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Anna Laura Braghetti e Bruno Seghetti |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Anna Laura
Braghetti Anna Laura Braghetti racconta l’
incontro e l’amore per Bruno Seghetti Dopo la morte di mio padre,avvenuta nel novembre 1974,avevo smesso di studiare
e mi ero innamorata di Bruno Seghetti, un”ragazzo del movimento”, come si
diceva allora. Lavorava saltuariamente alla bottega di orafo
e argenterie del fratello, nel centro storico, e faceva parte del comitato
politico di Centocelle, un gruppo autonomo che in quell’anno si andava avvicinando alla lotta armata. Non
era bello, anzi- mia zia Franca diceva sempre: “Ma con tutti i ragazzi carini
che hai avuto, proprio con questo brutto muso qui dovevi sistemarti?”-
, però mi era piaciuto subito appena lo vidi scendere da una Dyane scassata all’ingresso del comitato di Centocelle. Veniva a portarci notizie sugli scontri di
San Basilio, un quartiere popolare dove la polizia sgomberava con la forza le case occupate e gli abitanti, la gente della zona
e i nostri compagni li fronteggiavano con le bottiglie incendiarie e le prime
pistole. Era domenica, il comitato era affollato di ragazzi e
ragazze che sarebbero poi diventati i militanti
della futura colonna romana delle Brigate Rosse: Renato Arreni,
Emilia Libera, Antonio Savasta, Germano Maccari. Bruno era piccolo e
asciutto con lunghi capelli neri da indio, pelle liscia, un tipo speciale per
procurare quello che mancava, avere in tasca proprio l’oggetto che serviva.
Ci voleva un cacciavite, e lui aveva il cacciavite.
Si era rotto il ciclostile, e lui ne faceva saltare
fuori un altro. Avrebbe dovuto fare il trovarobe. Prendemmo ad andare insieme al cinema, a cena,
Una sera sulla porta di casa mi chiese di entrare, ma feci resistenza. Non
avevo mai lasciato entrare nessun uomo in casa di mio padre. Però, le sere
successive,insistette molto, entrò , e non andò più
via. Abitavo da sola in via
Laurentina, da quando mio fratello era partito per il militare, e lavoravo in
un’impresa edile. Mia madre era morta,quando avevo
cinque anni, mio padre invece se n’era andato da poco e il giorno dopo i suoi
funerali le zie e gli zii tennero un consiglio di famiglia:se volevamo tirare
avanti qualcuno doveva guadagnare. Mio fratello Sandro era iscritto al terzo
anno di medicina, mentre io mi ero appena diplomata, facevo la baby-sitter e
pensavo di
iscrivermi a Economia e Commercio. Così toccò a me e trovai un impiego da
contabile e segretaria.. Bruno invece viveva con i
genitori e tre fratelli a Centocelle, dormiva in
salotto su un divano letto. Non possedeva niente, tanto che sua madre- alla
quale continuava a portare panni sporchi da lavare e stirare- mi ha
raccontato in seguito che, quando la polizia andò a cercarlo per la prima
volta, e chiese di perquisire la sua camera, lei aprì il lettino, tirò un
cassetto e disse” Ecco tutto quello che ha Bruno”. Questa disparità sociale
ebbe un ruolo importante fra di noi. Lui assumeva un
po’ l’atteggiamento di chi porta la ragazzina
borghese a conoscere il proletariato. E non aveva mai una lira, pagavo
sempre io con i soldi dello stipendio da impiegata. Forse sono stata anche un
po’ tonta, ma sono cose che si dicono anni dopo. Quando smontavo dal lavoro lo raggiungevo
in metropolitana all’università occupata, ma era già sera, era già finito
tutto e le riunioni si scioglievano, non restava che mettersi d’accordo per
il cinema o per la pizza. Facevo giusto in tempo a vedere gli altri uscire,dopo aver discusso,pensato e complottato per il tutto il
giorno. E i miei amici dicevano, per prendermi in giro: “E’ arrivata Laura,chiudiamo i cancelli” Anche se ero impegnata in politica da
quando avevo 14 anni – le lotte a scuola,poi due anni a Lotta continua,un
breve passaggio nel PCI - ,ormai lavoravo otto ore al giorno, e non si può
dire che fossi molto addentro nel dibattito politico del movimento: ma sapevo
che mentre tuti discutevano di violenza
rivoluzionaria, già c’era chi la praticava. E molti li conoscevo
. Per questo non ero curiosa di scoprire che cosa Bruno conservasse
nelle borse chiuse che si andavano accatastando nella nostra camera da letto.
Lungo una parete. Sapevo benissimo che erano armi ,documenti
falsi,e targhe di automobili rubate. Bruno non mi nascondeva niente. Era convinto che la
rivoluzione comunista fosse possibile solo a patto di imbracciare il fucile. Nel frattempo,manifestazioni
armate con bottiglie incendiarie, spranghe e pistole attraversavano la città
ogni settimana. Una di queste venne interamente
filmata dall’alto dagli elicotteri della polizia, e una serie di fotogrammi
vennero pubblicati dai giornali. Fecero un enorme scalpore e poco dopo
furono vietati i cortei a Roma, ma non bastò a fermare il movimento né la
corsa di alcuni verso la lotta armata. Nel 1977 gli attentati furono in tutto
199, di cui 165 diretti contro la proprietà pubblica o privata. Vennero ferite 29 persone e cinque furono uccise. Queste
azioni furono rivendicate a nome di ventitre sigle
diverse, mentre le organizzazioni armate erano sette. Da noi, in via Laurentina, si
tenevano lunghe e accese riunioni politiche, cui non partecipavo. Bruno
girava con la pistola. Prima di venire a letto, la sera, la posava sul suo
comodino. Non la toccavo mai, ma non ne ero turbata.
Lui era l’uomo della rivoluzione, bene o male lo delegavo a fare quello che
ancora non avevo scelto per me, lo autorizzavo a
essere quello che io non sentivo di essere. E sapevo che partecipava ad
azioni armate, rapine di autofinanziamento , ed
altro di molto peggio: attentati incendiari, agguati, ferimenti. Mi ero accorta da tempo che le cose
stavano cambiando. Nella seconda metà del 1976 Bruno e i suoi compagni
avevano cominciato a vestirsi bene, con anonimi abiti da adulti, a
frequentare meno gente. Si guardavano le spalle, facevano
lunghi giri per tornare a casa. Bruno cambiava due volte la linea della
metropolitana per seminare eventuali pedinatori. Portò a casa del materiale e lo mise in un cassetto.
Sbirciai: c’erano dei volantini e del materiale di propaganda con la stella a
cinque punte. Le Brigate Rosse erano arrivate a Roma, anzi in casa mia , si faceva sul serio. Fino a quel momento ero stata a guardare, avevo un
atteggiamento di indulgente tolleranza. Lasciavo
fare , vedevo e non toccavo. Non aderivo, non mi opponevo e, non ostacolandolo,
probabilmente lo incoraggiato. Ma questo è stato
vero anche per me: avere vissuto così vicina a una
persona che era andata avanti sulla strada della violenza ha reso tutto più
possibile, meno ignoto, anche se non meno spaventoso. La mia decisione di entrare in una organizzazione
armata è stata il frutto di un lungo, lento corteggiamento, un avvicinamento
graduale, passo per passo. Come un meccanismo che, prima di mettersi in moto,
faccia scattare tanti clic impercettibili, uno dopo l’altro, fino al momento
finale,quando ogni passaggio è compiuto e la
macchina è avviata in tutta la sua potenza. Forse il periodo in cui sono stata una spettatrice in platea mi è servito a
decidere se farmi o no definitivamente da parte. Era un tempo d’attesa,
cercavo un modo per cambiare il mondo e tentavo di capire se le BR fossero o meno uno strumento per far diventare realtà il sogno
rivoluzionario. Una domenica mattina, mentre
raggiungevamo a piedi la casa di mia zia Franca che ci aveva invitato a
pranzo, Bruno mi chiese a bruciapelo se mia zia sarebbe stata disponibile a
comperare una casa per le Brigate Rosse, una casa che poteva essere utile per
i clandestini, per i latitanti. L’idea di quella signora timorata di Dio che faceva da
prestanome per il partito armato,con una casa piena
di armi e di volantini con la stella a cinque punte, era così assurda che
compresi subito a chi fosse veramente rivolta quella proposta. Risposi a
Bruno che avrei comprato io quella casa di cui avevano bisogno. Dopo qualche
giorno mi disse che il mio contatto non sarebbe
stato lui, ma Valerio Morucci. Conoscevo Valerio,
perché era uno di quelli che frequentavano le riunioni in casa nostra. Penso
che Bruno avesse avuto dall’organizzazione l’incarico
di trovare un prestanome, e cioè una persona pulita, con una vita normale che
comperasse un appartamento, lo abitasse, ne mantenesse una facciata
rispettabile per il mondo , mentre
all’interno tutt’altro. Lui non avrebbe potuto farlo perché
era un personaggio molto esposto nel movimento, noto alla polizia, alla Digos, come possibile militante della lotta armata. Con
me andava sul sicuro, mi conosceva bene e sapeva e sapeva che la mia sarebbe
stata un’adesione vera, che non mi sarei tirata
indietro alle prime difficoltà perché è nel mio carattere andare sino in fondo, non lasciare cose a
metà. Valerio mi fissò un appuntamento una settimana dopo, per strada, a San
Paolo, non lontano da casa, alla fine del mio orario
di lavoro. Appariva esattamente così come ci si aspetta
che sia un guerrigliero metropolitano. Con un completo
principe di Galles doppiopetto, scarpe lucide, una valigetta da
professionista in mano, rasato e ben pettinato. Perfettamente a suo
agio, indistinguibile, tranne che per il bozzo della pistola, dagli impiegati
che affollavano la metropolitana nell’ora di punta. Parlammo due ore, passeggiando, fermandoci in un bar
deserto,della mia serenità, delle mie convinzioni,
della mia fedeltà. Alla fine mi consegnò dei materiali teorici da leggere, prodotti dalla direzione strategica delle BR,
e mi diede un appuntamento per la settimana seguente, informandomi sulle
procedure di sicurezza. Se uno dei due non fosse arrivato
, l’altro doveva aspettarlo dieci minuti d’orologio, andar via e tornare dopo
un’ora, poi il giorno dopo,poi la settimana successiva, sempre alla stessa
ora. In questo modo fui arruolata nelle Brigate Rosse, nel rispetto dei
canoni della compartimentazione e dell’istruzione del giovane militante.
Nessuno mancò mai ai nostri appuntamenti. Quasi immediatamente, però, Valerio
mi informò che dovevo cambiare contatto un’altra
volta. Ed aspettarmi ai giardinetti dell’ Eur, che raggiungevo facilmente a piedi dopo l’orario di
lavoro e nell’intervallo di pranzo, su una panchina, trovai un uomo bruno,
con i baffi e la solita divisa di impiegato modello. Era Mario
Moretti. Alla sera Bruno mi disse:” Vedi
come sei fortunata, hai incontrato subito l’uomo che ha più carisma
nell’organizzazione”. Camminai instancabilmente, in quelle
prime settimane; da sempre camminare mi aiuta a riflettere. Roma cominciava a essere grande, contava allora due milioni di abitanti.
Avevo e ho di questa città, che amo moltissimo,
un’immagine quasi letteraria. Sistema di rovine che ha saputo e sa costruire
sulle rovine precedenti, luogo di storia, prodotto di guerre, di intrighi, ammantato da una solenne immutabilità,
simbolo per eccellenza dell’eternità. Sono una romana,avrei
dovuto saperlo, averlo scritto nel codice genetico che qui non si possono
fare rivoluzioni, nessuno ne ha mai fatte. E infatti mi fermavo, alla sera,
davanti ai palazzi, osservavo le finestre illuminate e mi interrogavo: “Ma
questa gente vuole il comunismo, un cambiamento così grande, così brusco? O sono io che lo voglio tanto, per me?”. Immaginavo un
domani nel quale ogni torto sarebbe stato riparato, ogni disuguaglianza
colmata, ogni ingiustizia raddrizzata, mi rispondevo che questo giustificava
i mezzi che avremmo usato .Guardare i palazzi dove
si svolgono vite ignote e farmi domande è abitudine che non mi ha lasciato
mai. Lo facevo quando venivo
trasferita da un carcere ad un altro, nei blindati. Lo faccio ancora oggi,
chiedendomi se la gente è davvero disposta a essere
solidale con il suo vicino, se veramente odia gli immigrati, se è disponibile
a cambiare qualche abitudine pur di respirare aria migliore. E’ una sorta di
domanda cosmica. Venticinque anni fa mi risposi:”
Si, percorrerò la strada della rivoluzione, a ogni costo”. Adesso la mia risposta è: “ Non voglio più far male a
nessuno, qualunque sia il prezzo da pagare”. Due estremi che si assomigliano,
a modo loro. da: Il Prigioniero di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella |
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