Gli anni di piombo

 

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Bologna  marzo 1977

 

Nella seconda metà del 1975, tre fattori contribuirono in misura notevole alla crescita del terrorismo. Il primo fu la crisi dei gruppi rivoluzionari, in seguito ai risultati  elettorali rivelatisi per loro un vero disastro e alla conseguente delusione dei propri seguaci.

Molti militanti, in effetti, erano coinvolti nella politica attiva fin dal 1968 e mezzo milione di voti con sei deputati in Parlamento, costituivano una ricompensa troppo  magra per una sforzo di tale natura.

A fine ottobre Lotta continua tenne a Rimini il suo secondo congresso. Fu un avvenimento straordinario, con due schieramenti contrapposti fin dall’inizio- gli operai da una parte e le donne dall’altra- i quali tennero assemblee per decidere il destino del gruppo. Il resto dei membri, come ha scritto Bobbio, aspettava nei corridoi< preoccupato e nel contempo affascinato>.

 

Prevalse alla fine, la posizione delle donne: le discussioni politiche si trasformarono in momenti di autocritica, e i dirigenti del gruppo riconobbero che il loro approccio alla politica doveva essere ripensato da capo.

Lotta continua si dissolse come organizzazione, mentre il suo quotidiano  continuò ad uscire ancora per qualche anno, fino alla fine del 1979.

Il congresso di Lotta continua fu emozionante e sorprendentemente innovativo per coloro che vi presero parte; segnò però la fine dei gruppi, che uno per uno si disgregarono sotto il peso dell’autocritica e della demoralizzazione. Solo un piccolo gruppo superstite, sotto il nome di Democrazia Proletaria, cercò di adattarsi con difficoltà ai tempi profondamente mutati.

I gruppi avevano compiuto molti errori, ma si erano almeno proposti di costruire un movimento di massa che escludesse azioni terroristiche individuali; con la loro scomparsa, i vecchi quadri e la nuova generazione fortemente politicizzata dei tardi anni “70”, trovarono improvvisamente un vuoto politico alla sinistra del PCI. Un vuoto che cercò di occupare Autonomia operaia, una indefinita federazione di collettivi di base noti soprattutto per la loro violenza: dietro di essa si nascondevano le formazioni terroristiche.

Un secondo fattore è da ricercarsi nella frattura, sempre più marcata, che si creò tra il PCI e quel ceto giovanile urbano e universitario che gli aveva dato appoggio cruciale nelle elezioni di giugno. Più il partito si avvicinava al governo rafforzando la sua alleanza con la DC, più cercava di stabilire con forze le proprie credenziali come< responsabile> partito di governo. Qui Berlinguer compì uno dei suoi più gravi errori .Nei trent’anni di vita della Repubblica gli attivisti del PCI erano sempre stati presi di mira dalle misure repressive della polizia; dal 1976 in poi, invece, il partito divenne il più zelante difensore delle tradizionali misure di legge e di ordine pubblico,anziché farsi campione delle campagne per i diritti civili.

 

Un esempio  emblematico di tale atteggiamento fu l’appoggio acritico al governo per il rinnovo  della legge Reale sull’ordine pubblico, contro il quale il PCI aveva votato nel 1975. Sui temi cruciali che riguardavano i giovani politicizzati –il diritto a manifestare, i poteri della polizia, la detenzione preventiva, la riforma carceraria- i comunisti mantennero un silenzio che non lasciava presagire niente di buono.

I più severi critici del partito imputarono al suo passato stalinista questo ritrovato autoritarismo. Quali che fossero le cause, gli effetti  erano indubbi. Qualsiasi opposizione al compromesso storico veniva spesso qualificata semplicemente come atteggiamento deviante .Maria Pia Gariboldo, sindacalista di Bologna e iscritta al PCI dal 1972 così scrisse al segretario della sua federazione, spiegando le ragioni  del suo rifiuto a rinnovare la tessera del partito:

Capisco che la  nostra strategia di opposizione al movimento studentesco era assurda, dettata  da una politica di conciliazione verso la DC che ci porta inevitabilmente ad accettare la repressione. Non ci si può nascondere dietro la trita analisi che gli studenti siano < fascisti > e agenti provocatori, perché questo movimento- gli autonomi. Gli indiani metropolitani- esprime una paura reale, una reale  disintegrazione sociale-, Noi pensiamo di rappresentare l’ordine< socialdemocratico> buono per bottegai e i capetti grandi e piccoli, mentre loro rappresentano la sovversione, l’estremismo , il lupo cattivo della favola

Si generò un terribile paradosso: i comunisti volevano prevenire l’estendersi della violenza, ma la loro politica creava un terreno più fertile per i terroristi. L’anno 1976 vide infine un rafforzamento in termini numerici e organizzativi delle formazioni terroriste , in stridente contrasto con la caduta verticale della forza e della attività di gruppi similari negli altri paesi europei interessati dal fenomeno. Dietro questi inquietanti sviluppi non vi era solo il crescente spazio politico lasciato ai terroristi, ma una inspiegabile <fiacchezza delle forze dell’ordine>.

Le Brigate rosse all’inizio del 1976 sembravano destinate a scomparire , ma fu permesso a loro ed altri gruppi terroristici come Prima linea, di crescere nuovamente nei diciotto mesi  successivi.

Non si bene perché la polizia allentò la vigilanza: forse perché essa riteneva di aver già vinto la battaglia; o, secondo un’altra interpretazione, più sinistra, al terrorismo fu nuovamente  permesso di espandersi per condizionare in modo ancora più pesante il clima politico in generale e il Partito Comunista in particolare.

 

Nel 1977, un nuovo movimento affolla le vie di Roma. Analoghe fazioni in campo, stesse ambientazioni, a volte gli stessi protagonisti, ma nulla è più uguale. Dalla strage di piazza Fontana, il 12 dicembre del 1969, tutto è cambiato i reduci di quel periodo amano chiamarla la “ perdita dell’innocenza”

Dall’arresto dell’anarchico Valpreda, ingiustamente accusato di essere l’autore dell’attentato alla nascita della strategia della tensione, lo scontro si fa sempre più duro, militare. Dal sessantotto c’è chi è uscito con un punto rosso sulla fronte in omaggio al dio indiano Krishna, chi prosegue la sua attività politica in partiti ed organizzazioni legali o semilegali e c’è chi esce con una P38 in pugno aprendo la stagione della lotta armata che negli anni’70 dispiega il suo carico di violenza.

<< Se si dovesse caratterizzare in maniera secca i rapporti tra i due movimenti – 68 e 77 ->> , spiega Franco Piperno, uno dei leader di quella stagione, si potrebbe dire, ricorrendo a una metafora presa in prestito dalla storia delle religioni, che il sessantotto è stato Gesù e il settantasette San Paolo, nel senso che tutte le potenzialità che erano implicite nel sessantotto ne ha come determinato una sola, quella dell’anima più sovversiva e per alcuni tratti più disperata>>.

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