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Anna Laura Braghetti..dovevo rapire tuo
padre |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I A V V E N I M E N T I I T A L I A N I A V V E N I M E N T I I T A L I A N I A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
Una famosa intervista di Chiara Beria
d’Argentine ad Anna Laura Braghetti Nella sala da tè dell’albergo romano siamo sedute ai lati
di un tavolino. Tazze, sigarette e registratore. Devo farle un’ultima domanda, lei non
può rispondermi. <<Si , è vero>>,
sussurra e negli occhi di Anna Laura, la brigatista rossa carceriera di Aldo
Moro condannata all’ergastolo anche per l’assassinio del vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet,
spuntano le lacrime. Poi,
finalmente, trova le parole: << Nel maggio 1980 stavamo
preparando il sequestro di tuo padre….ero riuscita
ad entrare nell’androne del suo palazzo per capire in quale piano
abitava..>> Le mie lenti a contatto si appannarono. Dimentico
il distacco necessario per fare un’intervista, sono travolta da
ricordi e paure. La mia mente va a quell’orrenda
primavera di 15 anni fa: 12 febbraio a Roma Vittorio Bachelet,
16 marzo a Salerno, il procuratore capo, Nicola Giacumbi,
18 marzo a Roma, il giudice Girolamo Minervini, 19
marzo a Milano, il giudice Guido Galli, il 28 maggio a Milano il giornalista
Walter Tobagi, il 23 giugno, a Roma il giudice
Mario Amato. Uccisi tre carabinieri a Milano e Genova e un vicequestore a
Mestre, pallottole a Roma all’architetto Sergio Lenci. Il 20 marzo 1980, subito dopo la morte dei suoi amici Minervini e Galli, mio padre, il giudice Adolfo Beria d’Argentine, si era precipitato a Roma per ricandidarsi alla guida dell’Associazione nazionale
magistrati: all’attacco dei terroristi – era la sua idea – bisognava
rispondere con una giunta unitaria, composta da
rappresentanti di tutte le correnti. Il 23 marzo fu eletto presidente. A casa
nostra a Milano c’era molta paura: ogni mattina tra le 7 e le 9, nell’ora
ormai rituale della morte, mentre allattavo mio
figlio Matteo, appena nato, ascoltavo la radio col terrore che in quella
folle roulette russa fosse arrivato il turno di papà. La morte sembrò
sfiorarlo la sera del 27 maggio a Milano quando
partecipò ad un dibattito con Tobagi. Il giorno
dopo si dovevano incontrare per dar vita ai comitati
“ Giustizia e stampa”. Ma Walter fu ucciso. A Roma veniva arrestata una piccola, sconosciuta ragazza
cresciuta in un palazzo Gescal sulla Laurentina…. Quindici anni dopo, sabato 18 novembre, quella ragazza si
materializza all’improvviso in questa donna fragile di 41 anni che mi sta
davanti e piange in silenzio. Spetta a me fare un gesto. Le stringo le mani:
perché non me l’hai detto prima? Risponde: << Credevo che tu lo avessi
già capito , al nostro primo incontro>> Quel primo incontro, il 9 agosto 1983, Anna Laura era rinchiusa in una cella del carcere speciale di Voghera, nel
febbraio 1991 la rividi nella sala colloqui di Rebibbia.
Poi più nulla fino a una telefonata all’inizio
novembre: << Sono Anna Laura, ho scritto un libro, Nel cerchio della prigione , con Francesca Mambro.
Verresti a Roma per presentarlo? Penso: la carceriera di Moro non solo è diventata amica di
dell’unica terrorista di destra condannata
all’ergastolo. Ma spinta anche da padre Adolfo Bachelet, fratello di Vittorio, una delle sue vittime, si
batte per dimostrare l’estraneità di Francesca e di Valerio Fioravanti da
un’accusa terribile ed orribile: la strage di Bologna. Non posso dirle di no,
accetto anche perché sui giornali si discute di La
seconda volta, il film di Mimmo Calopresti in cui
Alberto Sajevo, un professore universitario
interpretato da Nanni Moretti, s’imbatte un giorno nella terrorista che gli
aveva sparato con la p38. Un film sul dolore, sul senso di
colpa, su un incontro impossibile. Il direttore mi propose di vederlo con Braghetti
per raccogliere le sue impressioni. Anna Laura accetta: dopo 15 anni di
carcere, da alcuni mesi può uscire da Rebibbia nei
giorni feriali dalle 7 alle 21 e lavora in una cooperativa dell’Arci, “L’Ora d’aria”, dove si occupa di recupero dei
detenuti. Fissiamo l’appuntamento per venerdì 17 novembre, alle 15
il film, alle 18.30 la presentazione del libro alla Casa delle Culture. Parto
per Roma come se andassi a un normale appuntamento
di lavoro. Anche se.. Quante volte nello studio di
mio padre o di altri vecchi amici magistrati come Gerardo D’Ambrosio ho visto
le foto di quei giudici morti, dimenticati. Magistrati che
pur sapendo di rischiare la vita non hanno gettato la toga. Ha ragione Moretti a chiedere ai carnefici più pudore, più
discrezione. E ha ragione l’architetto Lenci che su
Repubblica parla dei 128 morti ammazzati, e protesta per “l’ambigua
operazione di recupero” della terrorista descritta come una donna in buona
fede che soffre con dignità. Lenci, che come il Sapevo del film ha ancora una
pallottola nel cranio, avverte chi propone amnistie o indulti: << Si
chiuderà per sempre la stagione del terrorismo rendendo impossibile risalire
ai perché e ai complici..>> Già , i
suggeritori. Un giorno del 1982 mio padre tornò a casa con 90 pagine
scritte fitte fitte .
Titolo del documento: “ Materiale sul magnifico in elaboratore”. Il “magnifico”
era proprio lui, indicato nei fogli con la sigla BDA. Sulla
bozza di un volantino la sua foto presa da un giornale e frasi scritte a
stampatello: <<….degno rappresentante
del personale politico imperialista….fa la spola tra
Milano e Roma con l’aereo. A Roma vive a corso
Vittorio Emanuele. Viaggia con scorta….>>. << Le Brigate rosse volevano
rapirti>>, gli spiegarono i suoi colleghi consegnandoli il fascicolo trovato, il 9 gennaio 1982,
nel covo romano di Giovanni Senz’ani, il criminologo, capo del fronte delle
carceri. Oltre a quattro missili terra-aria e armi, c’erano
centinaia di schede di politici, magistrati, dirigenti, insomma l’archivio
storico delle Brigate rosse. Non ci stupì tanto la scelta di mio padre come obiettivo
<< ( l’Esecutivo lo ha riconosciuto come l’unico interlocutore in grado
di ricomporre i rottami della magistratura >>, scrivevano le Brigate
rosse ricordando anche gli incarichi all’Onu utili,
con lui nelle loro mani, per chiedere il riconoscimento internazionale), ma
la quantità di informazioni su di lui e sulla nostra
famiglia: compreso il soprannome di mia sorella Delfina, indicata dalle
Brigate rosse come Phinette, conosciuto solo da
pochi. Chi aveva fatto quelle schedature? Anna Laura, venerdì 17 arriva all’appuntamento in ritardo.
Mangiamo uno snack dell’albergo. Il cameriere le
rovescia addosso tutto il cocktail di gamberi con
salsa aurora. La crema rosa si sparge sul suo vestito nero..
All’inizio di questa storia io non ho cercato lei, e lei non ha cercato me.
Nell’estate del 1983, dopo la protesta dei radicali, ero andata a Voghera per
scrivere del modernissimo supercarcere. Ci stavano rinchiuse 98 terroriste,
età media 25 anni, i nomi più tristemente famosi delle formazioni armate: oltre lei, le brigatiste Natalia Ligas,
Paolo Besuschio e Nadia Ponti, Susanna Ronconi di Prima Linea; e la prima donna dei Nar, Francesca Mambro. Il
direttore del carcere mi presentava alle terroriste. << Sei la figlia del magistrato?>> chiese Anna Laura. <<
Si, e sono orgogliosa>>, risposi scioccamente.
Lei ironizzò: <<
Gli ultimi democratici vengono a vedere che trattamento ci
hanno riservato lo stato borghese>> In un’altra sezione incontrai Ora capisco che qualcosa doveva farci ritrovare. Questa
terza volta , a Roma, le cose mi sembravano più
semplici. Ho letto il libro di Anna Laura e
Francesca, la storia parallela, i lutti familiari. << Sono in debito di
dolore con molta gente e con me stessa, posso venirne fuori solo se continuo
a cercare>> , scrive Francesca. << Non
sono una codarda, s differenza di molti che hanno lanciato un sasso e
nascosto la mano non scappo di fronte alle mie
responsabilità, non fingo di essere estranea ai reati che ho commesso….il vero esercizio di memoria e quello di ricordarmi del
Caino che è in me>>, scrive Anna Laura. All’ex comunista combattente chiedo perché oggi, in un’ Italia che scivola sempre più a
destra, lei si batte per Francesca e si definisce un’agnostica. <<
Credo che il mio unico possibile impegno sia quello di cura di chi ha bisogno
come Francesca. Per me i fascisti erano nemici più grandi, occuparmi di lei è significato anche comprendere che non si può mettere il
nemico fuori di sé. Il più grande nemico di me
stessa sono stata io e le azioni che ho commesso>>. Al cinema sediamo nell’ultima fila. Scorrono le immagini
di Torino, la città di mio padre. Ci sei mai stata? << Una volta, nel
1974, per una manifestazione contro Pinochet>>
Sajevo è in cattedra e Braghetti
commenta: << Più che alla vicenda dell’architetto Lenci mi sembra si
siano ispirati all’attacco di Prima Linea, nel dicembre ’79 alla scuola
aziendale di via Ventimiglia>> Ricordo: 190 persone sequestrate, dieci professori e
studenti gambizzati. Ora Lisa, la terrorista, rientra in carcere, la
perquisizione, la cella con la compagna. Dice Braghetti:
<< I rumori, i “clagori” del carcere, come li
chiamo io, ci sono tutti. Uscire e rientrare ogni giorno? Si è più libere ma
anche più sole. Il carcere riesce a strutturarti la
giornata e a tenere quasi congelata la colpa. Il carcere ci reclama. In
questa Lisa così timida, introversa c’è qualcosa che mi appartiene: quando
torni in questo mondo vorresti anche essere curiosa, ma finisci per essere
presa dalla tua diversità>>. Moretti-Sajevo
ripete irato gli slogan delle Brigate rosse: “ Colpirne uno per educarne
cento” Rabbrividisco. Anna Laura commenta: << Slogan sterili senza
senso. Facevamo opera di mostrificazione dello
Stato, pensavamo che bastasse toccare un ingranaggio per far crollare tutto
il sistema>> Sullo schermo si consuma il breve incontro tra il
professore e la terrorista prima che le loro vite si
separino per sempre.<< La prossima volta andiamo a vedere
paperino>>, mi sussurra Anna Laura. L’angoscia di Anna Laura. E’ visibilmente angosciata. Ci fermiamo a
un bar, si sfoga: << C’è molto carcere, poca speranza. I protagonisti
sono su due binari che non si possono incontrare perché tra il carnefice e la
vittima la distanza è incolmabile. Per lei ci sono
altri anni della sua esistenza da consegnare alla prigione, per lui altri
anni da consegnare alla ricerca di una ragione, di un perché. E però su
quella ragazza sembrano cadere le colpe di ogni
cosa, questo mi è sembrato eccessivo. Lei non era sola, faceva parte di una
storia, come si diceva allora “collettiva”. Lisa non trova il modo di spiegare, non lo riconosce più
come nemico: non
è trascuratezza, è dimenticanza delle ragioni che l’hanno spinta a fare la
guerra contro qualcuno. Le sue ultime parole senza senso per chi fa i conti con una pallottola ancora conficcata nel
cranio. E lui è dannato da
questa mancanza di risposte.. Alla fine l’unica
risposta concreta che lei trova è consegnarli altri tre anni di carcere: per
andare all’incontro rientra tardi in prigione e perde i benefici di
legge>> Ma tu, chiedo, sei riuscita a trovare con le tue vittime le
parole giuste?<< Ogni incontro è unico, una storia a parte. Padre Bachelet mi è venuto a cercare in
carcere, mi ha sorriso. Ora vado a trovarlo in convento>> E quel
Bachelet morto che c’è tra voi? << Per lui è
il fratello che ha amato e ama, per me una persona contro cui
ho commesso un crimine terribile>> Insisto, ma della tua vittima cosa sapevi?
<< In quel 1980 il grande attacco era contro la magistratura, Bachelet era colui che riusciva
a far mediare le varie componenti della magistratura. Abbattendo il simbolo
di quella mediazione pensavamo di far deflagrare le contraddizioni. Il fatto
che sia servito a far prevalere le posizioni più arretrate ( E’ ora di andare presentare il libro. Televisione,
fotografi, appelli per il processo Sofri, stupore
per il dialogo tra una brigatista e una terrorista nera. Arrivato il
mio turno mi presento anche come figlia di un “
servitore dello Stato” che poteva essere indifferentemente essere ammazzato
da quelli come Anna Laura o da quelli come Francesca Mambro.
Le pallottole non hanno colore. Parlo dei morti e dei loro figli. Alla fine
si avvicina Adele Cambria e commenta: << Anna
Laura mi ha detto che hai ragione, se non l’avessero
arrestata….>> Chiedo di rivederla il giorno dopo. Accetta. Dico che aver
sentito annunciare alla tv “ Braghetti, dopo
la pubblicità” mi ha dato fastidio. Lei si difende: << Lo faccio per
Francesca. E poi è una storia che ha riguardato
almeno mille persone che in quegli anni hanno impugnato la pistola. Di queste
900 sono già rientrate nella società, senza problemi. C’è chi fa
l’insegnante, chi la baby-sitter, chi l’operaio.
Restiamo noi, gli ultimi. Ma le domande sono rivolte
solo ai pochi che accettano di farsele porre. Non è un gioco al
massacro?>> Non mi basta. L’architetto Lenci teme che con l’indulto
finisca ogni speranza di sapere la verità sulle Brigate rosse. << Chi vuole sapere la verità sulle stragi dovrebbe chiedere che
si aprano gli archivi di Stato Quanto alla nostra storia non ci sono misteri,
si chiedono solo i nomi dei partecipanti>>. Chi era la quarta persona nella prigione di Moro? <<
Ognuno dica per sé. Ho detto che ho partecipato a quell’azione e me
ne sono assunta la responsabilità, lo stesso hanno fatto Moretti
e Gallinari. Se parlasse la quarta persona porterebbe un contributo di limpidezza a tutta la
vicenda>> E perché non lo fa? << Probabilmente non è mai stato in
carcere.. non penso che voglia trascorrervi il resto
della sua vita>> Chi vi aiutava, chi suggeriva gli obiettivi? <<
Per quanto mi riguarda non c’era nessuno. Facevamo
un lavoro da formichine e poi la città è un grande
occhio, un grande orecchio>>. L’ultima domanda ad Anna Laura Adele Cambria mi ha detto….è vero? E questa volta Anna Laura risponde:
<< Io stessa mi occupavo di “inchiestare” i
suoi movimenti a Roma, i suoi orari d’entrata e uscita dalla casa di Corso
Vittorio Emanuele. Era proprio quello che stavo facendo quel 27 maggio quando sono stata arrestata, con altri due compagni
delle brigate rosse, in un bar li vicino…. In mano non ho più il pezzo
previsto. Torno a Milano, racconto tutto a mio padre: per lui scampato ai
nazisti come alle Brigate rosse cambia poco, sapeva che era stato pedinato
anche da una ragazza, una terrorista, ma non aveva mai saputo il suo nome né
immaginato che fosse arrivata fino a casa sua. Ma, a parte te, in quella
maledetta primavera del 1980 come erano protetti?
Capisco di riaprire una ferita. Ricorda con dolore del sopravvissuto:<< Minervini mi
abbracciò, sapeva di essere nel mirino. Amato
implorò maggiore protezione>> Ma questa storia
è vecchia, rimossa. Non interessa più a nessuno. 17 novembre 1995 – Roma. Intervista pubblicata sull’Espresso del 3 dicembre 1995. ( testo integrale) |
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