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Armadio della vergogna |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
Le vicende umane sono molteplici, infinite. Ma la storia, quella che dice del passato e
insegna per il futuro, è una sola. Mutuando Italo Calvino, il più onesto, il
più idealista, il più dolce dei repubblichini si batteva per una causa
sbagliata, la dittatura. Il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato si
batteva per una causa giusta, la democrazia. Ecco: soltanto se si riuscisse a
rovesciare questo assioma, la dittatura è giusta, la democrazia è sbagliata,
si potrebbe arrivare a comprendere quel che sta avvenendo oggi in Italia, tra
l’altro in occasione del sessantesimo anniversario della guerra di
Liberazione. Assistiamo al coagularsi di una
sorta di magma che cola per molti rivoli, spesso insospettati, per
alimentare, però, al fondo, uno stesso bacino indicato, a torto, come
revisionismo storico. A torto, perché spesso non di revisionismo si tratta, ma di semplice
negazionismo. Tale è quello di Ernst Nolte che
nega l’esistenza della Shoa è dei campi di sterminio nazista, tale è anche
quello di chi minimizza o nega gli orrendi crimini, e le decine di migliaia
di vittime innocenti di cui si sono macchiati nazisti e fascisti in Italia, e
non solo. Tale è quello che ha tumulato per
oltre mezzo secolo, nel nostro paese, verità e giustizia in un armadio. I morti sono morti, da una parte e
dall’altra, si dice sempre più spesso. Che la pace torni nei cuori di tutti
gli italiani. Giusto l’obiettivo, pessimo il percorso segnato. Nelson Mandela
quando prese nelle sue mani le sorti del Sudafrica, dopo decenni di
Apartheid, feroci discriminazioni e odi razziali, si pose per prima cosa il
problema della pacificazione e della riconciliazione del suo Paese.
Un’impresa enorme, dal punto di vista culturale e umano, prima ancora che
politico. Un’impresa sicuramente più ardua di quella di dar vita a una
memoria finalmente condivisa e perciò pacificata tra gli italiani. Mandela
sapeva però che nessuna scorciatoia sarebbe stata possibile, che nessuna
riconciliazione nazionale si sarebbe potuta realizzare al di sopra o contro
la verità. Quella verità storica che non è mai
semplice e lineare, ma un frutto complesso, fatto di contributi diversi, di
contraddizioni ed eccezioni, ma in cui niente va nascosto ,
come niente va esaltato oltre misura. Un esempio luminoso di questo modo
di procedere è stata la “Commissione per la verità e la riconciliazione”
istituita in Sudafrica. Anche a chi si era macchiato di orribili delitti,
omicidi e torture, fu garantita la possibilità di amnistia, ma a una
condizione: che raccontasse pubblicamente tutta la verità, che si assumesse senza reticenze la
responsabilità delle sue azioni. Solo in un quadro di verità sarebbe
stato possibile il perdono e la riconciliazione. Gli interessati non dovevano
semplicemente riconoscere fatti generici, no, dovevano raccontare di ogni
singola persona uccisa o torturata,di ogni singola
azione commessa in modo che i parenti delle vittime avessero modo di opporsi
ma per un solo motivo: che non era stata detta tutta la verità. Pochi avrebbero scommesso sulla
transizione pacifica del nuovo Sudafrica alla vita democratica, ma così è
stato, senza lasciare nessuno alla porta. A 60 anni dalla tragica stagione
vissuta dall’Italia sotto il fascismo. In modo particolare, all’indomani
dell’armistizio,la verità sembra ancora lontana.
Così come un equa distribuzione delle
responsabilità. Negli ultimi tempi anzi assistiamo a numerosi tentativi,
quanto maldestri, di
spargere cortine fumogene che contribuiscono a rendere il
passato il più uniforme possibile. Sono all’opera i soliti chiobottisti, revisionisti da strapazzo ( se si possono
definire in altro modo?) , e i numerosi voltagabbana
il cui volto, sempre di più, è di bronzo. Nel tentativo di distribuire
equamente responsabilità è torti, a caccia di una conclusione temeraria : una guerra civile divise il paese in due parti, ognuna
con le sue ragioni. In questo concerto, in cui
giustamente si ricordano episodi noti da decenni, come le stragi delle foibe
friulane, o le vendette consumate contro i fascisti all’indomani del 1945, si
è finiti per dimenticare le vittime più innocenti e indifese. Quindici, forse ventimila civili,
in gran numero bambini, donne e anziani, uccisi
senza pietà da nazisti e dai fascisti che aderivano alla Repubblica Sociale
di Salò. Le migliaia, forse decine di migliaia, di nostri militari trucidati
proditoriamente dagli scherani di Hitler dopo che avevano alzato la bandiera
bianca. I settecentomila soldati, sempre nostri soldati, gettati nei campi di
concentramento nazisti di cui un’infima minoranza aderì a Salò( molti lo fecero esclusivamente per fame) di questi
cinquantamila non tornarono più. Impressiona la memoria collettiva
che Mussolini, il “bonaccione” secondo Berlusconi, fu crudelmente esposto a
testa in giù a piazzale Loreto. Peccato si dimentichi di ricordare cosa
successe su quella stessa piazza, poco meno di un anno prima, il 10 agosto
del 1944. Quindici civili, prelevati nel carcere milanese di Sa Vittore, furono fucilati dai
repubblichini comandati da un ufficiale delle SS . Non solo. Fu dato l’ordine
di lasciare i cadaveri sull’asfalto, fu vietato ai familiari anche solo di
poterli raccogliere per dar loro sepoltura. Ci fu bisogno dell’intervento
reiterato del Cardinal Ildefonso Schuster. Ora si
pubblicizza la triste storia del sangue dei vinti. Nessuno negli ultimi anni,
in cui pure uno squarcio di verità si era fatta strada con la scoperta
dell’Armadio della vergogna, ha fatto salire alla ribalta, ha dato gran peso,
ha ricordato, ricorda il sangue delle vittime. Nessuno si è neanche sognato di
dare spazio, voce, risonanza all’ingiustizia che è stata perpetrata con
l’occultamento dei fascicoli delle stragi in quell’Armadio. Un’ingiustizia
enorme, perché si è concessa l’impunità a criminali riconosciuti, e perché lo
si è fatto ancora una volta in nome di una becera”ragion di Stato”. Alle
famiglie delle vittime crudelmente massacrate non è stato concesso neanche il
più elementare dei
risarcimenti morali: la verità. Scriveva Alberto
Asor Rosa nell’anno 2000: “Avanza in Italia una nuova forma di pensiero
fascista che tende, per ora cautamente, a ricollegarsi all’esperienza storica
passata e a giustificarla, a raddrizzarla, a rimetterla sul piedistallo da
cui era caduta: la manovra a tenaglia fra operazione politica e operazione
intellettuale è di giorno in giorno sempre più evidente. E siamo appena
all’inizio”. Parole purtroppo profetiche perché
oggi anno 2004, quella “nuova forma di pensiero fascista”, grazie al magma
revisionista, sembra essersi ulteriormente arricchita. Un
episodio per tutti, un intervento, nel febbraio 2004, del presidente del
Senato Marcello Pera.” Non c’è più ragione oggi di darsi un’identità in senso
negativo, antifascista e basta”. In sostanza, basta con il mito
dell’antifascismo. Gli ha subito telegrafatoli presidente dell’
Associazione Nazionale Partigiani di Roma: guarda che sei lì, sulla
tua altissima poltrona, grazie all’antifascismo che ha costruito e permesso
la democrazia in Italia. Il 27 gennaio si celebra la
giornata della memoria, memoria di tutti e per tutti. Ma pochi lo sanno. E,
per inveterata abitudine mediatica, si fa riferimento solo al dramma
dell’olocausto che nulla potrà mai far dimenticare. Il 10 febbraio è
diventato il giorno delle foibe, e dell’esodo degli istriani, costretti a
questo, ma nessuno lo dice, dalla guerra fascista. E i bambini, le donne, i vecchi
uccisi dai nazisti e dai repubblichini? E i militari trucidati? E quelli imprigionati nei lager? Meritano anch’essi rispetto,
ricordo, riconoscenza. Il loro sacrificio, insieme a quello dei partigiani,
ha generato Introduzione al libro : “L’Armadio della vergogna” di Franco Giustolisi STRAGI NAZI FASCISTE / PER S.
Anna di STAZZEMA. Fossoli. Cefalonia. Spunta il
registro degli orrori. Con i nomi degli assassini celati per 50 anni. In nome
della ragion di Stato Sono pagine che documentano il
capitolo più vergognoso dell'Italia postfascista. E insieme il più ignorato.
Fanno parte del registro degli orrori di cui "L'Espresso" ha
ottenuto, eccezionalmente, copia. Vi sono inventariati i tantissimi crimini,
mai perseguiti, commessi dai nazifascisti a danno dei cittadini italiani.
Migliaia di morti: bambini (118 solo a S. Anna di Stazzema),
vecchi, donne, uomini. Da una parte gli inermi, gli innocenti. Dall'altra i
mitra dei tedeschi e dei legionari di Salò. Gli assassini: se ne conoscevano
i nomi, in moltissimi casi, e negli altri, a ridosso degli eventi, non
sarebbe stato difficile accertarne l'identità. Le vittime: non hanno avuto
ancora giustizia perché ciò non conveniva politicamente. Non era opportuno
riaprire le ferite con I
ministri che sotterrarono i fascicoli ERANO I SOLDATI DELLA DIVISIONE
ACQUI, RESISTETTERO Al TEDESCHI Quando si dovettero arrendere, furono
massacrati. Ben 6.500. I corpi bruciati o gettati in mare con zavorre di
pietre o infoibati nelle caratteristiche grotte dell'isola, dopo essere stati
depredati di tutto. " È stata una delle azioni più arbitrarie e
disonorevoli nella lunga storia del combattimento armato", disse il
generale Telford Taylor, capo dell'accusa, al
processo di Norimberga. In Italia glissarono. Quando parenti delle vittime
sollecitarono inchieste e processi, due ministri del primo governo Segni si
scrissero, alla fine del 1956, per convenire che non era il caso di
compromettere la rinascita della Wehrmacht
riportando a galla episodi deplorevoli, certamente, ma che ormai
appartenevano al passato. Mentre il futuro era Franco Giustolisi Dall'“armadio della
vergogna” nuove imbarazzanti verità. Ecco chi oltraggiò i partigiani a
Piazzale Loreto Tra i fascicoli occultati per
decenni anche quello relativo alla fucilazione a Milano, il 10 agosto del
1944, di 15 antifascisti decisa dai tedeschi e
eseguita dai repubblichini che esposero i corpi delle vittime Il cosiddetto "armadio della
vergogna" continua a riservare sorprese. Dall'analisi di uno dei
fascicoli occultati emergono infatti nuovi elementi
circa le responsabilità della gigantesca operazione di insabbiamento riguardo
gli autori degli eccidi commessi fra il 1943 ed il 1945 dai militari
tedeschi, dalle SS e dai fascisti italiani. 15 mila le vittime, stimate per
difetto, tra la popolazione civile, donne e bambini compresi. Come noto, nel
1994 furono casualmente rinvenuti a Palazzo Cesi, a
Roma, sede della Procura Generale Militare, 695
faldoni abbandonati in un armadio con le ante chiuse rivolte contro il muro,
con gli atti delle indagini svolte dagli organi di polizia italiani e dalle
commissioni d'inchiesta anglo-americane, con i nomi ed i cognomi di
moltissimi protagonisti di quegli efferati episodi, ricostruiti attraverso
testimonianze spesso oculari. La maggior parte dei fascicoli fu inviata alle
Procure Militari competenti. Pochi i processi istituiti, dato il tempo
trascorso e la morte di quasi tutti i possibili imputati. Uno di questi,
relativo alla fucilazione a Milano, il 10 agosto del Ora, dopo che nell'ottobre del
2003, è stata finalmente costituita, non senza qualche fatica, una
commissione d'indagine parlamentare per far luce sulle cause di questo
scandalo, l'approfondimento delle carte consente di giungere a nuove
conoscenze. E' il caso proprio del fascicolo relativo all'eccidio di Piazzale
Loreto, contrassegnato dal numero L'incartamento rimase "parcheggiato"
presso Il Procuratore Generale Militare
Enrico Santacroce trasmise a questo punto il fascicolo al Gabinetto del
Ministero della Difesa, affinché venisse a sua volta inoltrato al Ministero
degli Affari Esteri per una risposta all'Ambasciata della Repubblica Federale
di Germania. Il Gabinetto del Ministero della Difesa lo restituì, tradotto in
italiano, poco più di un mese dopo. Qualche giorno ancora ed il 20 maggio
1963 il fascicolo venne definitivamente archiviato senza che venisse adottato
alcun provvedimento, nonostante dagli atti si potessero ricavare le prove
della partecipazione di Theodor Saevecke, con altri
ufficiali, all'organizzazione della rappresaglia nella quale l'ex-capitano
delle SS fornì i nomi dei partigiani italiani da fucilare, facendoli
prelevare da San Vittore attraverso un reparto della SD alle sue dirette
dipendenze. «Il fascicolo relativo all'eccidio di
Piazzale Loreto - queste le conclusioni della relazione del giudice Guido Salvini - fu tenuto fermo per moltissimi anni nonostante
fosse completo fin dall'inizio di tutti i dati forniti dallo Special Investigation Branch per
l'incriminazione immediata dei responsabili, non solo il capitano Theodor Saeveche ma anche alti ufficiali superiori. Non può
escludersi che proprio il coinvolgimento dello Stato Maggiore tedesco nel
Nord/Italia abbia consigliato "prudenza" nella trattazione del
fascicolo».Risulta accertato, infine, che Thedor Saevecke, come molti altri ex-esponenti nazisti in
Europa, venisse in seguito reclutato, alla fine degli anni Quaranta, nelle
fila degli apparati di spionaggio americani, con il nome in codice di "Cabanio". Da questa relazione anche le prove che
Giulio Andreotti, Ministro della Difesa dal febbraio del 1959 al febbraio del
1966, fosse al corrente dell'esistenza di fascicoli di rilievo giacenti
presso Saverio Ferrari 22 aprile 2005 Strage
di Marzabotto, ergastolo per 10 dei 17 ex ufficiali nazisti Il tribunale militare della Spezia
ha condannato all' ergastolo dieci dei 17 imputati
(tutti contumaci) per la strage nazista di Marzabotto. Gli altri sette sono
stati assolti per non aver commesso il fatto. La camera di consiglio è durata
quattro ore e 45 minuti. Gli imputati sono ex ufficiali nazisti, tutti
ultraottantenni e contumaci. La strage risale al periodo tra il 29 settembre
e il 5 ottobre del 1944: 800 le persone trucidate dai nazisti solo a
Marzabotto. |
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