Armadio della vergogna

 

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Le vicende umane sono molteplici, infinite. Ma la storia, quella che dice del passato e insegna per il futuro, è una sola. Mutuando Italo Calvino, il più onesto, il più idealista, il più dolce dei repubblichini si batteva per una causa sbagliata, la dittatura. Il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato si batteva per una causa giusta, la democrazia. Ecco: soltanto se si riuscisse a rovesciare questo assioma, la dittatura è giusta, la democrazia è sbagliata, si potrebbe arrivare a comprendere quel che sta avvenendo oggi in Italia, tra l’altro in occasione del sessantesimo anniversario della guerra di Liberazione.

Assistiamo al coagularsi di una sorta di magma che cola per molti rivoli, spesso insospettati, per alimentare, però, al fondo, uno stesso bacino indicato, a torto, come revisionismo storico. A torto, perché spesso non di revisionismo si tratta,  ma di semplice negazionismo.

Tale è quello di Ernst Nolte che nega l’esistenza della Shoa è dei campi di sterminio nazista, tale è anche quello di chi minimizza o nega gli orrendi crimini, e le decine di migliaia di vittime innocenti di cui si sono macchiati nazisti e fascisti in Italia, e non solo.

Tale è quello che ha tumulato per oltre mezzo secolo, nel nostro paese, verità e giustizia in un armadio.

 

I morti sono morti, da una parte e dall’altra, si dice sempre più spesso. Che la pace torni nei cuori di tutti gli italiani. Giusto l’obiettivo, pessimo il percorso segnato. Nelson Mandela quando prese nelle sue mani le sorti del Sudafrica, dopo decenni di Apartheid, feroci discriminazioni e odi razziali, si pose per prima cosa il problema della pacificazione e della riconciliazione del suo Paese. Un’impresa enorme, dal punto di vista culturale e umano, prima ancora che politico. Un’impresa sicuramente più ardua di quella di dar vita a una memoria finalmente condivisa e perciò pacificata tra gli italiani. Mandela sapeva però che nessuna scorciatoia sarebbe stata possibile, che nessuna riconciliazione nazionale si sarebbe potuta realizzare al di sopra o contro la verità.

Quella verità storica che non è mai semplice e lineare, ma un frutto complesso, fatto di contributi diversi, di contraddizioni ed eccezioni, ma in cui niente va nascosto , come niente va esaltato oltre misura.

Un esempio luminoso di questo modo di procedere è stata la “Commissione per la verità e la riconciliazione” istituita in Sudafrica. Anche a chi si era macchiato di orribili delitti, omicidi e torture, fu garantita la possibilità di amnistia, ma a una condizione: che raccontasse pubblicamente tutta la verità,  che si assumesse senza reticenze la responsabilità delle sue azioni.

Solo in un quadro di verità sarebbe stato possibile il perdono e la riconciliazione.

Gli interessati non dovevano semplicemente riconoscere fatti generici, no, dovevano raccontare di ogni singola persona uccisa o torturata,di ogni singola azione commessa in modo che i parenti delle vittime avessero modo di opporsi ma per un solo motivo: che non era stata detta tutta la verità.

Pochi avrebbero scommesso sulla transizione pacifica del nuovo Sudafrica alla vita democratica, ma così è stato, senza lasciare nessuno alla porta.

 

A 60 anni dalla tragica stagione vissuta dall’Italia sotto il fascismo. In modo particolare, all’indomani dell’armistizio,la verità sembra ancora lontana. Così come un equa distribuzione delle responsabilità. Negli ultimi tempi anzi assistiamo a numerosi tentativi, quanto maldestri, di  spargere cortine fumogene che contribuiscono a rendere il passato il più uniforme possibile.

Sono all’opera i soliti chiobottisti, revisionisti da strapazzo ( se si possono definire in altro modo?) , e i numerosi voltagabbana il cui volto, sempre di più, è di bronzo.

Nel tentativo di distribuire equamente responsabilità è torti, a caccia di una conclusione temeraria : una guerra civile divise il paese in due parti, ognuna con le sue ragioni.

In questo concerto, in cui giustamente si ricordano episodi noti da decenni, come le stragi delle foibe friulane, o le vendette consumate contro i fascisti all’indomani del 1945, si è finiti per dimenticare le vittime più innocenti e indifese.

Quindici, forse ventimila civili, in gran numero bambini, donne e anziani, uccisi senza pietà da nazisti e dai fascisti che aderivano alla Repubblica Sociale di Salò. Le migliaia, forse decine di migliaia, di nostri militari trucidati proditoriamente dagli scherani di Hitler dopo che avevano alzato la bandiera bianca. I settecentomila soldati, sempre nostri soldati, gettati nei campi di concentramento nazisti di cui un’infima minoranza aderì a Salò( molti lo fecero esclusivamente per fame) di questi cinquantamila non tornarono più.

Impressiona la memoria collettiva che Mussolini, il “bonaccione” secondo Berlusconi, fu crudelmente esposto a testa in giù a piazzale Loreto. Peccato si dimentichi di ricordare cosa successe su quella stessa piazza, poco meno di un anno prima, il 10 agosto del 1944. Quindici civili, prelevati nel carcere milanese  di Sa Vittore, furono fucilati dai repubblichini comandati da un ufficiale delle SS . Non solo. Fu dato l’ordine di lasciare i cadaveri sull’asfalto, fu vietato ai familiari anche solo di poterli raccogliere per dar loro sepoltura. Ci fu bisogno dell’intervento reiterato del Cardinal Ildefonso Schuster. Ora si pubblicizza la triste storia del sangue dei vinti. Nessuno negli ultimi anni, in cui pure uno squarcio di verità si era fatta strada con la scoperta dell’Armadio della vergogna, ha fatto salire alla ribalta, ha dato gran peso, ha ricordato, ricorda il sangue delle vittime.

Nessuno si è neanche sognato di dare spazio, voce, risonanza all’ingiustizia che è stata perpetrata con l’occultamento dei fascicoli delle stragi in quell’Armadio. Un’ingiustizia enorme, perché si è concessa l’impunità a criminali riconosciuti, e perché lo si è fatto ancora una volta in nome di una becera”ragion di Stato”. Alle famiglie delle vittime crudelmente massacrate non è stato concesso neanche il più elementare  dei risarcimenti morali: la verità.

 

Scriveva Alberto Asor Rosa nell’anno 2000: “Avanza in Italia una nuova forma di pensiero fascista che tende, per ora cautamente, a ricollegarsi all’esperienza storica passata e a giustificarla, a raddrizzarla, a rimetterla sul piedistallo da cui era caduta: la manovra a tenaglia fra operazione politica e operazione intellettuale è di giorno in giorno sempre più evidente. E siamo appena all’inizio”.

Parole purtroppo profetiche perché oggi anno 2004, quella “nuova forma di pensiero fascista”, grazie al magma revisionista, sembra essersi ulteriormente arricchita. Un episodio per tutti, un intervento, nel febbraio 2004, del presidente del Senato Marcello Pera.” Non c’è più ragione oggi di darsi un’identità in senso negativo, antifascista e basta”. In sostanza, basta con il mito dell’antifascismo. Gli ha subito telegrafatoli presidente dell’ Associazione Nazionale Partigiani di Roma: guarda che sei lì, sulla tua altissima poltrona, grazie all’antifascismo che ha costruito e permesso la democrazia in Italia.

Il 27 gennaio si celebra la giornata della memoria, memoria di tutti e per tutti. Ma pochi lo sanno. E, per inveterata abitudine mediatica, si fa riferimento solo al dramma dell’olocausto che nulla potrà mai far dimenticare. Il 10 febbraio è diventato il giorno delle foibe, e dell’esodo degli istriani, costretti a questo, ma nessuno lo dice, dalla guerra fascista.

E i bambini, le donne, i vecchi uccisi dai nazisti e dai repubblichini?

E i militari trucidati?

E quelli imprigionati nei lager?

Meritano anch’essi rispetto, ricordo, riconoscenza. Il loro sacrificio, insieme a quello dei partigiani, ha generato la Costituzione, la Repubblica, la nostra democrazia.

Introduzione al libro : “L’Armadio della vergogna” di Franco Giustolisi

 

STRAGI NAZI FASCISTE / PER LA PRIMA VOLTA LA VERITA' SU COLPEVOLI E INSABBIAMENTI

S. Anna di STAZZEMA. Fossoli. Cefalonia. Spunta il registro degli orrori. Con i nomi degli assassini celati per 50 anni. In nome della ragion di Stato

Sono pagine che documentano il capitolo più vergognoso dell'Italia postfascista. E insieme il più ignorato. Fanno parte del registro degli orrori di cui "L'Espresso" ha ottenuto, eccezionalmente, copia. Vi sono inventariati i tantissimi crimini, mai perseguiti, commessi dai nazifascisti a danno dei cittadini italiani. Migliaia di morti: bambini (118 solo a S. Anna di Stazzema), vecchi, donne, uomini. Da una parte gli inermi, gli innocenti. Dall'altra i mitra dei tedeschi e dei legionari di Salò. Gli assassini: se ne conoscevano i nomi, in moltissimi casi, e negli altri, a ridosso degli eventi, non sarebbe stato difficile accertarne l'identità. Le vittime: non hanno avuto ancora giustizia perché ciò non conveniva politicamente. Non era opportuno riaprire le ferite con la Germania dì Konrad Adenauer che, risorta dalle rovine della guerra, era un baluardo antisovietico a fianco della Nato. E si è preferito insabbiare. Anzi: sotterrare denunce, inchieste, esposti. Finivano dentro l'armadio della vergogna custodito nella sede della Procura generale militare, a Roma, protetto da un cancello di ferro. Quando fu scoperto dal magistrato Antonino Intelisano, si accertò la volontà sepolcrale di alcuni personaggi politici, accontentati dalle Loro Eccellenze, i signori procuratori generali militari, perlomeno sino al 1974. Si constatò che in quell'armadio erano stati occultati 695 fascicoli: 280 furono rubricati a carico di ignoti nazisti e fascisti. Gli il altri 415, invece, a carico di militari tedeschi e italiani identificati. Erano accusati di violenze, omicidi, eccidi, a danno di persone estranee ai combattimenti. Nel registro, custodito nell'armadio e continuamente aggiornato, sono state burocraticamente elencate tutte le omissioni di coloro che avevano il dovere di rendere giustizia. È formato da grandi fogli, sono 231, lunghi 42 centimetri e larghi 30. Soltanto la prima pagina riporta 456 morti. Al numero uno è scritto con bella grafia, in corsivo, l'"eccidio delle Fosse Ardeatine ed altre località vicine"". là uno dei rarissimi casi in cui la giustizia ha fatto il suo corso, come per l'eccidio di Marzabotto, segnato al numero 1937 del registro nero.
In quel registro sono anche annotate le stragi commesse dopo l'8 settembre a danno dei militari italiani che, per quanto traditi dal re e da Badoglio in fuga, non si arresero. Da quella di Korica, nel Kosovo, a Lero, Scarpanto... Al numero 1167 è registrato l'eccidio di Spalato; come colpevoli sono indicati "generale vonRitter e Schothuber August, com.te delle SS"; le vittime: "Cigala Fulgosi Alfonso [generale di divisione, medaglia d'oro alla memoria, ndr], e altri 48 ufficiali e 700 militari ignoti". Ma, colpo di scena, sul registro è annotato che il fascicolo fu trasmesso alla Procura di Padova il 16 luglio 1947. Com'è possibile? Tutto fu sepolto, ma questa strage no? Niente paura: da nostre ricerche risulta che il 22 dicembre 1951 il fascicolo fu "archiviato provvisoriamente", come verrà fatto anni dopo per tutte le inchieste, e poi definitivamente. Al numero 1188, Cefalonia. Sono indicati i nomi dei responsabili di quell'eccidio: "Ten. col. Barge, comandante del 999. fanteria di fortezza, magg. Hirschfeld, comandante di brigata della la divisione tedesca alpina" e altri. Le vittime: "Militari italiani fatti prigionieri nell'isola di Cefalonia".

 

I ministri che sotterrarono i fascicoli

ERANO I SOLDATI DELLA DIVISIONE ACQUI, RESISTETTERO Al TEDESCHI Quando si dovettero arrendere, furono massacrati. Ben 6.500. I corpi bruciati o gettati in mare con zavorre di pietre o infoibati nelle caratteristiche grotte dell'isola, dopo essere stati depredati di tutto. " È stata una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli nella lunga storia del combattimento armato", disse il generale Telford Taylor, capo dell'accusa, al processo di Norimberga. In Italia glissarono. Quando parenti delle vittime sollecitarono inchieste e processi, due ministri del primo governo Segni si scrissero, alla fine del 1956, per convenire che non era il caso di compromettere la rinascita della Wehrmacht riportando a galla episodi deplorevoli, certamente, ma che ormai appartenevano al passato. Mentre il futuro era la Nato. I ministri, le cui lettere sono state pubblicate sul numero 1 di "Micromega" di quest'anno, erano Gaetano Martino, liberale, titola-re degli Esteri, e Paolo Emilio Taviani, democristiano, titolare della Difesa, poi senatore a vita. Ma non furono loro, per lo meno sembra, a creare i presupposti dell'armadio della ver-gogna. Chi, allora? Per ora non c'è risposta, come non è stata data risposta alle richieste di danni morali e materiali presen-tate alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, da-to il silenzio delle autorità italiane, da parte dei parenti delle vittime. A chi, dunque, va la tremenda responsabilità dell'affossamento della giustizia? Nomi non ne sono ancora usciti
fuori, tranne quelli dei tre procuratori generali che si sono sus-seguiti nel tempo: Umberto Borsari, Arrigo Mirabella ed En-rico Santacroce. Ma loro erano solo esecutori. Chi dette l'ordine? Non il governo Parri, il secondo di liberazione naziona-le, che creò gli strumenti per perseguire i crimini di guerra, co-me attestano verbali dell'epoca ritrovati dal Cmm. Anche i tre governi successivi, guidati da Alcide De Gasperi, erano espres-sione dei partiti del Cln, gli stessi che avevano condotto la guer-ra di liberazione e, di conseguenza, alieni da tentazioni al com-promesso verso i responsabili di tante stragi. Ma nel maggio del 1947 socialisti e comu-nisti escono dalla maggioranza, la guerra fredda incalza. Nasce la lunga serie dei governi centristi, sempre a guida dega-speriana, con un uomo nuovo come sot-tosegretario alla presidenza del Consi-glio: Giulio Andreotti. Qualcuno dei su-perstiti di quelle esperienze deve sa-pere, può dare un nome ai responsa-bili politici di quella giustizia negata. La commissione d'indagine che sarà presto al lavoro lo accerterà.

Franco Giustolisi

 

Dall'“armadio della vergogna” nuove imbarazzanti verità.

Ecco chi oltraggiò i partigiani a Piazzale Loreto

Tra i fascicoli occultati per decenni anche quello relativo alla fucilazione a Milano, il 10 agosto del 1944, di 15 antifascisti decisa dai tedeschi e eseguita dai repubblichini che esposero i corpi delle vittime

Il cosiddetto "armadio della vergogna" continua a riservare sorprese. Dall'analisi di uno dei fascicoli occultati emergono infatti nuovi elementi circa le responsabilità della gigantesca operazione di insabbiamento riguardo gli autori degli eccidi commessi fra il 1943 ed il 1945 dai militari tedeschi, dalle SS e dai fascisti italiani. 15 mila le vittime, stimate per difetto, tra la popolazione civile, donne e bambini compresi. Come noto, nel 1994 furono casualmente rinvenuti a Palazzo Cesi, a Roma, sede della Procura Generale Militare, 695 faldoni abbandonati in un armadio con le ante chiuse rivolte contro il muro, con gli atti delle indagini svolte dagli organi di polizia italiani e dalle commissioni d'inchiesta anglo-americane, con i nomi ed i cognomi di moltissimi protagonisti di quegli efferati episodi, ricostruiti attraverso testimonianze spesso oculari. La maggior parte dei fascicoli fu inviata alle Procure Militari competenti. Pochi i processi istituiti, dato il tempo trascorso e la morte di quasi tutti i possibili imputati. Uno di questi, relativo alla fucilazione a Milano, il 10 agosto del 1944 in Piazzale Loreto, di 15 antifascisti, deciso dalle autorità tedesche per rappresaglia a seguito di un attentato ad un autocarro che vide il ferimento di un militare della Wermacht e la morte di alcuni civili italiani, si concluse davanti il Tribunale Militare di Torino, il 9 giugno del 1999, con la condanna all'ergastolo dell'ex-capitano delle SS Theodor Saevecke, prima della sua morte, avvenuta in Germania nel dicembre del 2000. Un episodio rimasto vivo nella memoria della città. L'esecuzione sommaria in luogo pubblico avvenne in spregio ad ogni diritto bellico, l'elenco dei nominativi fu predisposto sulla base dei detenuti politici rinchiusi nel carcere di San Vittore ed il plotone di esecuzione, formato da italiani della Guardia Nazionale Repubblicana e della Legione Muti, vigilò affinché i cadaveri, quale monito per la popolazione, rimanessero a lungo sul selciato. Da questo episodio l'origine dell'esposizione sulla stessa piazza, la mattina del 29 aprile del 1945, dei cadaveri di Benito Mussolini e degli altri gerarchi fucilati a Dongo.

Ora, dopo che nell'ottobre del 2003, è stata finalmente costituita, non senza qualche fatica, una commissione d'indagine parlamentare per far luce sulle cause di questo scandalo, l'approfondimento delle carte consente di giungere a nuove conoscenze. E' il caso proprio del fascicolo relativo all'eccidio di Piazzale Loreto, contrassegnato dal numero 2167. In una relazione da poco depositata dal giudice milanese Guido Salvini, consulente della commissione parlamentare, ricaviamo infatti come sia stato scientemente deciso dalle autorità politiche italiane l'occultamento e la protezione dei responsabili di questa strage. Il fascicolo fu aperto nei confronti di 13 tedeschi e 4 italiani, responsabili a vario titolo della catena di comando che aveva portato alla fucilazione in Piazzale Loreto, sulla base di un approfondito lavoro della Sezione Investigativa del Comando Alleato, che già nel 1946 aveva raccolto circa una quarantina di testimonianze in lingua inglese di italiani e tedeschi, oltre ad alcune fotografie. Una solida base probatoria che coinvolgeva non solo il capitano Saevecke, responsabile per la Lombardia della SIPO-SD, e cioè della "Polizia e Servizio di Sicurezza", ma buona parte dello stato maggiore della polizia germanica a Milano e cioè il colonnello Walter Rauff, capo delle SS per l'Italia Nord-Ovest, il generale Willy Von Tensfeld ed il capo del comando militare tedesco a Milano generale Von Goldbeck.

L'incartamento rimase "parcheggiato" presso la Procura Generale Militare per molti anni, fino al 1963, quando le autorità tedesche chiesero a quelle italiane notizie concernenti il passato di Saevecke che nel frattempo stava ricoprendo incarichi di rilievo nella Polizia della Repubblica Federale Tedesca. Nella sua qualità di funzionario del Ministero dell'Interno aveva nella notte del 27 ottobre del 1962 organizzato un'azione illegale, con tanto di irruzione, ai danni delle redazioni del settimanale democratico Der Spiegel ad Amburgo e a Bonn. Da qui una violenta campagna di stampa con articoli sulla sua partecipazione a crimini di guerra in Italia e Tunisia.

Il Procuratore Generale Militare Enrico Santacroce trasmise a questo punto il fascicolo al Gabinetto del Ministero della Difesa, affinché venisse a sua volta inoltrato al Ministero degli Affari Esteri per una risposta all'Ambasciata della Repubblica Federale di Germania. Il Gabinetto del Ministero della Difesa lo restituì, tradotto in italiano, poco più di un mese dopo. Qualche giorno ancora ed il 20 maggio 1963 il fascicolo venne definitivamente archiviato senza che venisse adottato alcun provvedimento, nonostante dagli atti si potessero ricavare le prove della partecipazione di Theodor Saevecke, con altri ufficiali, all'organizzazione della rappresaglia nella quale l'ex-capitano delle SS fornì i nomi dei partigiani italiani da fucilare, facendoli prelevare da San Vittore attraverso un reparto della SD alle sue dirette dipendenze. «Il fascicolo relativo all'eccidio di Piazzale Loreto - queste le conclusioni della relazione del giudice Guido Salvini - fu tenuto fermo per moltissimi anni nonostante fosse completo fin dall'inizio di tutti i dati forniti dallo Special Investigation Branch per l'incriminazione immediata dei responsabili, non solo il capitano Theodor Saeveche ma anche alti ufficiali superiori. Non può escludersi che proprio il coinvolgimento dello Stato Maggiore tedesco nel Nord/Italia abbia consigliato "prudenza" nella trattazione del fascicolo».Risulta accertato, infine, che Thedor Saevecke, come molti altri ex-esponenti nazisti in Europa, venisse in seguito reclutato, alla fine degli anni Quaranta, nelle fila degli apparati di spionaggio americani, con il nome in codice di "Cabanio". Da questa relazione anche le prove che Giulio Andreotti, Ministro della Difesa dal febbraio del 1959 al febbraio del 1966, fosse al corrente dell'esistenza di fascicoli di rilievo giacenti presso la Procura Generale Militare. Dall'"armadio della vergogna" dunque nuove imbarazzanti verità.

Saverio Ferrari  22 aprile 2005

 

Strage di Marzabotto, ergastolo per 10 dei 17 ex ufficiali nazisti

Il tribunale militare della Spezia ha condannato all' ergastolo dieci dei 17 imputati (tutti contumaci) per la strage nazista di Marzabotto. Gli altri sette sono stati assolti per non aver commesso il fatto. La camera di consiglio è durata quattro ore e 45 minuti. Gli imputati sono ex ufficiali nazisti, tutti ultraottantenni e contumaci. La strage risale al periodo tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944: 800 le persone trucidate dai nazisti solo a Marzabotto.
"Purtroppo sono sentenze emesse in contumacia. Ma sono importanti, è importante avere affermato le responsabilità". A commentare la sentenza del Tribunale militare della Spezia è l'avvocato Raimondo Ricci, vicepresidente nazionale dell'Anpi e presidente dell'Istituto ligure per la storia della Resistenza. "Ora vivremo tutti meglio" ha detto Claudio Sassi, sindaco di Grizzana Morandi. "Questa sentenza è una cosa straordinaria". Ferruccio Laffi ha perduto 14 congiunti nella strage di 62 anni fa. Ha seguito tutto il processo con pazienza infinita e ora guarda l'aula del tribunale svuotarsi: "Avrei preferito vederli condannati tutti, ma giustizia è fatta, almeno un po'. E' un segnale, almeno, una traccia di colpevolezza riconosciuta", sussurra. L'avvocato dello stato Giuseppe Novaresi ha accolto la sentenza con un senso di sollievo: "La giuria ha valutato serenamente. Questa è la riprova di una giustizia vera, da parte di un tribunale che non si è fatto condizionare dai fattori esterni".
Provocatorio invece il commento dell'avvocato Nicola Canestrini, difensore di Wilheilm Kusterer, uno dei sette imputati assolti per non aver commesso il fatto: "Se basta essere appartenuti alla Gioventù Hitleriana per essere ritenuti corresponsabili delle stragi naziste, allora dobbiamo allungare l'elenco degli imputati. Anche a Papa Ratzinger". Canestrini, che ha parlato per ultimo fra i difensori, ha anche esibito una foto di Benedetto XVI, chiedendo di inserirla agli atti: una provocazione alla quale ha rinunciato, appena il Pm Marco de Paolis ha fatto opposizione. Il principale responsabile della strage di Marzabotto resta il maresciallo Walter Reder già condannato all'ergastolo dal tribunale militare di Bologna nel 1951 e liberato nel 1985. La condanna all'ergastolo è stata emessa per Paul Albers, 88 anni, aiutante maggiore di Reder; per il sergente comandante di plotone Josef Baumann, 82 anni; per il maresciallo delle SS Hubert Bichler, 87 anni; per i sergenti Max Roithmeier, 85 anni; Max Schneider, 81, Heinz Fritz Traeger, 84, Georg Wache, 86, Helmut Wulf, 84; per il maresciallo capo Adolf Schneider, 87 anni; per il soldato Kurt Spieler, 81 anni. Tutti sono stati ritenuti colpevoli di concorso in violenza con omicidio contro privati nemici, pluriaggravata e continuata.
Sono stati invece assolti per non aver commesso il fatto il caporale Franz Stockinger, 81 anni; il caporalmaggiore Gunther Finster, 82; i caporali Albert Piepenschneider, 83, ed Ernst Gude, di 80; il sergente SS Hermann Becker, 87 anni; il caporalmaggiore Otto Erhart Tiegel, 81 anni ed il sergente Wilhelm Kusterer, di 84.
Il tribunale ha poi deciso la pena dell'isolamento diurno per tutti i condannati, per un periodo variabile tra uno e tre anni, ed il risarcimento dei danni in favore delle parti civili per una somma complessiva di oltre 100 milioni di euro.
La mattanza di Marzabotto è sicuramente la più cruenta, per violenza e numero di vittime, delle stragi compiute dai nazisti in Italia. Venne perpetrata dalla feroce 16. SS-Panzergrenadier-Division in diverse località quali Tagliadazza, Caparra, Castellano, Caviglia, Vado di Monzuno, Grizzana e, appunto, Marzabotto.
La furia nazista colpì la popolazione civile non riasparmiando donne, bambini. Intere famiglie vennero falcidiate. Si parla di un totale di 1800 vittime, molte delle quali furono ritrovate molto tempo dopo. Scopo die nazisti era reprimere la brigata partigiana Stella Rossa che nella zona contava più di duemila affliati.
13 gennaio 2006
La Repubblica

 

 

 

 

 

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