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Giovanni Falcone e gli
appalti della Mafia |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Il 16 febbraio del 1991, prima di
lasciare Palermo,
Giovanni Falcone
riceve dalle mani del capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno un rapporto
su “ mafia e appalti in Sicilia”. Novecento pagine in cui, senza pentiti, ma
grazie a intercettazioni telefoniche, pedinamenti e indagini finanziarie,
viene per la prima volta messo a fuoco il ruolo di Siino,
quello del gruppo Ferruzzi e, soprattutto, viene
descritto con nomi , date e cifre il
sistema delle tangenti in virtù delle quali, nell’isola e nel resto del
paese, si assegnano gli appalti pubblici. Sfogliando si ha lìimpressione di trovarsi di fronte a quella che, per l’epoca,
era una bomba ad orologeria. Nel rapporto vengono citati i nomi di aziende
dai fatturati miliardari come la Grassetto di Salvatore Ligresti,
la Tordivalle di Roma ( di proprietà degli eredi di
De Gasperi), la Rizzani
De Eccher di Udine, le imprese dei cavalieri del
lavoro di Catania, la SII poi rilevata dall’ex direttore generale della Edilnord di Berlusconi, Antonio
D’Adamo, una serie di cooperative rosse, la Impresem,
del costruttore argentino Filippo Salomone e poi tutte le società che fanno
capo a Bernardo Provenzano
e ai suoi consulenti Masino Cannella e Pino Lipari ( ministro dei lavori
pubblici di Cosa Nostra). Pagine dopo pagine, i militari spiegano l’intreccio
con la politica e ricordano come le intercettazioni abbiamo fatto emergere i
nomi e le telefonate con ministri, sottosegretari, parlamentari e sindaci.
Manca ancora un anno all’arresto di Mario Chiesa : l’inizio dell’inchiesta
milanese di Mani Pulite. Cosa Nostra, le imprese e i partiti vivono
tranquilli: quelle carte rappresentano un rischio serissimo per il sistema.
Non è difficile intuire che il panico che coglie i politici, imprenditori e
mafiosi quando qualcuno ( chi non si è mai capito), prima ancora che scattino
i primi arresti, fa circolare l’incartamento. In Sicilia, ma non solo in
Sicilia, per evitare l’esplosione della scandalo parecchia gente è pronta ad
uccidere. da: I Complici di Peter Gomez e Lirico Abbate Il
cambio di strategia della mafia. La ricerca di nuove alleanze politico-finanziarie Falcone aveva iniziato ad interessarsi degli appalti già
alla fine degli anni Ottanta. Era stato Giuseppe Giaccone, ex sindaco di Baucina, piccolo centro del palermitano. A indicare ai
carabinieri il sistema di spartizione che avveniva in Sicilia. Non ne
conosceva tutti i dettagli, mai nomi che faceva erano inequivocabili. Così,
Falcone aveva compreso il ruolo assunto da Angelo Siino.
E il 20 febbraio’91, i carabinieri del Ros depositavano il primo rapporto su mafia e appalti.
Poco tempo dopo, Falcone iniziava però il suo viaggio verso Roma. Quando poi il governo aveva emanato il decreto con cui si
disponeva il rientro in cella dei boss del maxiprocesso, scarcerati per
scadenza termini, Salvo Lima aveva detto a Siino:
<< Falcone s’avia futtuto
a testa, quel cane rognoso si voleva mettere l’Italia nelle mani>>. E tanto è bastato ai giudici d’appello che hanno giudicato
mandanti ed esecutori della strage di Capaci per dire che << le
indagini promosse dal giudice Falcone nel settore della gestione illecita
degli appalti,verso cui aveva mostrato un crescendo di interessi, avevano
portato alla sua eliminazione. Difatti, Cosa Nostra, e, in particolare, da parte di Pino
Lipari e Antonio Buscami, era cresciuta la consapevolezza che Giovanni
Falcone avesse compreso la rilevanza strategica del settore degli appalti e
che intendesse approfondirne gli aspetti: Questo sa tutte cose, questo ci
vuole consumare >>. << Ma a chistu cu ciu portava a parlare di determinate cose?>>,
sbottò il boss Salvatore Montalto contro Paolo
Borsellino durante l’ora d’aria nel carcere di Termini Imprese. E’ ancora
Angelo Siino a raccontare quanto il tema delle
indagini sugli appalti stimolasse le attenzioni dei boss. Da Roma, il giudice Falcone”poteva
fare ancora più danno” e con lui, adesso anche Claudio Martelli, ministro
della Giustizia. Brusca ha una sua tesi, e i giudici d’appello ne danno atto
nelle motivazioni della loro sentenza: <<L’onorevole Martelli si era
avvicinato al giudice Falcone per scrollarsi di dosso i sospetti di mafiosità che erano insorti nell’ambiente politico e
aveva consentito, anche con le sue iniziative politico–istituzionali,
che il cosiddetto “teorema Buscetta” venisse definitivamente
confermato dalla Corte di Cassazione, impedendo che si potesse condizionare
l’esito del maxiprocesso attraverso i soliti canali>>. A febbraio del ’92 rivela Brusca, Cosa Nostra aveva anche
discusso dell’eliminazione di Martelli. E nei progetti <<
ritorsivi>>, così li chiama il collaboratore, anche una attentato
contro l’onorevole Salvo Andò, che doveva essere messo in atto dai clan catanesi. Il dubbio, ai giudici d’appello di
Caltanisetta, è insorto ed è affidato alla sentenza: << Le indicazioni
di Siino aprono nuove ipotesi sulle sottese ragioni
che avevano indotto a conferire al dottor Falcone l’alto incarico
ministeriale, non potendosi escludere il reale interesse, conseguito con il
suo trasferimento, di allontanarlo dalla Sicilia e così impedire ulteriori
investigazioni idonee a scoprire intrecci politico-mafiosi-finanziari. Del resto, la proposta per il nuovo incarico a prescindere
e ferma restando l’iniziativa personale dell’onorevole Martelli,proveniva,
per come esattamente osserva la
pubblica accusa da un’area politica che, nel passato, aveva dimostrato, a
detta di molti collaboratori, di non essere impermeabile ad intese elettorali
con Cosa Nostra>>. Il maxiprocesso era comunque ormai perso. I boss volevano
uccidere chi si era reso responsabile del” voltafaccia”. E su quella stagione
dell’87 qualche perplessità era sorta anche a Claudio Martelli. Quando
nell’89 gli era stato proposto di ritornare in Sicilia per le elezioni europee aveva rifiutato. << Nel
partito siciliano - dice ai giudici del processo Andreotti - erano ricominciati gli eterni
giochi dei gruppi (…) volevano il mio
nome, il fiore all’occhiello, un esponente nazionale, ma per continuare a fare
esattamente le cose di prima. E io a questo gioco non mi ero prestato, non
volevo ripetere l’esperienza che avevo fatto, cioè muovermi in una situazione
che non conoscevo>>. I nuovi referenti Eppure, della scelta socialista dell’87 qualcosa restava
ancora. Sul finire di quegli anni, c’era un altro imprenditore cresciuto all’ombra di Craxi, Silvio Berlusconi,
il costruttore fattosi editore, il mercante che sulla piazza di Milano
riscuoteva successi, rastrellando aree edificabili. Era già passato alle
televisioni, cimentandosi in una scala progressiva, competendo con i grandi
dell’imprenditoria nazionale. E in Sicilia aveva i suoi interessi. Non solo
televisivi. Riina, dal canto suo, si trovava a
essere come un generale che ha fatto la guerra ma è poco attrezzato per i
tempi di pace, non poteva contare sulle relazioni dei boss della vecchia
guardia, Stefano Bontade in testa, sapeva poco o
nulla di salotti buoni. Per la politica aveva puro istinto e molto poca
strategica. Per lui i partiti erano dei tram su cui salire per concludere
tragitti di interesse, non mezzi per affrancarsi da una condizione
minoritaria. Per quello bastano i quattrini. E Riina ne aveva in
abbondanza. Standogli a fianco, Bernardo Provenzano
farà tesoro di tanto pressappochismo, mediterà in proprio come ci si attrezza
per stare saldamente in sella, quando si è già fatta la gran parte del lavoro
sporco. Non è un caso che secondo i pentiti fu proprio Provengano
a pensare alle potenzialità del cavaliere. Siino ha
spiegato di aver saputo da Nino Gargano e Giuseppe
Madonna, illustri esponenti mafiosi, il primo di Bagheria,
il secondo di Caltanisetta, che don Bernardo
cercava di << agganciare Craxi tramite Berlusconi>>. Ha poi aggiunto le confidenze
fattegli da Antonino Gioè,
che<<Leoluca Bagarella, tramite un ex
ufficiale della Guardia di Finanza, amico di Salvatore Di Ganci, la cui
consorte era di Benevento o aveva parenti in quella città, stava cercando di
contattare una persona influente vicina all’onorevole Craxi
e che, a tal fine, era necessario fare “più rumore possibile” onde
consentirgli , poi , di intervenire per far sistemare la situazione in
Italia, a favore di Cosa Nostra”>>. Agli inizi del ’91 un altro pentito, Salvatore Cancemi, ha spiegato che anche Riina
coltivava direttamente rapporti con i vertici della Fininvest
e <<tramite Craxi, cercava di mettersi questa
società nelle mani>>. Non era solo questione di appalti. Nello stesso
periodo Cosa Nostra lavorava ai contatti con Buscami e Gardini,
un inedito tavolo negoziale prendeva forma e aveva a che fare
con un altro fronte degli interessi messi sotto tutela socialista. Quelli di
Silvio Berlusconi. Contrariamente a quanto sostenuto
dal Cavaliere, il suo progetto di discesa in campo era gia allora tutt’altro che peregrino. Non era solo vagheggiato ma
forse anche in qualche modo minacciato nelle riunioni conviviali, negli
incontri che il tycoon
di Arcore organizzava con i suoi amici
politici che sentiva più vicini. Tra le tanti voci, ve n’è una,
assolutamente insospettabile, quella di Mario Segni, intervistato da Barbara Palombelli sul Corriere della Sera. Rivelò:<< Berlusconi lo avevo conosciuto a un convegno della DC nel
1977, era il giovane costruttore di Milano due. Seguii con simpatia la nascita della Fininvest contro il monopolio della Rai. Anche se
quando ero vicecapogruppo della Camera, alla fine
degli anni Ottanta, l’editore Nichi Grauso mi avvertì: “ Se
date i Tg a Berlusconi
lui farà un partito. Non immaginate neanche minimamente quale sia il potere
della televisione”. Io lo presi per un visionario, ed invece aveva
ragione>>. Più avanti, Segni ricorda un incontro con il Cavaliere,
subito dopo la vittoria della sinistra
alle amministrative del 93: << Eravamo in casa di Gianni e Maddalena
Letta, alla Camilluccia, a cento metri dalla mia
abitazione. Berlusconi fu molto chiaro, esordì
dicendomi: “La situazione è disastrosa, la sinistra straripa e noi moderati
dobbiamo fare qualcosa. Se tu scendi in campo, io ti aiuto con ogni mezzo.
Per la prima volta ho i conti in rosso e il governo Ciampi
mi sta uccidendo. Non posso accettare che le mie aziende vengano travolte. Martinazzoli mi ha già detto di no, se non ti muovi tu o
non lo farà nessuno, dovrò pensarci io>>. Lo farà a gennaio dell’anno successivo, ufficializzando la
nascita di Forza Italia. Falcone-Borsellino Mistero di Stato |
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