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Giulio
Andreotti al processo di Perugia
Ma di
quale sentenza stanno parlando? Ma
di quale "conferma della prima assoluzione" vanno cianciando? Ma di quale "teorema giustizialista"
straparlano?
Eppure il presidente Scaduti l'ha detto chiaro e
tondo, e tutte le televisioni l'hanno trasmesso senza rendersi conto di quel
che facevano: "Il reato di associazione per delinquere commesso fino
alla primavera del 1980 è estinto per prescrizione", mentre per
l'associazione mafiosa successiva al 1982 si conferma la prima sentenza:
assoluzione per insufficienza di prove. Ora, lorsignori
lo conoscono il significato di "associazione per delinquere", di
"commesso" e di "prescrizione"?
E lo sanno quando è scattata la prescrizione di quel
reato? Nel dicembre 2002.
Cioè 22 anni e 6 mesi dopo la primavera del 1980
(quando si svolse l'ultimo incontro Andreotti-Bontate).
Cioè poco più di quattro mesi fa. Il che significa
che la Procura di
Caselli (ieri definito "sconfitto" e addirittura
"condannato" da qualche analfabeta) aveva visto giusto
quando aveva chiesto e ottenuto di far processare Andreotti.
E
aveva sbagliato il Tribunale ad assolvere l'imputato, sia pure con formula
dubitativa, per il periodo degli anni 70. Infatti, con l'impostazione della
Corte d'appello, nel processo di primo grado (concluso nell'ottobre 1999) Andreotti sarebbe stato condannato per associazione per
delinquere, cioè per la sua alleanza organica con
Cosa Nostra fino al 1980. Cioè per aver incontrato –
come affermavano numerosi collaboratori di giustizia, ma soprattutto un
testimone oculare, Francesco Marino Mannoia – boss
del calibro di Stefano Bontate, per parlare del
delitto Mattarella.
E per aver incontrato anche il boss Badalamenti, come aveva testimoniato Tommaso Buscetta, avendolo appreso dalla viva voce di don Tano a
proposito del delitto Pecorelli.
Insomma, se l'appello fosse finito entro il 20
dicembre dell'anno scorso, con quattro mesi e mezzo di anticipo,
Andreotti sarebbe stato condannato in base
all'articolo 416, cioè all'associazione "semplice", visto che
quella aggravata di stampo mafioso (416 bis) fu introdotta nel codice penale
soltanto nel 1982, con la legge Rognoni-La Torre.
Le sguaiataggini dell'avvocatessa Buongiorno, reduce dai fiaschi di Perugia, sono comprensibili: doveva gettare un po' di
fumo negli occhi ai giornalisti, nella speranza (in gran parte ben riposta)
che non si accorgessero della prescrizione o fingessero di non vederla. Molto
più abbacchiati apparivano invece i colleghi Gioacchino Sbacchi
e Franco Coppi, principi del foro, che le sentenze le sanno
leggere meglio di quanto non riescano a recitare: dev'essere
frustrante per un avvocato difensore passare da un'insufficienza di prove a
una condanna per omicidio a una reformatio in pejus in appello con prescrizione, e per giunta per il
rotto della cuffia.
E' comprensibile
anche l'impudenza del senatore a vita, che parla di "falsi testimoni e
falsi pentiti", quando il reato ritenuto provato e prescritto l'hanno
raccontato proprio testimoni e pentiti giudicati attendibili dalla Corte (che
lui stesso definisce "molto obiettiva").
E' comprensibile, infine, il delirio del cavalier
Silvio Berlusconi ("è stato abbattuto il primo
dei teoremi giustizialisti del 1993 che voleva
sfigurare la storia d'Italia"), che ormai usa tutte le sentenze, anche
quelle pronunciate in Australia, siano esse di condanna o di
assoluzione o di prescrizione, per piazzare disperatamente il suo
ultimo prodotto avariato: l'immunità parlamentare per "ripristinare lo
spirito della Costituzione" (quella che due settimane fa lui stesso
definiva "sovietica", beccandosi le reprimende di Andreotti). Si comprende, infine, la svogliatezza che
coglie politici e commentatori di fronte a sentenze di 6 mila pagine, come
quella di primo grado: informarsi è faticoso, lavorare stanca.
Ma qui basta leggere il dispositivo. Una paginetta, non di più. Con un piccolo sforzo, si può
capire tutto.
E, fatta salva l'ignoranza crassa o la demenza
galoppante, si potrebbero evitare
corbellerie come il titolo del Giornale di oggi:
"Andreotti mafioso era uno scherzo". O
come le autorevolissime scemenze pronunciate ieri dai presidenti di Camera e
Senato, che hanno subito voluto congratularsi col
senatore a vita prescritto.
Casini ha straparlato di "onore
ristabilito" (ma forse parlava di onore nel senso siciliano del termine).
Pera ha farfugliato di una "riparazione di un torto inferto per anni
all'immagine della Dc e dell'Italia" (ma forse
si riferiva allo discredito arrecato al partito e al
Paese dalla cinquantennale presenza di uno come Andreotti). I leader centrosinistri si sono invece
affannati a esaltare il "fair play" e
"l'esemplare comportamento processuale" tenuto dall'imputato.
L'unico
concetto che questi tartufi riescono a esprimere, a proposito di un senatore
a vita condannato in appello a 24 anni per omicidio e miracolato dalla
prescrizione e dall'insufficienza di prove per il reato di mafia, è che si
comporta da vero signore. Non dice le parolacce, non
sporca, non mangia con le mani, non si mette le dita nel naso.
Due corti d'appello dicono che ha fatto ammazzare un
giornalista, incontrato e aiutato i capi della mafia, ma è tanto educato e
tanto ammodo, signora mia.
di:
Marco Travaglio
Giulio Andreotti:
Nel “processo del secolo” il profilo di un disegno politico
Quella che segue è la conversazione che il direttore e il
capo redattore di Quaderni Radicali
hanno avuto con Giulio Andreotti, con il quale hanno provato a svolgere
una rilettura critica degli eventi che, dal biennio 1992-93, hanno condotto
al cosiddetto “processo del secolo”, da cui il senatore a vita è stato infine
assolto (l’intervista è riportata nel numero 90 di Quaderni Radicali – marzo/aprile 2005).
Quando iniziò
l’azione giudiziaria che condusse al superamento della cosiddetta Prima Repubblica,
lei ebbe sentore di quali fossero le motivazioni reali – di natura politica
oltre che giudiziaria – che la determinarono?
Era in corso la grande campagna di “Mani pulite”,
con la quale furono messi sotto accusa alcune migliaia di politici; alcuni di
rilievo nazionale, altri nelle amministrazioni locali. Successivamente,
il 90% dei processi che li vide coinvolti finì con assoluzioni.
Per quanto mi riguarda, fui toccato solo di striscio
da quella inchiesta, perché ero stato interrogato a Milano dal pm Di Pietro su un presunto finanziamento al Partito
socialdemocratico che – fra l’altro – era l’ultima cosa che avrei fatto in
vita mia. Pur riconoscendo tutti i meriti ai socialdemocratici, non posso
dimenticare che fu Saragat ad affossare il governo
di De Gasperi nel 1953: un mio impegno nella
presunta colletta in loro favore risultava abbastanza eccentrico e comunque quell’interrogatorio
non mi aveva più di tanto colpito.
L’ultima cosa che pensavo è che potessi essere
accusato di favoreggiamento della mafia. In primo luogo,
perché fino al maxi-processo non avevo avuto occasione di occuparmene in modo
particolare. Fu il senatore comunista Gerardo Chiaromonte,
presidente della Commissione Anti-mafia, a richiamare la mia attenzione in qualità di Presidente del Consiglio sulla necessità di
fronteggiare con qualche cosa di nuovo questo male tradizionale della
Sicilia, che nell’ultimo periodo aveva avuto una esasperazione notevole.
L’occasione fu quella di scongiurare la scarcerazione di metà degli imputati al maxi-processo – allora in fase d’appello
– per scadenza dei termini della carcerazione preventiva. L’unico modo per
evitarlo era l’emanazione di un decreto legge: un fatto estremamente
delicato farvi ricorso, perché si trattava di sospendere uno dei diritti
essenziali del cittadino. Tanto delicato che su quel decreto legge, lo stesso Chiaromonte non
poté portare l’adesione del suo partito. Il Pci si
schierò, infatti, contro: anzi fu l’unica volta che un decreto venne impallinato in Commissione, grazie al fatto che la
minoranza comunista si trasformò in maggioranza. Cosicché
l’on. Angela Finocchiaro, del Pci,
predispose la relazione per l’Aula affinché il decreto fosse bocciato, con un
discorso molto severo di Violante.
Dico subito che mai ho pensato che così volessero aiutare i mafiosi:
esprimevano piuttosto la preoccupazione che se si affermava il principio che
con un decreto può sospendersi un diritto essenziale, si poteva allora
estendere la tentazione anche nei confronti dei partiti o altri cittadini.
Dal momento che allora la Corte
costituzionale non si era ancora pronunciata al riguardo, obbligando al
rispetto tassativo del termine di sessanta giorni per l’approvazione del
decreto legge, noi lo ripresentammo anche dopo e riuscimmo poi a farlo approvare.
Proprio per questo, da parte mia avevo con la mafia un conto aperto tanto da
dover temere – com’è detto in una delle sentenze del mio processo – per me e
per la mia famiglia.
Che l’azione nei miei confronti faccia parte di un
disegno mi pare abbastanza acclarato, anche se non so dire quanto in esso ci
sia di politico e di giudiziario. Forse in parti uguali.
In una conversazione
con Paolo Cirino Pomicino, pubblicata oltre un anno fa sulla nostra rivista
(«QR» 83), egli ha ricordato lo strano cambiamento del mondo confindustriale
verso il suo governo: prima nel dicembre 1990 a
un convegno della sua corrente – al quale lei, fra l’altro, non partecipò
direttamente – alla presenza dei maggiorenti dell’associazione
imprenditoriale (Debenedetti, Falk,
Pininfarina), vengono dati giudizi lusinghieri. Nove mesi dopo, nel settembre 1991, a Cernobbio inversione di rotta in vista delle elezioni
dell’anno seguente. Vi si può intravedere un collegamento con quel che
è avvenuto nel biennio 1992-93?
Per rispondere, vorrei riferirmi a due diversi
momenti. In precedenza, avevo avuto un “incidente” nei confronti della Fiat, per cui forse avrei dovuto fermarmi alla prima
parte di quello che dissi. Cosa era accaduto? Da
parte di Cesare Romiti c’era stato un discorso molto duro contro le
Partecipazioni Statali e i loro dirigenti (Romiti stesso era stato uno di essi, prima di divenire amministratore delegato della
Fiat). Allora io, che all’epoca avevo l’interim del Ministero delle
Partecipazioni Statali, in un discorso al Consiglio nazionale della Dc obiettai che era del tutto arbitrario affermare che la
bontà fosse solo nel privato e che i dirigenti erano
validi a seconda di come erano classificati. Avrei dovuto fermarmi qui.
Proseguii, invece, dicendo: “certo, se fossi un operaio
della Fiat e fossi grato alla Società perché qualche anno fa mi ha immesso
tra gli azionisti facendomi pagare 1.000 lire in meno le azioni, oggi lo
sarei assai meno dopo che quelle azioni sono calate drasticamente. Cosa pensare di una Società che vede ridursi così il peso
delle azioni? È una Società buona o cattiva?”.
Pur avendo sempre avuto ottimi rapporti con gli Agnelli – con Susanna Agnelli sottosegretario agli Esteri ho lavorato bene per
anni – in quel momento apparvi come un “eretico”.
Può darsi pure che questo abbia influito, come pure
ricordo un’altra cosa interessante. Il giorno che si formò il governo D’Alema nel 1998 – questo c’entra indirettamente – Giovanni
Agnelli dichiarò che esso poteva fare cose le quali
altri governi non avrebbero potuto fare. Dimostrando di essere
alquanto soddisfatto d’avere un governo d’estrema sinistra: ci sono queste
convergenze/divergenze coi poteri forti che finiscono in qualche modo per
influire nelle vicende politiche…
Lei dunque crede nei
poteri forti?
Non voglio, per carità, esasperare un giudizio, però certamente ci sono dei
poteri. D’altronde, la Congrega
di San Vincenzo non possiede alcun giornale quotidiano né alcuna rete
televisiva in Italia.
Sempre Pomicino ricordava anche una riunione dei vertici democristiani
nell’ottobre 1992 a casa
sua, alla quale lei partecipa con De Mita, Gava, Forlani e Martinazzoli. In quell’occasione, secondo Pomicino, mancò la forza di
affermare – come fece Moro nel 1977 – “non ci faremo
processare”. Il gruppo dirigente dc era consapevole
di quanto stava accadendo in quella fase declinante del sistema politico, che
aveva retto gli ultimi cinquant’anni della
Repubblica? Oppure fu sottovalutato il terremoto che
stava avvenendo?
In realtà, ci fu una notevole involuzione della Democrazia cristiana. Un
libro recente di Giuseppe Sangiorgi, intitolato
Piazza del Gesù (Mondadori),
dà alcune chiave di lettura. Negli ultimi anni, avevamo davvero trasformato
le correnti in tanti partiti con altrettanti capetti:
così avevamo perduto un po’ dello spirito iniziale della Dc
e anche il senso stesso del partito. Io stesso ho la mia parte di
responsabilità, pur avendo fatto parte di una
corrente molto piccola, ma quanto basta per sopravvivere nella Dc di allora. Probabilmente, c’era questo senso notevole
di divisione e questa mancanza nel saper guardare
lontano. Tuttavia, che fossimo alla vigilia di una messa sotto accusa di una
gran parte di noi, questo certo non lo immaginavamo.
Nel suo libro sul
processo che l’ha riguardata, Lino Jannuzzi individua
l’anno decisivo nel periodo che va dal 12 marzo 1992 (assassinio di Lima) al
27 marzo 1993 (il Senato concede l’autorizzazione a procedere nei suoi
confronti). È l’anno dei delitti eccellenti (Lima, Falcone, Borsellino e
Salvo) e della cattura di Riina. Quali sono le sue
considerazioni su quell’anno, durante il quale si sono decise tante cose anche della nostra storia:
ricordiamo che la morte di Falcone coincide con l’accelerazione nella scelta
del nuovo Capo dello Stato e si compiono allora scelte determinanti…
Senza dubbio vi furono due linee di azione. Una fu il superamento e, direi, la sconfessione di Giovanni Falcone. Con Falcone
ebbi la massima collaborazione: come ministro degli Esteri favorii la sua
trasferta in Brasile per interrogare Buscetta,
prima ancora che fosse perfezionato l’accordo con gli Stati Uniti.
Falcone combatteva la mafia, ma non faceva una battaglia di carattere
politico. Tant’è vero che poi, all’interno
dell’ordine giudiziario, egli fu trattato malissimo, negandogli la
promozione. Intervenimmo per creare un posto in più a Palermo e quindi per
farlo venire a Roma, a lavorare nel Ministero di Giustizia. Un primo aspetto
riguarda appunto questa involuzione della situazione
giudiziaria a Palermo.
Poi c’è stato l’incrudire della lotta politica con l’uccisione di alcuni
esponenti dc: oltre a Lima, per esempio, ci fu un
altro segretario della Dc siciliana ad essere
assassinato il 9 marzo 1979, Michele Reina, al quale seguì nel gennaio 1980
l’omicidio del presidente della Regione Piersanti Mattarella.
La cosa strana nei miei confronti è che io, sino al 1958, con Lima avevo avuto rapporti limitati al buon giorno e buona sera.
In tutto il periodo nel quale Lima fu sindaco di Palermo, lui era un fanfaniano di ferro e i fanfaniani
allora dominavano in Sicilia. Nel ’58, si litigò con Gioia e la corrente si
spaccò, finendo per aggregarsi agli “andreottiani”
secondo quella involuzione correntizia della Dc prima descritta.
A tutt’oggi,
se dovessi dire, posso escludere in maniera assoluta che Lima abbia mai
assunto comportamenti censurabili: non sono in grado di addebitargli
alcunché, né lui ha mai fatto richieste o preteso favori particolari.
Qualcuno dice che è impossibile fare il sindaco di
Palermo per tanto tempo senza avere avuto dei rapporti con la criminalità
organizzata. Può darsi, fatto è che la sua uccisione mi sconvolse. A Napoli
c’era già stato nel 1980 l’omicidio di Pino Amato, un altro dirigente della
nostra corrente ma, per fortuna, nessuno si è messo
a fare contro di lui un processo postumo.
Posso dire che, in quel periodo, c’è stato un
susseguirsi di condizioni. La mia candidatura come possibile Presidente della
Repubblica, giusta o non giusta che fosse, determinò una certa tensione;
quindi la strage di Capaci… fu tutto un susseguirsi
di circostanze drammatiche, ma tutto pensavo fuorché potessero sfociare in un
processo nei miei confronti. Non solo mi colpì, ma mi sorprese dolorosamente.
Dopo aver passato tutti
questi anni a seguire le udienze e ad ascoltare i suoi accusatori, si è fatta
una idea più precisa di come si è dipanata la catena
dei fatti che hanno condotto a quegli esiti?
Una idea precisa direi di no, anche se alcuni passaggi sono abbastanza
illuminanti. Quando, non essendo forse sufficiente la “mina” mafiosa siciliana,
si mise in moto un’altra macchina accusatrice contro di me ed emerse l’accusa
di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli;
ebbene, allora non c’è dubbio come è venuta fuori.
Scaturì da una lettera dell’on. Luciano Violante al
pm Scarpinato, che riferiva di una telefonata
anonima per la quale si potevano trovare, a un certo
indirizzo, elementi di accusa contro di me sull’omicidio Pecorelli.
Perché tutto questo fu trasmesso a Palermo? Mino Pecorelli fu assassinato a Roma e la Procura
romana se ne stava occupando. Il caso vuole che, tre giorni dopo l’invio
della lettera di Violante, i procuratori palermitani interrogano Buscetta, il quale tira fuori che Badalamenti
gli avrebbe detto che l’esecuzione di Pecorelli era una sorta di piacere che i signori Salvo
avrebbero richiesto a mio vantaggio.
Ove ci fosse stata la necessità di avere una controprova di un meccanismo che
con la giustizia non c’entrava assolutamente nulla, devo dire
che questo episodio dà di che pensare. Quando tutto
cominciò, io per primo sollecitai la concessione dell’autorizzazione a
procedere. Al Senato, la relazione di Giovanni Pellegrino ribadiva
che si sarebbe dovuto fare chiarezza in tempi brevi su tutto: i tempi brevi
sono stati abbastanza prorogati.
Per quanto mi riguarda, la mia aspirazione era quella di arrivare vivo alla conclusione della vicenda giudiziaria. Data la
mia età, poteva anche non essere così e questo mi sarebbe
dispiaciuto: non tanto per la storia, ma verso la mia famiglia e dei
miei figli.
Ancora adesso, però, non ci siamo. Nonostante le
sentenze, si continua. Nelle carte, vi sono riferimenti che lasciano
sconcertati: per esempio, uno dei “collaboranti” parla di un mio contatto con
Bontate durante una battuta di caccia. Ebbene, si
sfiora il ridicolo: dapprima dà una data, collocando l’incontro subito dopo
un raid automobilistico; poi, quando dimostro che all’epoca ero in Giappone,
si smentisce e per avvalorare la seconda versione dice
che d’altra parte la caccia era chiusa. Per di più, pur non avendolo mai
conosciuto, non credo che Bontate fosse persona così rispettosa del calendario della caccia.
Nella sentenza d’appello, c’è quindi una frase ambigua per
cui si afferma che ciò non può essere verificato perché ormai ci è
prescritto il tempo per farlo.
La verità è che non di insufficienza deve parlarsi,
ma di semplice inesistenza di prove. E devo dire che
mi dispiace molto che il procuratore generale di Torino, Giancarlo Caselli,
vada in giro per conferenze e presentazioni di libri spacciando le
assoluzioni come se fossero assoluzioni dovute a prescrizione o di comodo.
L’esperienza da me fatta a Perugia è stata altresì
rimarchevole, perché mi sono reso conto di come possa costruirsi una sentenza
che poi la Cassazione,
a sezioni riunite, ha veramente stracciato. Resta il fatto
che siamo di fronte a un sistema, dove nessuno paga pegno: sarebbe
come se dimostrassi che a un chirurgo trema terribilmente la mano, ma poiché
conserva lo stato giuridico di primario rimanga a fare le operazioni.
D’altra parte, mi rendo conto che quando si tocca
l’ordinamento giudiziario occorre stare attenti a non fare cose sbagliate e
che l’indipendenza della magistratura è sacra. Non a caso, la Costituente
fu unanime nel giudizio su questo.
Lei prima ha fatto
riferimento alla sua “piccola” corrente. A tal proposito, è singolare la
ricostruzione del pm Scarpinato il quale legge la
sua presunta collusione come un modo per rafforzare la sua posizione. Quasi
che Giulio Andreotti non fosse
stato più volte ministro e presidente del Consiglio e non avesse di
per sé un certo rilievo all’interno degli equilibri interni alla Dc…
Nella requisitoria si legge esattamente che senza Lima, sarei rimasto nel
“ghetto” laziale. Ora, rimanendo in quel ghetto, ero stato
molte volte sottosegretario e ministro. Scarpinato è uomo molto
diligente, non lo discuto, ma una delle cose che più mi ha
turbato riguarda il fatto che – oltre a tutta una serie di altri benefici –
era stata data una mancia di mezzo miliardo di lire al pentito Balduccio Di
Maggio. L’episodio, a me già noto, emerse in aula proprio durante il
contro-interrogatorio del collaboratore di giustizia da parte dei miei difensori. E fu proprio Di Maggio a comunicarlo,
quando il mio avvocato, dopo averlo blandito riconoscendo i suoi grandi
servizi alla comunità – e mentre diceva così, Di Maggio rideva tutto
soddisfatto –, gli chiese se aveva avuto una bella
mancia per questo. E lui rispose che sì, aveva avuto
mezzo miliardo. Al che Scarpinato commentò che in realtà
gli avevano promesso due miliardi e che li ridussero a 500 milioni perché Di
Maggio aveva ripreso a delinquere.
Di fronte a fatti del genere, sebbene sia convinto
dell’utilità assoluta dei collaboranti senza i quali non avremmo certo
conseguito grandi successi nella lotta alla criminalità, mi chiedo se con
cifre del genere chiunque sarebbe disposto a dire che io in questo momento mi
trovo a New York a ballare la tarantella.
Si trattava per
l’appunto di una lettura paradossale. Sempre nella sua requisitoria, il pm Scarpinato disse che il
processo ad Andreotti non si sarebbe fatto senza
l’uccisione di Giovanni Falcone. Frase ambigua, specie se si pensa che fu
proprio Falcone a inquisire nel 1989 per calunnia il
pentito Pellegriti che accusava lei e Lima del
delitto Mattarella. A Claudio Martelli, dopo il
delitto Lima, Falcone disse che era urgente per lui
riparlare con Buscetta: ma il 23 maggio Falcone è
ucciso a sua volta nella strage di Capaci. Buscetta
sarà invece sentito dalla commissione Antimafia il 16 novembre e il 25 dai
sostituti di Palermo. Come commentare questo insieme di eventi?
È la trama su cui si è costruito l’intero processo. La frase è esatta: se ci
fosse stato Falcone, tutto ciò non sarebbe accaduto. Ma Falcone,
ricordiamolo, nell’ultimo periodo non fu solo
contrastato nella carriera: aveva dovuto anche difendersi davanti al Csm perché accusato di tener chiusi nei cassetti i
processi e di non fare, sostanzialmente, il suo dovere di magistrato.
L’esercizio della giustizia da parte di Giovanni Falcone era stato molto
diverso. Non sto a discutere della buona o malafede,
ma l’insieme degli accadimenti che mi hanno riguardato non si spiega se non
con un disegno che ben poco ha a che fare con l’esercizio dell’azione penale.
Spesso è stato fatto
riferimento alla vicenda Sigonella per indicare l’origine
dei guai che hanno investito certe figure della classe politica italiana.
Essa segna un drammatico dissidio nel rapporto tra USA
e Italia. Fra l’altro, a posteriori, resta inspiegabile il nostro
comportamento di protezione verso chi aveva attaccato
la nave “Achille Lauro”. In ogni caso, quanto accadde allora può essere
all’origine dell’atteggiamento americano successivo (dall’uso dei pentiti a
certa loro “disattenzione” verso gli effetti di taluni atti ecc.)?
Il governo americano è certamente estraneo a queste storie. Nel mio processo
vi sono stati tre ambasciatori statunitensi che hanno testimoniato in mio
favore. Che però qualcuno dei servizi americani
possa aver messo il becco, non posso escluderlo. Questo perché nel milione e
passa di pagine degli atti giudiziari vi è un
funzionario dei servizi americani che racconta, per esempio, che io avrei
avuto negli Stati Uniti una segretaria alla quale telefonavo tutti i giorni.
Un fatto del tutto inesistente.
In più c’è un altro passaggio inquietante. Un collaborante, che è tale sia in
Italia che negli Stati Uniti, Marino Mannoia, nel
rendere la sua dichiarazione al procuratore Caselli, ha ottenuto che questi –
su richiesta del procuratore USA – garantisse che
qualunque cosa il Mannoia dica non potrà mai essere
usata contro di lui in Italia. Si tratta di piccoli sintomi di qualche piccola ombra. Tutto questo può essere collegato, forse,
all’atteggiamento un po’ grezzo di coloro che affermano:
o sei con Israele o coi palestinesi. Oppure, anche con il fatto dell’ “Achille Lauro”, benché non abbia elementi in tal
senso. Qualche piccola venatura dev’esserci comunque stata, pur non avendo riguardato settori
ufficiali dell’Amministrazione.
Altro dato a mia conoscenza è, inoltre, il fatto che quando Marino Mannoia giunse in Italia per testimoniare nel processo di
Perugia (dove dichiarò di avvalersi della facoltà
di non rispondere) gli fu concesso un prestito assai consistente senza
interessi, che restituì a parecchi anni di distanza.
Come interpretare la
posizione della magistratura inquirente e il ruolo dei togati politicamente
schierati? È davvero eccessivo parlare di un’azione, non dico anti-istituzionale, ma comunque
di invadenza nell’ambito politico? Con conseguenze di non poco conto: senza
parlare di dinamiche para-golpiste, certo dai caratteri non lineari dal punto
di vista del gioco democratico…
Ripeto un mio riferimento a un vecchio Cardinale
vicario di Roma: a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina.
Teoricamente può anche essere che tutte queste azioni sono state promosse
nella convinzione che era necessario farlo, a parte
quello di chiamarmi in causa per il delitto Pecorelli.
Ma senza dubbio qualcosa di non lineare c’è stato…
Al di là della ricostruzione della mia vicenda, mi
auguro tuttavia che finalmente si trovi una strada per rasserenare il clima
fra potere politico e magistratura. Chi ne soffre è poi un po’ tutta la
nazione. Va trovato il modo di contemperare le ragioni di attrito.
Speravo che, poiché abbiamo sia alla Camera sia al Senato molti magistrati,
loro stessi potessero predisporre una piattaforma
per affrontare bene questi problemi che indubbiamente gravano sullo stato del
Paese. Una fonte non sospetta, l’ex procuratore di Milano Borrelli,
pur criticando la legge di riforma in discussione al Parlamento, ha
dichiarato in una intervista recente che due cose
vanno sicuramente affrontate: la lunghezza dei processi e l’attività
disciplinare nei confronti dei magistrati. Se consideriamo l’operato di un Guardasigilli non sospetto d’essere conservatore,
come Diliberto, scopriamo che di tutte le azioni
disciplinari promosse mai una volta ha avuto ragione davanti al Consiglio
superiore della magistratura.
Per chiudere, a lei che
è stato Presidente del Consiglio durante il
sequestro Moro, proponiamo una chiave di lettura del terrorismo, sulla quale
nelle pagine della rivista ci siamo più volte soffermati. Dalla vulgata il
terrorismo di sinistra è stato interpretato come un ostacolo all’avanzamento
del Partito comunista in Italia. Eppure è un fatto che le Br
hanno incrementato le loro azioni a partire dal
referendum del 1974, quando il risultato favorevole ai No avrebbe potuto
sviluppare una prospettiva di alternativa politica, capace di riunire
potenzialmente laici e sinistra. In assenza dell’emergenza terroristica,
forse il Pci sarebbe stato costretto ad anticipare
di quindici anni le scelte della Bolognina. Da
questo punto di vista, quell’emergenza ha fatto sì
di rinviare un momento critico per il Pci, con le
relative conseguenze: scissione a sinistra, perdita di ruolo ecc. Non può
darsi che proprio dentro il Pci ci fossero settori
restii a giungere a conclusioni del genere?
L’analisi di questi fatti è complessa, perché da un lato proprio le battaglie
per il divorzio – e successivamente per l’aborto, la cui legge fu approvata
poche settimane dopo la tragedia di Moro – avevano messo a fianco i liberali
coi partiti della sinistra. Mentre, solo pochi anni prima, nel 1972, quando
feci il governo con il leader del Pli Malagodi, ai settori della sinistra sembrò quasi una eresia.
Effettivamente quella convergenza poteva forse costituire la premessa di un
certo discorso. All’interno del Pci c’erano tanto
una corrente favorevole ad affrancarsi dall’Unione sovietica, quanto un’altra
che non intendeva affatto superare quella
coincidenza di posizioni e per la quale lo schieramento internazionale non
andava compromesso.
La tragedia di Moro portò in alto mare sia il delinearsi di un nuovo scenario
politico, sia la governabilità interna della Democrazia cristiana. Pur non disponendo di una forza numericamente pesante, Moro per
prestigio esercitava una certa influenza su tutto il partito, tant’è vero che fece approvare la svolta del 1976 della
solidarietà nazionale anche se gran parte dei gruppi parlamentari era ostile
o comunque diffidente a tale prospettiva.
Luigi O. Rintallo
e Giuseppe Rippa
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