trattava, iniziò dopo l’estate di quell’anno, il
29 settembre 2000, giorno in cui,
rispondendo ad una mia proposta , Giampiero Lorenzoni,
sindaci di Stazzema, pur senza conoscermi, organizza
una riunione a Levigliani, una frazione del suo
paese, nel salone di un albergo di mezza montagna, di solito adibito alle feste
nuziali.
Lorenzoni, che ormai non faceva più l’architetto
ma il sindaco a tempo pieno, aveva distribuito ai presenti una cartellina con
un paio di miei articoli e la relazione del Consiglio della magistratura
militare. A quella riunione erano presenti fra gli altri: Sergio Fogagnolo, presidente del “Comitato dei quindici” di
piazzale Loreto dove il 10 agosto del 1944 nazisti e fascisti ammazzarono quindici civili tra cui anche suo padre; il
sindaco di Capistrello, Paolo De Meis;
Paolino Ranieri, ex sindaco di Sarzana; a nome dell’Ampia,
l’Associazione dei perseguitati politici antifascisti, quelli condannati dai
tribunali di Mussolini, per intendersi, e i
rappresentati dei Comuni di Barletta, Carpi, Sesto San Giovanni, Milano, Roccaraso, Roma, e Bolzano, rappresentati della Giunta
Regionale della Toscana, e due deputati, Rosanna Moroni
di Rifondazione comunista e Walter Bielli, dei Ds.
In quella sede fu deciso di creare il 2Comitato per la
verità e la giustizia sulle stragi nazifasciste” cui potevano aderire di diritto tutti i comuni teatro di eccidi
e le varie associazioni dell’antifascismo. Di li si partì
, neanche in trecento, né giovani, nè forti.
La prima tappa fu l’incontro a Montecitorio
con Luciano Violante, allora presidente della Camera. Fu possibile grazie a
Rosanna Moroni, che faceva
parte dell’ufficio di presidenza. E fu lei, ancora a
pilotarci sino all’inchiesta conoscitiva disposta dalla Commissione Giustizia
della Camera.
Di più non si potè fare. La legislatura
era agli sgoccioli, ma si potè accertare che l’Armadio
della vergogna non era una favola. Se ne sarebbe occupato il
nuovo Parlamento, stabilirono i parlamentari uscenti. Ma
il nuovo parlamento era di diverso colore e i problemi aumentarono
notevolmente.
Però c’era il Quirinale.
L’appena nato comitato,”Per la verità e la giustizia”…inviò
la prima lettera chiedendo udienza. Una prima risposta fu negativa: il
presidente della Repubblica era oberato di impegni, ci
venne risposto. Riscrivemmo dicendo: “che di fronte
alla verità ogni impegno è secondario”, e così fu. Carlo Azeglio Ciampi, ci ricevette, e personalmente gli consegnai il registro degli orrori dove erano elencate le
stragi commesse dai fascisti e nazisti nascoste per oltre mezzo secolo, ascoltò
con estrema attenzione gli interventi.
Parlarono l’onorevole Claudio Cianca, vicepresidente
nazionale dell’Anppia, il quale, poi, sulla rivista
dell’Associazione “L’antifascista” più volte interverrà
sulla Commissione parlamentare d’inchiesta; il senatore Gianfranco Maris per l’Anpi e il sindaco di Stazzema. Al termine dell’incontro
il capo dello Stato ci assicurò che, nel rispetto dei ruoli istituzionali,
avrebbe seguito costantemente il nostro cammino. Non disse”faccio il tifo” per
il vostro obiettivo, ma lo intuimmo o, quantomeno, io lo intuii. Quell’incontro rappresentò il fondamento
della futura battaglia, fu il nostro biglietto da visita, la cartina
tornasole per verificare il comportamento della nuova maggioranza di
centro-destra.
Nel frattempo molti compagni di strada erano scomparsi, ma
altri erano arrivati, anche con nuove iniziative come il comitato creato dalla
Regione Toscana, il territorio con il maggior numero di vittime, guidato dal
vicepresidente regionale Enrico Cecchetti che mise in gioco tutto il suo peso istituzionale della
Commissione parlamentare d’inchiesta. E poi c’è stato
un uomo di quelli che gli sciocchi definiscono del passato, l’infaticabile,
inossidabile e creativo Massimo Rendina, presidente
dell’Anpi di Roma, a dare smalto, insieme a Lorenzoni, alla nostra battaglia.
Alla Camera non è stato difficile arrivare al voto
favorevole: il 20giugno del 2002, tutti dicono “si” tranne una parlamentare di Alleanza Nazionale. La burrasca si prefigura al Senato
sotto forma di una lettera del presidente della Commissione Giustizia, senatore
Caruso , di Alleanza Nazionale, in risposta a Rendina, che aveva sollecitato la discussione in aula.Caruso scrive che prima di discutere sarebbe opportuno
valutare la possibilità politiche per la creazione, o meno, di una simile
commissione. Come se verità e giustizia dovessero sottostare
a problemi di maggioranza e minoranza. Comunque
Caruso affida l’incarico di relatore di maggioranza a Baldassarre Cirami, il senatore di Forza Italia che ha dato il suo nome
alla contestatissima legge sul legittimo sospetto. Cirami presenta ben 11 emendamenti che definisce
migliorativi, ma che, in realtà, sono solamente formali e sembrano avere l’unico
obiettivo di ritardare la discussione e l’approvazione della legge. Gli chiedo
pubblicamente di ritirarli, ma il senatore li mantiene tutti: non c’è nessuna
voglia di far andare avanti la proposta di legge.
Domenico Contestabile, senatore di Forza Italia, presidente
della Commissione difesa, dice al sindaco Lorenzoni: “
Come ex socialista sono dalla parte delle vittime” Ma un suo come collega, che
riferisce la confidenza a Lorenzoni, pur vietandogli
di fare nel modo più assoluto il suo nome, dice:”
Quelli là non vogliono che si parli
di stragi nazifasciste
. vogliono far tornare la proposta di legge alla
Camera per bloccarla definitivamente. E io non posso
far niente”. Non è difficile capire chi sono”quelli là”.
Non valgono nulla gli appelli, le lettere, le riunioni a
Palazzo Madama. Gavino Angius, capogruppo dei Ds, e Willer Bordon,
capogruppo della Margherita, assicurano che ce l’avrebbero
messa tutta.
Del resto Piero Fassino, il 24
giugno 2002 si era impegnato solennemente, a nome suo e del suo partito, a
portare avanti la battaglia per cancellare, per quanto possibile, la vergogna
di quel vecchio armadio. In un certo senso anche questa è una svolta. Già, perché
pure la sinistra, all’inizio, era apparsa incredula, dubbiosa, esitante.
Sembrava quasi, a sentirli parlare di certe cose, che stessero
facendo un piacere personale. Forse qualcuno avrà pure pensato:” Ma che vogliono, questi? Riportare a galla vecchie ferite
di mezzo secolo fa? A chi giova?” Ci furono anche
personaggi autorevoli che consigliarono di procedere con cautela, di abbassare
i toni degli articoli, di evitare, insomma, di alzare troppa polvere. Non
bisognava, questo il succo del ragionamento, irritare
troppo questa maggioranza, abbastanza allergica a certi temi. Se non proprio
blandirla , bisognava cercare in qualche modo la
strada della trattativa: ti mi dai la Commissione d’inchiesta sulle stragi e io ti appoggio quella sulle Foibe o sulla
giornata della memoria sull’esodo degli istriani. Ci fu persino qualcuno che
propose un calderone, stragi e foibe insieme, anche se poi l’aberrante proposta
crollò da sola.
In sostanza si voleva che si entrasse dalla finestra, o
ancora meglio, dal buco della serratura, per avere giustizia e verità. In
Germania, nello stesso periodo, non si cercava di nascondere il nazismo:
articoli di giornali,inchieste televisive parlavano di
questo tetro passato, facendo anche la cronaca, a differenza dei nostri
giornali, di quei pochissimi processi tenutisi in Italia dopo l’apertura dell’Armadio
della vergogna.
Il 12 agosto del 2001, in occasione del quarantasettesimo
anniversario del massacro di Stazzema, l’ambasciatore
tedesco di Roma, a mezzo di un suo incaricato, Gerard Pluckebaum, chiede solennemente
perdono a nome del suo popolo e del suo
Paese per quell’eccidio. Dice anche: “ La Germania si è sempre assunta la responsabilità per questa
parte oscura della propria storia”.
Più o meno un anno dopo fa la stessa cosa a Marzabotto, in presenza di Ciampi, il presidente della Repubblica di Germania, Johannes Rau.
E in Italia? In Italia Giampiero Lorenzoni, indignato per i ritardi, le elusioni,
le indifferenze occulte e palesi, annuncia, non in modo provocatorio, ma
conseguente alla battaglia che ha iniziato con il “Comitato per la verità e la
giustizia per le stragi nazi-fasciste”, che se la
commissione d’inchiesta non viene varata, riconsegnerà
al Presidente della Repubblica la medaglia d’oro appesa al gonfalone della sua
città.
Per fortuna non ce n’è stato bisogno, anche se si sono
dovuti superare altri scogli, come la seduta del Senato del 25 febbraio 2003.
Quel giorno effettivamente Angius,
Bordon e Guido Calvi, che è
relatore per il centro sinistra, ce la mettono tutta. Ma minoranza sono e minoranza restano. I parlamentari di
Alleanza Nazionale e i loro alleati annunciano che non intendono
ritirare gli emendamenti perché sono migliorativi.
Sostengono che comunque, in linea
di principio, non si oppongono all’istituzione della Commissione d’inchiesta.
La proposta di legge viene cambiata, e torna alla
Camera dei deputati.
Il 21 marzo del 2003 viene data un’altra
grande spinta all’approvazione definitiva della legge. All’Auditorium di Roma
si riuniscono i sindaci delle città delle stragi. Anche se in
un giorno infausto, quello dell’avvio della guerra”d’affari” in Iraq, arrivano
in centocinquanta, con le loro fasce tricolori e i gonfaloni, a testimoniare la
loro volontà di verità e giustizia. Walter Veltroni,
primo cittadino di Roma, la città che subì le fosse Ardeatine,
la Storta e le fucilazioni al forte Bravetta, per non
citare le infamie principali, condivide in pieno e immediatamente l’iniziativa
di chi scrive e di Massimo Rendina e fa dare dal
comune ogni possibile contributo. Dal
palco ricorda come sia importante, anzi fondamentale, portare a compimento quel
cammino iniziato a Stazzema due anni e mezzo prima. E
proprio a Sant’Anna di Stazzema
il primo agosto dello stesso anno il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini,
che ha appena deposto una corona davanti alla grande pietra
grigia dove sono elencati i nomi dei 560 uccisi e bruciati da fuoco nazifascista, riceve un caloroso applauso.
Era stato lui a tirar fuori dai
meandri di Montecitorio la proposta di legge e a
imporre la discussione conclusasi con un voto plebiscitario. Qualcun, tra la
folla gli dice:” Politicamente sono alla sponda
opposta alla tua, ma per questo meriti ancor più la nostra riconoscenza e il
nostro rispetto”
La “Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento
dei fascicoli relativi a crimini nazifascismi” si è
riunita per la prima volta l’8 ottobre 2003, presieduta da Flavio Tanzilli, deputato dell’Udc.
Franco Giustolisi. Giornalista è
inviato speciale dal 1960. prima per “Il Giorno”, poi
per la Rai (TV7), quindi per “L’Espresso” con cui collabora anche oggi.
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