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Michele Sindona
Una delle pagine più oscure
dell'Italia dei misteri e sulla quale - nonostante le tante inchieste della
magistratura siciliana - poco o nulla è stato fatto per gettarvi un po' di
luce, riguarda il viaggio di Michele Sindona in
Sicilia nell'estate del 1979,
l'anno di svolta per Cosa nostra, l'anno in cui nasce
e si ramifica una nuova forma di mafia, la stessa che, con ogni probabilità,
ancora impera ai giorni nostri. Quante volte abbiamo sentito fare riferimento
- soprattutto dai magistrati della procura di Palermo - al viaggio di Sindona in Sicilia? Ma chi è
Michele Sindona? Originario di Patti (Messina),
diventa nel corso degli anni Sessanta uno dei più aggressivi banchieri del
mondo. Secondo Giulio Andreotti, addirittura
"il salvatore della Lira". La sua abilità? Legare in un nodo
inestricabile di affari quattro pilastri della
società italiana (non solo dell'epoca): potere politico (democristiano),
Vaticano, massoneria e mafia. L'impero di Sindona
(arriverà a controllare un numero incalcolabile di banche e società
finanziarie e a controllare la metà dei titoli quotati a Piazza Affari)
comincia a scricchiolare nel 1974, con il fallimento della
Franklin Bank e l'accusa di bancarotta
mossagli dal governo americano. Fuggito in Sicilia nel 1979, dove resterà per
75 giorni, per evitare l'arresto delle autorità d'oltreoceano, accusato di
essere il mandante dell'omicidio Ambrosoli, il
liquidatore di uno dei suoi istituti, ricompare negli Stati Uniti, inscenando
un finto sequestro e con una ferita ad una
gamba. Condannato e poi estradato in Italia, morirà nel supercarcere di
Voghera (dove è guardato a vista giorno e notte), sorseggiando un caffè al cianuro. Suicidio od omicidio? Ma chi è stato veramente Michele Sindona?
In Sicilia, in quella lontana estate, cerca alleanze e protezioni oppure è
solo un prigioniero in ostaggio? Come mai, indagando proprio su Sindona, la magistratura, questa volta milanese, arriverà
a scoprire la loggia P2 di Licio Gelli? Che legame esiste tra i due misteriosi "suicidi"
di Michele Sindona e Roberto Calvi? I segreti della
mafia moderna, i misteri dei delitti politici degli anni Ottanta, gli enigmi
delle stragi mafiose degli anni Novanta nascono da qui. Dal mistero Sindona.
Il giorno in cui è stato avvelenato
Michele Sindona, banchiere condannato
all'ergastolo, il giornalista Alberto Rapisarda ha
parlato con il ministro Andreotti ("La Stampa", 21 marzo) e
gli ha sussurrato queste parole: Ora qualcuno dirà
che il veleno nel caffè di Sindona
ce lo ha messo lei. Il ministro ha annuito: Eh sì, sì, ma parliamo di cose
serie. Quella frase letta nel resoconto di Rapisarda
mi ha ronzato nella memoria per alcune ore, come qualcosa di
già noto ma confuso. Quando il ricordo si è
fatto nitido, ho tolto dallo scaffale un libro: "Diari 1976-1979"
di Giulio Andreotti (editore Rizzoli).
A pagina 320, alla data del 20 marzo 1979, l'allora presidente
del Consiglio annotò: E' assassinato in Roma il giornalista Mino Pecorelli. Nella pagina successiva, alla data del 25
marzo, troviamo sulla vicenda qualche riga in più: Fanno correre la voce che
esistano assegni miei a Giannettini (!) e che Pecorelli li stava pubblicando. (...) Non ho tempo né voglia di occuparmi di queste cose.
Avvertite
l'assonanza? Di fronte a delitti che comunque li si
valuti proiettano sulla sua figura, per sua stessa infastidita ammissione,
ombre di gravi sospetti, Andreotti reagisce dicendo che non ha
voglia di parlarne, non ha tempo, deve occuparsi di cose serie.
L'associazione di idee mi porta alla mente un'altra
frase di questo potente ministro. La pronunciò nel corso di un'intervista
rilasciata ad Indro Montanelli ("Il
Giornale", 30 ottobre 1984). Era da poco uscito in Francia il libro
"Delitto imperfetto" di Nando Dalla Chiesa, di cui non era ancora apparsa
l'edizione italiana. Come si sa, è un libro in cui viene
ricostruito, con ampiezza e precisione di particolari, il clima nel quale
maturò, a Palermo, l'assassinio del generale Dalla Chiesa. Riferendosi
all'autore, Andreotti dichiarò a Montanelli: Questo bravo giovanotto, in un libro
pubblicato a Parigi, sostiene che suo padre sarebbe stata
vittima del rigore con cui a Palermo perseguì gli amici dell'on. Andreotti: che è un modo
obliquo, ma abbastanza chiaro, per dire che fui io a farlo ammazzare.
Insomma Pecorelli, Dalla Chiesa e ora Sindona. E' l'interessato stesso che, sia pure con
fastidio, ammette l'esistenza di voci che lo coinvolgono in tali episodi.
Anzi, se una di tali voci gli pare
"obliqua", provvede lui a raddrizzarla. Ora, ammesso e volentieri
concesso che di tutti questi crimini Andreotti sia
del tutto innocente, un domanda sorge spontanea:
esiste nella storia italiana (a parte il ventennio fascista) un solo altro
ministro sul cui conto si siano accumulate negli anni tante vociferazioni su
possibili omicidi politici? Non esiste. Personaggi del potere odiati e
discussi ce ne sono stati molti, ma solo Andreotti è perseguitato da una catena malefica di coincidenze.
La coincidenza del caffè
avvelenato ha indotto tutti i giornali a ricordare Gaspare Pisciotta,
il detenuto ucciso con quel sistema nel carcere dell'Ucciardone
il 9 febbraio 1954. Per segreto incarico delle autorità, Pisciotta
aveva ucciso il famigerato bandito Salvatore Giuliano, e poi era stato
condannato. Alle solite, qualcuno temeva che Pisciotta
rivelasse il nome di chi gli aveva dato il segreto
incarico: il più indiziato (perché lo stesso Pisciotta
ne aveva già parlato) era il ministro dell'interno Mario Scelba.
Ma Pisciotta fu messo
nell'impossibilità eterna di documentare l'accusa. Al momento dell'uccisione
di Pisciotta, ministro dell'interno era un giovane
esponente democristiano appartenente alla medesima corrente di Scelba: Giulio Andreotti.
In
qualche caso, peraltro, il sortilegio delle coincidenze ha trovato riscontri
anche in atti della magistratura. La recentissima sentenza con la quale il
tribunale di Milano ha condannato Sindona
all'ergastolo per aver commissionato l'assassinio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, accoglie in pieno le richieste del pubblico
ministero Viola, la cui requisitoria ha documentato le sistematiche
protezioni che Sindona aveva
avuto dal potere politico, e segnatamente da Andreotti,
proprio nei mesi in cui elaborava gli intrighi che si sarebbero conclusi con
l'assassinio dell'integerrimo avvocato Ambrosoli.
Ha detto il giudice nella sua requisitoria: Senza Andreotti
e la sua protezione accordata a Sindona
dal 1974 al 1979, non ci sarebbe stato il delitto Ambrosoli.
Fino alla sentenza del 18 marzo scorso, evidentemente Sindona
ha sperato che il suo potente protettore trovasse la via per salvarlo
dall'ergastolo. Nel processo d'appello, non avendo più nulla da perdere,
avrebbe detto cose che fin ora aveva taciuto.
Gliel'ha tempestivamente impedito un caffè al
cianuro, come quello che trentadue anni fa, nel
carcere di Palermo, fece star zitto per sempre Gaspare Pisciotta,
quando il giovane Giulio Andreotti era ministro
dell'Interno e amava ripetere sarcastico e sicuro: Il potere logora chi non
ce l'ha.
da: i Siciliani del 1986 – Sergio Turone
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