Raul Mordenti
“La rivoluzione. La nuova via al comunismo italiano”,
2003, ed. Marco Tropea Editore
Il quadro internazionale.
La trattazione si apre con la constatazione della stato drammaticamente
fallimentare nella quale il sistema globale, la “formazione
economico-sociale”, per dirla con Marx, complessivamente
considerato versa a causa del carattere capitalistico dell’economia.
La situazione mondiale in generale e quella italiana in particolare
vengono analizzate attraverso l’utilizzo di fonti statistiche.Vengono
messe in evidenza per il nostro paese le profonde e storiche contraddizioni
quali l’evasione fiscale e contributiva, le sperequazioni
di reddito, le politiche liberistiche con tutto il loro portato
in termini di disoccupazione, tagli alle spese sociali, riforma
del sistema pensionistico con il progetto di privatizzazione dei
fondi e quindi di trasferimento di reddito dal lavoro al capitale
finanziario, per non parlare dell’impatto ecosistemico di
un’economia che si fonda sullo sfruttamento indiscriminato
delle risorse.
Nessun programma di gestione alternativa della società
viene pensato dal blocco dominante, che per bocca dei suoi mandarini,
si affretta a definire insuperabile questo orizzonte storico,
si veda in tal senso F.Fukuyama in “La fine della storia
e l’ultimo uomo”.
Persino l’idea del cambiamento deve essere rimossa e i pochi
esempi in senso contrario, ad esempio Cuba, vengono sottoposti
a un quotidiano e sistematico programma di rimozione dalla storia,
non solo di stampo mass-mediatico, ma anche politico-militare.
E il problema dei mass-media rimanda a quello degli strumenti
di propaganda del capitalismo, strumenti fondamentali per diffondere
l’ideologia del capitale, marxianamente intesa come falsa
coscienza. E’ questo un passaggio fondamentale in un sistema,
quale quello a democrazia formale tipico dei paesi capitalistici,
nel quale la conflittualità sociale trova una camera di
compensazione negli organismi elettivi, che però introducono
la pericolosa possibilità di un sovvertimento dall’interno,
legale, del sistema.
Perché la guerra? Che nesso si può istituire tra
guerra e capitalismo? Il capitalismo, vittorioso nello scontro
con l’URSS, si proietta nella varie aree geografiche attraverso
la guerra: la prima guerra contro l’Iraq sotto l’egida
dell’ONU; lo smantellamento dell’ex Jugoslavia con
il sostegno diretto alle forze indipendentiste da parte dei paesi
occidentali e l’avallo del principio dello Stato etnico;
l’intervento diretto da parte della NATO e non più
dell’ONU nel Kosovo, ad opera, nel nostro paese, di un governo
di centro-sinistra e in palese violazione dell’art.11 della
Costituzione; infine l’intervento Usa in Afghanistan e in
Iraq all’insegna di un neoisolazionismo di stampo imperialistico
che può tranquillamente scavalcare il diritto internazionale
in nome di principi morali applicati selettivamente per giustificare
il perseguimento di interessi geostrategici.
La situazione italiana
E’ possibile cogliere nell’analisi della nostra storia
nazionale le differenze di formula politica che la borghesia è
stata costretta ad adottare per mantenere il suo sistema di dominio.
Sia il fascismo, attraverso l’alleanza tra borghesia capitalistica
e piccola borghesia reazionaria, che la DC, espressione di un
interclassismo che si rivolgeva alle frazioni di classi borghese,
ma anche del proletariato, sensibili per motivi storico-culturali
al messaggio della Chiesa, hanno rappresentato soluzioni di compromesso
per la borghesia capitalistica italiana, un prezzo pagato in ragione
del suo scarso livello di egemonia all’interno della società.
Persino la Costituzione nelle circostanze del secondo dopoguerra
è stata un compromesso che la borghesia ha dovuto realizzare
con la sinistra socialista e comunista. Soprattutto, il prezzo
che l’imprenditoria italiana ha dovuto pagare alla DC è
stato il permetterne una relativa autonomizzazione attraverso
la costituzione di un polo economico pubblico guidato direttamente
dai notabili DC.
Altro strumento di compromesso fu il ristabilimento nel dopoguerra
del sistema elettorale proporzionale, che colpiva la borghesia
capitalistica in quanto ne dimostrava l’intima incapacità
di governare da sola, attraverso un suo soggetto realmente autonomo.
Il primo tentativo di attaccare il proporzionale fu portato avanti
nel ’53 con la “legge truffa”, tentativo il
cui fallimento costrinse il “partito della borghesia”,
non identificabile con la DC, ad assumere i contorni di “partito
del golpe”: ovvero tutte le trame occulte che si sono succedute
nel corso della vita repubblicana vanno lette come il tentativo,
da parte della borghesia capitalistica, di instaurare in modo
eversivo quell’egemonia che altrimenti questa non riusciva
ad affermare.
Si riuscirà nei primi anni ’90 con il contributo
di larga parte della sinistra ad affossare il sistema proporzionale.
La vittoria di Berlusconi sancisce la fine del compromesso che
la borghesia è stata costretta a sottoscrivere, ora sostituito
dal potere propagandistico di un impero mediatico nelle mani del
Cavaliere di Arcore, responsabile della diffusione di una cultura
reazionaria di massa (“senso comune”).
Persino la politica industriale, concepita come forma di compromesso,
viene ora sostituita da una politica di deindustrializzazione.
Berlusconi è riuscito a mettere in piedi un blocco sociale
anticomunista, in tal senso va interpretata l’ondata di
revisionismo storico, profuso a piene dai mass-media e coltivato
grazie alla organicità del ruolo svolto dall’estrema
destra nella storia repubblicana rispetto agli interessi strategici
del blocco capitalistico.
Dunque condannare l’antisemitismo del vecchio fascismo e
basta serve solo a legittimare il nuovo fascismo e il nuovo razzismo,
che si esprime nel rifiuto degli immigrati del Terzo e Quarto
Mondo e delle loro identità culturali, l’Islam in
particolare.
Il rifiuto della diversità è dunque la risposta
fornita dagli apparati ideologici al bisogno di securizzazione
psicologica che l’angoscia esistenziale e la disgregazione
sociale, indotte dalle politiche neoliberiste, richiedono.
Decisiva nel costruire la visione del mondo, più della
TV, è ormai la pubblicità, che in un sistema economico
deindustrializzato e affetto da sottoconsumo, a causa del tracollo
del livello dei redditi, induce un consumo innaturale.
Ma, per via del fenomeno psicologico dell’assuefazione di
fronte all’esposizione ad una fonte di stimolo, le spese
per pubblicità sono destinate ad aumentare generando così
una contraddizione insanabile a livello economico e una forma
di capitalismo che si può definire “semiotica”.
La televisione dunque è il luogo privilegiato di questo
capitalismo semiotico, l’arena entro la quale la realtà
assume senso e significato, criterio di demarcazione tra l’essere
(apparire in TV, essere visibili) e il non essere (non apparire
in TV).
In questa pervasività totalitaria del pensiero unico mass-mediatico
si consuma il più totale straniamento da sé degli
individui, dalla propria storia, e si costruisce un’identità
fatta di senso comune adatta ad una piccola borghesia la cui unica
funzione economica è il consumo improduttivo.
Buona parte del PIL in tutte le economie proviene dal sommerso:
l’Italia in Europa è seconda solo alla Grecia, secondo
stime del FMI.
Ma soprattutto emerge dai dati relativi agli incidenti sul lavoro
il dominio dell’illegalità e a la perdita di potere
operaio, senza che un adeguato riscontro di queste tragedie si
abbia sugli organi di informazione.
Questo silenzio contribuisce a creare un clima culturale tale
che oggi si ha la diffusa sensazione nelle masse che, se finora
la storia è stata storia di miglioramenti sociali, nel
futuro ci sarà un peggioramento e ciò determinerà
demoralizzazione, frammentazione sociale e quindi ricattabilità
dei singoli.
Viene ascritta a Rifondazione Comunista la responsabilità
per la sconfitta elettorale del centro-sinistra del 13.05.2001,
anche se la sconfitta si è verificata persino al maggioritario
della Camera, per il quale Rifondazione non si era presentata;
mentre non critica il fatto che i comunisti italiani si sono presentati
al proporzionale della Camera sapendo di nono raggiungere la soglia
del 4% e facendo così perdere i loro voti. In realtà
il centro-sinistra ha perso a causa del sistema maggioritario.
Rifondazione aveva chiesto al centro-sinistra di cambiare la legge
elettorale proporzionale per il Senato per lasciare al centro-sinistra
stesso i voti per il maggioritario. (ai quali comunque si è
rinunciato).
Rifondazione ha subito un linciaggio politico da parte della sinistra
moderata a causa della sua rottura con il governo Prodi nel ’98.
Le ragioni di quella scelta sono da ricercare, più che
nelle richieste di politica economica avanzate dal gruppo dirigente
di Rifondazione, nel rifiuto di Prodi di accettare qualsiasi apertura.
Come Prodi lasciò intendere in una intervista rilasciata
dopo poche settimane al Corriere della Sera, egli stesso pose
la questione di fiducia dopo aver avuto ampie rassicurazioni in
merito.
E’ ipotizzabile che nessun gruppo dell’opposizione
di destra potesse concedere la fiducia, né il gruppo di
Cossiga, ma solo coloro che di lì a poco sarebbero divenuti
i Comunisti Italiani.
Infatti secondo Carlo Scognamiglio, prima forzaitaliota, poi passato
al gruppo di Cossiga, e che poi avrebbe assunto l’incarico
di Ministro della Difesa nel governo D’Alema, in un’intervista
al Corriere della Sera del 07/06/2001 il governo D’Alema
non fu formato per motivi di politica interna, ma internazionale,
poiché il 07/10/1998 la NATO aveva già disposto
l’attacco contro la Serbia. Dunque la presenza di Rifondazione
dentro il governo avrebbe rappresentato un motivo di carattere
ostativo all’approntamento del conflitto, come confermato
da Cossiga in un’intervista, sempre al Corriere, del 10/06/2001.
La globalizzazione e le sue contraddizioni
I fatti di Genova del luglio 2001 hanno rappresentato una sorta
di crinale per la nostra storia recente: come se un limite fosse
stato superato e dunque da quel momento in poi non esistesse più.
Da ricordare l’apparizione di Ciampi a fianco di Berlusconi
ad avallare di fatto l’operato dell’esecutivo dopo
l’uccisione di Carlo Giuliani.
Ma a Genova è apparso anche un nuovo grande movimento di
massa e radicale, formato dalla nuova generazione di giovani cresciuti
in questo scorcio storico caratterizzato da un’assenza di
valori: questa è l’altra grande novità (positiva).
E’ ugualmente positivo il ruolo del movimento dei girotondi,
che ha espresso un momento di critica, anche dall’interno,
del centro-sinistra e di fronte al quale Rifondazione deve mostrare
un atteggiamento di apertura.
Il movimento dei movimenti dimostra la falsità della tesi
della fine della classe operaia.
Stanno tramontando modelli organizzativi, quello fordista della
grande fabbrica, ma non l’essenza della classe, ovvero il
suo ruolo di …”valorizzazione del capitale, con il
proprio lavoro salariato,”… (p.167). L’aumento
di livello del capitale fisso, le macchine, non comporta la sparizione
degli operai, che devono fabbricare quelle macchine, e invece
non produce alcuna riduzione delle ore di lavoro a parità
di salario, né della disoccupazione.
Invece a guardare le statistiche mondiali la classe operaia cresce
sempre più.
In realtà oggi i proletari vengono irregimentati non più
con sistemi tayloristici, ma con gli strumenti di precarizzazione
di massa che le nuove politiche del lavoro impongono.
Scompare quindi una forma organizzativa che viene sostituita con
un’altra, ma non la classe operaia.
Dunque una politica rivoluzionaria deve avere sì al suo
centro questi soggetti tradizionali, i proletari, vecchi e nuovi,
ma deve sapere assumere come centrali nella propria strategia
politica anche le altre contraddizioni storiche, non giustapponendole
a quella “capitale-lavoro”, ma inquadrandole tutte
in una visione unitaria. “In questo senso, mi pare, va superato
anche il tradizionale schema che vedeva vivere la politica comunista
nella contraddizione fondamentale (quella di classe) “più”
le “alleanze” (che significavano i “ceti medi”,
nella versione opportunistica, o “donne e giovani”
nella versione più radicale del medesimo schema): nell’ipotesi
che qui si delinea non c’è alcuna possibilità
di far vivere la contraddizione di classe se non facendo vivere,
al da subito e al suo stesso interno, tutte le altre contraddizioni
antagonistiche che percorrono il sistema capitalistico contemporaneo.”
(p.178)
E’ con Genova e prima con Seattle che è cominciata
la guerra globale, formalmente contro il terrorismo, di fatto
contro la crisi di consenso di cui soffre ormai il sistema, d’altra
parte non sono estranei allo scatenamento di questa guerra ambienti
e settori occulti degli apparati di governo.
La scommessa per questa folle politica è quella di ricompattare
il consenso intorno a tratti identitari più profondamente
stratificati di quanto non siano quelli relativi alla propria
percezione economica e di classe: la guerra è contro l’altro,
l’Islam, il terzo mondo.
La rivoluzione
Nel PCI disposto, a partire dalla svolta di Salerno, a concorrere
con le altre forze liberal-borghesi il concetto di rivoluzione
è stato oscurato fino al punto di generare una sorta di
doppia morale: da una parte l’accettazione delle regole
di democrazia formale attraverso le posizioni espresse dal gruppo
dirigente, dall’altra un vagheggiamento ideale da parte
della militanza di un’idea tradizionale di rivoluzione ispirata
alla suggestiva immagine della presa del Palazzo d’Inverno.
Questa doppiezza ha di fatto impedito ogni serio approfondimento
del concetto di rivoluzione in tutte le sue implicazioni.
Conseguenza più macroscopica di questa impostazione è
la diffusa concezione che vede la rivoluzione come l’equivalente
di un colpo di mano (putsch) che si caratterizza esclusivamente
per il suo carattere violento.
Le concezioni della rivoluzione che si sono diacronicamente succedute
nell’immaginario politico occidentale sono quelle che hanno
visto:
· da una parte la rivoluzione come “mondo alla rovescia”,
dove tutto è il contrario del reale,
· dall’altra la rivoluzione come catastrofe, evento
tragico dagli esiti aperti a qualunque possibilità (l’Apocalisse
di Giovanni),
· infine l’idea di Marx, che fonda la possibilità
della rivoluzione stessa sulle contraddizioni interne al capitalismo
analizzandone scientificamente i presupposti oggettivi, teoria
del plusvalore e caduta tendenziale del saggio di profitto, e
soggettivi, il proletariato.
In Marx dunque la teoria della rivoluzione assume i tratti di
una teoria della crisi, ma nulla che riguardi la dimensione più
prettamente politica della rivoluzione, ovvero la presa del potere.
Da qui l’interpretazione in termini meccanicistici datane
dalla socialdemocrazia tedesca in particolare: se il socialismo
automaticamente discende dal capitalismo, bisogna fare in modo
che l’azione politica e sindacale si conformi il più
possibile alle esigenze di sviluppo del capitalismo stesso.
Questa impostazione mostrò tutti i suoi limiti alla vigilia
della prima guerra mondiale e fu Lenin a dimostrare che il capitalismo
aveva le risorse per spostare questo limite sempre più
avanti nel tempo, con l’imperialismo prima e con il fascismo
poi.
Acquisisce allora centralità in questa concezione la componente
soggettiva, il proletariato e il suo strumento organizzativo,
cioè il partito.
In Russia, paese in condizioni economiche arretrate dal punto
di vista capitalistico, avvenne la prima rivoluzione proletaria,
che però presupponeva un uguale processo di rivolgimento
sociale anche nel resto d’Europa: ciò non avvenne.
Per le note vicende storiche, ciò comportò la necessità
di pianificare e realizzare in condizioni di isolamento internazionale
nella stessa Russia quello sviluppo che prima non c’era
stato e il bolscevismo dovette farsi carico di questo compito,
rimandando la realizzazione di un sistema socialista.
Gli eventi storici dimostrano perciò la differenza intercorrente
tra la conquista del potere da parte di una forza rivoluzionaria
e la rivoluzione comunista, poiché l’ attesa di un
futuro radioso, implicita nella politica praticata in URSS all’indomani
della rivoluzione d’ottobre, rimanda ad una concezione incrostata
di messianesimo religioso.
L’idea della rivoluzione come attesa è un’idea
anarchica e connessa all’attesa vi è l’idea
della rivoluzione come catastrofe.
Su questo pesa una contraddizione che vede per un verso un determinato
assetto sociale come necessario alla realizzazione della rivoluzione
e per un altro quello stesso assetto sociale come irrilevante.
Per sfuggire a questa contraddizione da una parte si concepisce
la rivoluzione come istante magico di discontinuità storica,
cioè momento di superamento assoluto, di frattura assoluta
con il passato, dall’altra la rivoluzione come transizione,
in cui non conta il presente e in cui con il tempo dialetticamente
si produrrà il suo opposto, la società comunista.
“La rivoluzione come processo”.
Questa concezione porta a considerare la rivoluzione come strumentale
rispetto allo scopo (il comunismo), ma è di questa impostazione
che dobbiamo liberarci per non cadere in un campo di opzioni limitato
all’alternativa tra opportunismo ed estremismo.
E’ parimenti altrettanto pericolosa l’idea tipica
di un marxismo dogmatico della storia come progresso lineare e
infinito: proprio dagli esiti inceri del futuro si deve sviluppare
la visione di una storia egualmente aperta alla catastrofe o al
superamento rivoluzionario.
Dunque conseguenza di queste premesse è che il processo
rivoluzionario non si identifica solo con la presa del potere,
ma la precede e la segue, ovvero il processo rivoluzionario inizia
ben prima della presa del potere e si protrae ben dopo; ulteriore
conseguenza è che il processo rivoluzionario deve mantenere
sempre costante un ‘opzione democratica, ovvero esso si
costruisce e si realizza nella democrazia di base ed allargando
il più possibile spazi di agibilità democratica
(oggi nel partito, domani nello Stato) a tutti i livelli della
quotidianità.
Il partito
La borghesia non ha bisogno a rigore di un suo partito, poiché
dispone già degli strumenti di dominio appropriati a gestire
il suo ruolo storico, e cioè consigli d’amministrazione
di imprese e banche,università, mass-media, usufruendo
così di una organica visione del mondo e di classe capillarmente
diffusa; mentre il proletariato non ha alcuno strumento, se non
un partito, che deve essere rivoluzionario e di massa, in grado
di formare generazioni di quadri e di proletari, compito storico
che finora non è stato assolto da Rifondazione Comunista.
Per Marx ed Engels i comunisti sono gli elementi più coscienti
dal punto di vista rivoluzionario e più collegati ad una
radicalità di classe, anche se per i due rivoluzionari
tedeschi la forma organizzativa che dovevano assumere i comunisti
non era quella partito.
La critica a questa posizione venne poi da Lenin, che sottolineò,
oltre che la necessità della rivoluzione come alternativa
alla catastrofe del capitalismo, anche l’importanza del
partito come strumento di lotta: è questo che distingue
i comunisti dal resto della sinistra, anche anticapitalista.
Dunque una riflessione sul comunismo oggi non può prescindere
dall’analisi della storia del comunismo stesso nell’ultimo
secolo (“ritorno a Marx”).
Avanza dunque indirettamente l’ipotesi che non sia possibile
rispondere seriamente alla domanda sul significato del comunismo
oggi (una domanda che non ci viene solo dai nostri avversari)
con un mero “ritorno a Marx”, che escluda una riconsiderazione
complessiva e autocritica della intera storia del movimento operaio
dell’ultimo secolo; un eventuale “ritorno a Marx”
(che sarebbe comunque culturalmente utile e opportuno) potrebbe
realisticamente ri-fondare le ragioni di una lotta anticapitalistica
ma non le ragioni del comunismo (se non riducendo il comunismo
a una pura metafora di una società perfetta e felice, dunque
regredendo a un concetto primitivo, premarxista, mitico e non
politico, della rivoluzione). (pp.197-198)
Il partito immaginato da Lenin è antidemocratico, poiché
la coscienza rivoluzionaria è incarnata solo dai suoi dirigenti.
Sia R.Luxemburg che A.Gramsci avevano posto questo problema (Gramsci
polemizzando con A.Bordiga). e comunque il problema della democrazia
si riflette anche nella storia della nostra sinistra extra-parlamentare,
con i suoi marcati tratti di leaderismo.
Di fronte a noi oggi, a fronte del fallimento di un modello autoritario,
nel partito e nello Stato, il compito di rifondare anche un partito
democratico, oltre che comunista. Questo compito coinvolge anche
i trotzkisti, ai quali si impone la riflessione sul perché
la loro critica profonda dello stalinismo non sia stata capace
di produrre un collegamento organico con le lotte di massa e popolari
e li ha portati invece a praticare da una parte il frazionismo,
dall’altra la tattica dell’entrismo.
Il nostri partito è come la “macchina celibe”
descritta dai surrealisti del ‘900, cioè un meccanismo
complicato e improduttivo: le nostre attività il più
delle volte sono autoreferenziali e non collegate alle lotte sociali.
Gramsci in Italia fondò, oltre che il partito, che però
poco portò la sua impronta, checchè se ne dica,
anche una teoria del partito e della democrazia nel rapporto tra
partito e masse, tra i quali deve esserci un rapporto dialettico.
Le differenze all’interno del partito devono essere viste
come ricchezza e quindi deve esserci un preventivo reciproco riconoscimento:
l’unico esito di questa premessa non può che essere
un partito federativo, come alternativa e antidoto alle scissioni.
Un partito articolato che sappia rispondere in tal modo alla complessa
speculare articolazione del sistema di dominio della borghesia
moderna.
Il PCI di P.Togliatti è stato un partito che ha saputo
coniugare la tattica politica con la strategia rivoluzionaria,
senza scadere nel tatticismo, poiché la logica dei blocchi
impediva che il PCI potesse essere cooptato in ruoli di governo.
La necessità della tattica nasce dall’esigenza di
spostare sempre più avanti i rapporti di forza tra le classi
a partire dal possibile. Togliatti seppe costruire un rapporto
diretto tra partito e movimenti e lotte sociali; quando nel ’68
esplose il movimento studentesco, autonomo dal PCI, L.Longo seppe
aprire intelligentemente a quel movimento e permise un esito niente
affatto scontato, cioè l’orientamento a sinistra
di quel movimento.
Dopo Longo, con Amendola, venne meno il rapporto dialettico tra
partito e lotte sociali e il PCI divenne rappresentante di interessi
particolaristici.
Il compito di Rifondazione Comunista è dunque oggi quello
di ristabilire un rapporto tra sfera politica e movimenti sociali
dei soggetti più deboli: questa è la rivoluzione
comunista.
Il tutto ovviamente ripensato e guidato dalle linee politiche
strategiche del partito.
E’ inoltre necessario democratizzare la vita interna del
nostro partito imponendo le pratiche della rotazione degli incarichi,
sia istituzionali che dirigenziali, la non rieleggibilità
per incarichi istituzionali, la separazione tra incarichi istituzionali
e dirigenziali e tra incarichi istituzionali stessi e infine la
separazione tra ruoli politici dirigenziali e di funzionariato
amministrativo.
Oggi la frammentazione di classe prodotta dalle nuove forme organizzative
del lavoro non produce quella identificazione con la classe stessa
e la percezione di sé corretta nei proletari: è
su questo piano che si produce la sfida per una forza rivoluzionaria,
che deve saper costruire una società alternativa.
L’organizzazione correntizia del PRC è un suo grave
limite, perché produce, e in fondo ne è anche il
prodotto in un circolo vizioso, leaderismo, burocratismo e infine
l’impossibilità di un confronto serio, perché
il dibattito avviene solo nella corrente e non nel partito, con
la conseguenza che nel partito si discute solo della spartizione
dei ruoli e delle poltrone (si costruisce cioè un’identità
separata rispetto al partito, quella di frazione o di corrente).
Il meccanismo della votazione delle mozioni poi è espressione
di questa logica, poiché le mozioni vengono votate nei
congressi di circolo e i voti su queste computati per dare diritto
ai posti nei gruppi dirigenziali, i rappresentanti dei quali vengono
scelti da una Commissione elettorale composta dai capi corrente,
non eletti da nessuno.
Bisognerebbe perciò uscire da questa logica con la votazione
a tutti i livelli dei dirigenti con voto segreto e individuale
su scheda bianca.
La democrazia è dunque il nodo centrale dell’azione
di un partito comunista: in primo luogo nel riconoscimento del
soggetto, cioè le masse, in secondo luogo la democrazia
nel partito; in terzo luogo la democrazia nei rapporti tra masse
e dirigenti.
(a
cura del compagno Valter M.)
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