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Alessandro Valentini
“Guerra americana e lotta per il socialismo”, 2003,
ed. la Città del Sole
Il contesto internazionale e la guerra in Iraq
La definizione del quadro geostrategico internazionale rappresenta
la cornice all’interno della quale Valentini apre la sua
trattazione allo scopo di analizzare l’attualità
della concezione leniniana sull’imperialismo. Con la prima
guerra mondiale si realizza una frattura del fronte imperialista
a causa dei suoi conflitti interni e l’uscita della Russia
dal blocco capitalistico, mentre dopo la seconda guerra mondiale
viene definitivamente avallato il ruolo degli USA come potenza
egemone del blocco occidentale e come potenza imperialista in
sostituzione delle vecchie potenze coloniali.
Gli USA quindi abbandonando la linea politica isolazionista fino
ad allora perseguita vengono catapultati nell’arena mondiale,
forti soprattutto del loro peso economico e militare, che esercitano
congiuntamente sulle ex-colonie, formalmente indipendenti, ma
di fatto sottoposte a un rigido controllo economico e politico.
Non solo, ma, in sostanza, gli USA al termine del conflitto non
sono un paese distrutto, come quelli europei, al contrario sono
un paese dove tutte le potenziali risorse sono impiegate in un
apparato produttivo che funziona a pieno ritmo.
E’ per garantire sicuri mercati di sbocco per le proprie
produzioni che gli USA approntano uno strumento di politica estera
orientato alla “ricostruzione” di quella parte d’Europa
occupata dalle loro truppe, il “Piano Marshall”, ovvero
un pacchetto di crediti americani ai vari Stati, a condizione
dell’esclusione delle sinistre comuniste e socialiste dai
rispettivi governi.
In questo processo l’URSS ha svolto una funzione di contrappeso
rispetto alla portata del potere degli USA, fino al crollo dei
primi anni’90, contribuendo soprattutto con la rottura del
monopolio nucleare americano, durato dal 1945 al 1949, a contenere,
sia pure attraverso un equilibrio fondato sul terrore atomico,
le mire imperialistiche americane.
L’Iraq come paese indipendente, con i suoi confini a segmenti
disegnati a tavolino, è una creatura dell’imperialismo
britannico, che nel 1917 accorpò le tre province di Mosul,
Bagdad e Bassora per porle nel 1921 sotto la corona di re Feisal.
Nel 1979 Saddam Hussein, eletto presidente, svolse una feroce
epurazione dei quadri amministrativi, militari e politici, perseguitando
tutti gli elementi islamismi, comunisti e persino dell’opposizione
baatista interna al suo partito e iniziò nei primi anni
’80 la guerra contro l’Iran, svolgendo quindi un ruolo
di stabilizzazione della regione contro le politiche anticolonialiste
ispirate all’islamismo e ricevendo dunque il sostegno occidentale.
Dopo la prima guerra del golfo per tutti gli anni ’90 l’Iraq
ha subito un embargo totale e un pesantissimo ridimensionamento
delle sue velleità espansionistiche e militari, tanto da
non disporre praticamente più già verso la fine
degli anni ’90 di alcuna forma di armamento di distruzione
di massa e da non essere più in grado di controllare il
suo territorio, in stato di disgregazione.
Ma l’Iraq, dopo l’Arabia Saudita, è il paese
che dispone delle più ampie riserve petrolifere di alta
qualità e a un basso costo di estrazione del mondo: è
questo l’obiettivo dell’intervento degli USA, ovvero
disporre di una quota rilevante della produzione mondiale e determinare
attraverso una caduta dei prezzi un forte ridimensionamento del
ruolo dell’OPEC.
L’obiettivo di questa guerra, applicazione della dottrina
della “guerra preventiva” teorizzata dalla amministrazione
Bush è … “l’instaurazione di una sorta
di “dittatura militare planetaria” ”…
(p.31) degli USA, presenti militarmente in 140 su 189 Stati dell’ONU.
Dunque al di là dei dissidi tra gli americani e una parte
del blocco europeo sulle ragioni di diritto, l’assenza di
un mandato ONU, lo scontro tra i blocchi economici è sull’alternativa
tra un sistema di dominio unipolare a guida USA e un sistema multipolare.
La fase attuale dunque si caratterizza per la conflittualità
tra i blocchi imperialistici, da una parte quello americano, dall’altra
quello franco-tedesco, e in posizione più defilata la Russia
e la Cina, destinata quest’ultima in base alle sue proiezioni
di sviluppo ad assumere il ruolo di grande sfidante degli USA
nei prossimi anni.
In quest’ottica geostrategica va perciò valutato
il sostegno conferito agli USA per il loro intervento in Iraq
da parte di paesi come il Giappone, la Corea del Sud, le Filippine
e Singapore, visti come elementi di un cordone sanitario intorno
alla Cina, e l’opposizione da parte di paesi non allineati
espressa nel febbraio 2003 a Kuala Lumpur, come l’opposizione
dei paesi latino-americani Venezuela, Brasile ed Equador. Peraltro
conseguenza di questa unilateralità americana e dei conflitti
interimperialistici derivanti è anche il venir meno del
ruolo, oltre che dell’Onu, anche degli organismi finanziari
internazionali.
Il ruolo e l’obiettivo degli U.S.A.
La attuale politica guerrafondaia americana è in realtà
espressione della sua crisi, che, paradossalmente, viene a coincidere
con la sua vittoria nel conflitto che l’ha opposta all’URSS
e con la scomparsa di quest’ultima, ma anche con la sua
crisi finanziaria e la perdita relativa di peso economico.
Meritano una sia pur breve ricognizione le vicende connesse all’ascesa
del ruolo del dollaro a moneta di scambio internazionale.Con la
sospensione unilaterale della convertibilità in oro del
dollaro, decisa nel 1971 dall’allora presidente degli USA
Nixon, venne a cadere il sistema cosiddetto di Bretton Woods instaurato
nel dopoguerra, quando gli americani, detentori dell’ 80%
delle riserve auree mondiali, assunsero il ruolo di emittente
della moneta mondiale di riserva: con quel meccanismo la Federal
Riserve, la banca centrale degli USA, garantiva la stabilità
del rapporto oro-dollaro e quindi il valore del dollaro stesso
rispetto alle altre divise era tutelato da un criterio oggettivo.
Con il venir meno di questo meccanismo gli USA da quel momento
in poi, grazie al ruolo consolidato di moneta internazionale di
scambio della loro valuta, hanno avuto accesso alle risorse mondiali
e sono riusciti a finanziare la loro crescente spesa pubblica,
soprattutto nel settore degli armamenti, semplicemente emettendo
carta-moneta non più ancorata a un qualsiasi requisito
oggettivo di valore, facendo così aumentare a livelli astronomici
anche il loro deficit della bilancia dei pagamenti.
A questo declino del loro potere economico-finanziario, aggravato
dalla nascita dell’Euro e dal suo primo affermarsi come
moneta di scambio nelle transazioni internazionali in sostituzione
del dollaro, gli USA rispondono con una politica aggressiva e
con un’ulteriore vertiginoso aumento delle loro spese militari,
distorta interpretazione della politica keynesiana di sostegno
pubblico dell’economia, che prevede invece un intervento
a favore della ripresa dei consumi.
Con il crollo dell’URSS i teorici della “guerra preventiva”,
tra i quali vanno annoverati i massimi esponenti dell’amministrazione
Bush, sostengono abbiano perso rilievo le organizzazioni sopranazionali,
come l’ONU e persino la NATO: viene cioè sostenuto
un approccio bilaterale nelle questioni di politica estera rispetto
al vecchio approccio multilaterale, poiché la nuova politica
deve soddisfare essenzialmente tre esigenze:
· sostenere i gruppi finanziari del complesso militar-industriale,
· esercitare una pressione concorrenziale sugli altri poli
imperialisti,
· garantire una proiezione militare adeguata a controllare
i mercati energetici e delle materie prime.
Secondo la stessa amministrazione USA 33 Stati hanno sostenuto
politicamente il loro intervento in Iraq, più altri 15
che non vogliono rendere pubblica la loro posizione: questi dati
rivelano la sostanziale posizione di isolamento politico degli
americani e il suo corrispettivo sul versante economico è
il favore di cui godono i gruppi economici che per l’amministrazione,
data la loro fedeltà a questa strategica, usufruiranno
di una posizione di vantaggio nell’assegnazione di commesse
legate allo sfruttamento delle risorse irachene e alla ricostruzione
del paese devastato. A fronte di ciò nessun progetto da
parte degli americani per far sì che il paese mediorientale
ritorni alla sua sovranità.
La politica di riarmo perseguita dagli USA, per l’entità
delle risorse coinvolte è tesa non già a combattere
il terrorismo e i cosiddetti “Stati canaglia”, ma
ad impedire a qualsiasi altra entità statale o blocco regionale
di assurgere al rango di grande potenza e tutto ciò nel
contesto di un progressivo ampliamento del divario Nord-Sud.
Le conseguenze politiche
Le masse.
Questa politica d’altra parte ha suscitato oltre che l’opposizione
degli stati, anche quella delle masse, che il “New York
Times” ha definito la nuova seconda superpotenza.
Il movimento per la pace, che si è opposto alla guerra
in Iraq, si è saldato alle istanze espresse dal movimento
contro la globalizzazione, dando luogo alla più grande
manifestazione popolare pacifista della storia il 15/02/2003 con
la partecipazione di 110 milioni di persone in tutto il mondo.
Questo può essere considerato un nucleo, una massa critica
dalla quale partire per rilanciare una politica di lotta di classe.
Le istituzioni internazionali e gli Stati.
La politica degli USA inoltre sta determinando una crisi internazionale
di consenso anche a livello delle istituzioni sovranazionali,
oltre che incrinando persino lo stesso atlantismo.
Forte è la posizione che la stessa Chiesa cattolica ha
assunto nei confronti della guerra e di condanna del ruolo degli
USA, sebbene con modalità più prettamente politiche
e in linea con l’approccio di Papa Wojtyla.
La guerra contro l’Iraq, giustificata come difensiva e preventiva
nei confronti del terrorismo, in realtà alimenterà
il terrorismo mediorientale, poiché sia la questione curda
che quella palestinese risultano aggravate proprio, nel primo
caso, dall’intervento turco caso con un’offensiva
militare nel Kurdistan iracheno, nel secondo caso, dalla risposta
fondamentalista che rischia di divenire egemone.
Non solo, ma a livello di entità statali verrà ripresa
la corsa al riarmo come risposta alla guerra preventiva USA e
ne verrà seguito l’esempio nella risoluzione delle
controversie internazionali.
Il mondo arabo.
Non esiste propriamente una nazione araba che comprenda le popolazioni
stanziate dall’Atlantico al Golfo Persico, piuttosto si
può parlare di una cultura araba. Esiste invece un problema
storico di subalternità di quest’area geografica
al mondo occidentale, espressa prima nel dominio coloniale delle
potenze europee a seguito del crollo dell’impero ottomano,
poi nella influenza economica neocoloniale dell’Occidente,
che impone, oltre allo sfruttamento delle risorse petrolifere,
anche la formazione dello Stato d’Israele. La risposta dei
paesi arabi del secondo dopoguerra è stata quella di avviare
una politica di decolonizzazione, attraverso i movimenti di liberazione
e di nazionalizzazione delle risorse, che li ha posti oggettivamente
in una situazione di conflitto contro l’occidente, conflitto
che da alcuni anni a questa parte ha assunto la fisionomia del
fondamentalismo islamico.
L’imperialismo e l’analisi di Lenin
L’elaborazione teorica di Lenin sull’imperialismo
necessita di un aggiornamento, soprattutto per ciò che
riguarda il ruolo degli USA, potenza trascurata nella sua analisi
storica. Il rivoluzionario russo ne “L’imperialismo
fase suprema del capitalismo” considerò l’imperialismo
non un’opzione politica, ma uno sviluppo insito nelle leggi
di funzionamento della stessa economia capitalistica, indicando
le cinque caratteristiche fondamentali di questa fase storica:
1) concentrazione produttiva e finanziaria in monopoli,
2) fusione di capitale industriale e bancario in un’oligarchia
finanziaria,
3) crescente rilievo dell’esportazione di capitali rispetto
a quella delle merci,
4) affermazione di accordi internazionali di cartello tra gruppi
finanziari stessi,
5) spartizione del mondo tra potenze capitalistiche.
Rispetto ad ogni singola peculiarità indicata da Lenin,
oggi:
1) nel corso del 20° secolo è continuato il processo
di concentrazione monopolistica;
2) si à accresciuta la fusione del capitale industriale
con quello bancario, tanto che ormai si può parlare di
un unico grande mercato finanziario che conferma il concetto leniniano
di capitale finanziario;
3) l’esportazione di capitali addirittura si serve di strumenti
tecnologici sofisticati in una rete mondiale che e ne permette
il trasferimento in tempo reale, con la realizzazione di un incredibile
volume di transazioni e conseguenti profitti speculativi;
4) è confermato il ruolo degli accordi internazionali tra
gruppi monopolistici;
5) di fronte al processo di decolonizzazione operato nel dopoguerra,
oggi si assiste a una messa in atto di un vero e proprio processo
di ricolonizzazione.
Le conseguenze visibili di ciò sono rappresentate dalla
progressiva divaricazione tra la ricchezza del Nord e la miseria
del Sud.
Si può aggiungere alle caratteristiche indicate da Lenin
riguardo all’imperialismo l’affermazione di una nuova
componente, ovvero il capitalismo monopolistico di Stato, che,
come sottolineato da vari studiosi, nel nostro paese Antonio Pesenti,
economista e dirigente del PCI, in campo internazionale Maurice
Dobb in “Problemi di storia del capitalismo”, svolge
un ruolo di supporto globale al processo di riproduzione capitalistica.
Comunque, i processi di terziarizzazione e un contesto dove la
tradizionale distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo
risulta superata da un meccanismo di estrazione di plusvalore
e valorizzazione delle merci che ora va individuato …”nel
collegamento nuovo determinatosi, nell’impresa moderna,
tra produzione e commercializzazione.” (p.59) non inficiano
il valore esplicativo delle categorie analitiche classiche del
materialismo storico. L’anali tradizionale è dunque
applicabile anche al contesto attuale, in cui il capitalismo monopolistico
di Stato ricomprende il ruolo di dominio finanziario e del terziario
sulle periferie, esercitato singolarmente da ciascuna singola
metropoli. “Sarebbe però errato pensare che ciascuna
metropoli che compone questa rete non sia espressione del capitalismo
monopolistico di Stato.” (p.59).
L’aggressione americana contro l’Iraq ha spiazzato
i partiti socialdemocratici costringendoli da una parte ad opporsi
alla guerra, dall’altra a non appiattirsi sulle posizioni
del movimento antagonista radicale: l’acuirsi delle contraddizioni
interimperialistiche e la riproposizione di una politica coloniale
rendono obiettivamente difficile per la sinistra moderata una
linea politica di mediazione nei confronti dell’imperialismo.
Un’interpretazione esclusivamente politica dell’imperialismo
rivela un atteggiamento e una scelta politica di tipo socialdemocratico,
sulla scorta di quella che è stata l’analisi di K.Kautky
e della socialdemocrazia tedesca d’inizio ‘900, che
riteneva possibile governare il capitalismo con una politica mitigatoria
guidata dai socialdemocratici, proprio perché l’imperialismo
non veniva interpretato come una fase dell’economia capitalistica.
Centrale in questa elaborazione il concetto proposto da Kautsky
di “superimperialismo” inteso come centrale unica
dell’imperialismo, in grado di governare l’intero
sistema e le sue contraddizioni.
A fare il paio con questa interpretazione in tempi recentissimi
in Italia la tesi di Toni Negri dell’ “impero”,
con la quale si intendono superate le contraddizioni interimperialistiche
tra le varie entità statuali a favore di organismi sopranazionali
in grado di superare le contraddizioni tra centro e periferia
e quindi di reggere il sistema con gli USA come potenza coordinatrice
estranea, per motivi storici, all’imperialismo classico.
Con lo scoppio della guerra in Iraq T.Negri ha sostanzialmente
rivisto le sue posizioni ritornando ad un’interpretazione
più tradizionale dell’imperialismo.
Con il concetto di globalizzazione si deve intendere l’egemonia
dei paesi a capitalismo avanzato su tutto il globo a seguito del
crollo dei paesi del socialismo reale. Concetto che non invalida
la teoria marxista dell’imperialismo.
La novità della globalizzazione è costituita da:
1) mobilità della forza-lavoro,
2) liberalizzazione assoluta degli scambi commerciali e delle
transazioni finanziarie.
E’ vero dunque che questo processo conferisce un potere
enorme ai gruppi economici limitando di conseguenza la sovranità
stessa degli Stati, ma non ne discende il superamento del ruolo
delle entità statuali, che, singolarmente o in blocchi
regionali, svolgono attraverso il capitalismo monopolistico di
Stato un ruolo centrale nei processi di valorizzazione del capitale
e rappresentano fonte di identità politica dei centri di
comando di ogni multinazionale.
La teoria della crisi
Gli sviluppi tragici dell’ultimo scorcio del 20° secolo
impongono una riflessione sul destino del capitalismo. Questione
complessa, che ha trovato nel marxismo ortodosso da una parte
e nel revisionismo dall’altra opposte interpretazioni, fondate
nel primo caso sul nesso tra teoria del valore e socialismo nel
secondo negando questa connessione.
Fu E.Bernstein nel campo revisionista a respingere per primo il
rapporto fra crisi strutturale e passaggio ad altro modo di produzione,
rifiutando così rifiutando così l’analisi
della struttura economica e introducendo elementi di soggettivismo.
Nel revisionismo la teoria rivoluzionaria continua ad essere propagandata,
ma in maniera scissa dalla pratica politica, viene cioè
brandita come copertura per il perseguimento di scopi politici
opportunistici.
Già negli economisti classici, D.Ricardo, A.Smith, S.Sismondi,
è presente la percezione della storicità del capitalismo,
del suo essere transeunte, quindi destinato a finire.
E’ da questi primi elementi, insieme alla tripartizione
sociale in proprietari fondiari, capitalisti e lavoratori e quindi
alla suddivisione del prodotto nei tre corrispettivi redditi,
rendita, profitto e salario, che Marx prende le mosse per formulare
una prima analisi della crisi del capitalismo.
Secondo C.Napoleoni in “Il futuro del capitalismo”
in Marx la accumulazione capitalistica è punto di partenza
e punto di arrivo del processo produttivo capitalistico. Da questo
processo contraddittorio si genera per Marx la crisi, che però
è espressa dal pensatore tedesco non in modo coerente,
ma secondo due linee di pensiero:
1) la prima è quella connessa alla caduta tendenziale del
saggio di profitto, che si realizza
a) da una parte in un contesto in cui viene rispettata la legge
del valore e le merci vengono vendute al loro valore e
b) dall’altra in un quadro in cui è impossibile vendere
le merci al loro valore, in una visione intimamente contraddittoria;
2) la seconda è quella legata alla sovrapproduzione, che
però oggi grazie al consumo improduttivo permette che la
crisi trovi una naturale ricomposizione in un processo ormai ciclico.
Ma esiste una 3) interpretazione di Marx della crisi, espressa
non nel “Capitale”, ma nei “Grundrisse”,
legata in particolare all’uso delle macchine nella produzione
capitalistica: secondo Marx l’uso massiccio delle macchine
supera il principio del prodotto come lavoro in esso incorporato;
per C.Napoleoni in base a questa interpretazione quindi il capitale
deve considerare i prodotti come lavoro incorporato, anche se
non lo sono, per poter conferire ad essi un valore; ma ciò
comporta una contraddizione con la conseguenza finale del crollo
del valore di scambio.
Da un punto di vista della conservazione dell’ordine economico
capitalistico è stata elaborata la teoria keynesiana, che
vede come causa di crisi lo squilibrio tra risparmio e investimenti:
il risparmio supera gli investimenti e va ad ingrossare il volume
del capitale finanziario a scapito dell’economia fisica:
solo l’intervento pubblico attraverso programmi sociali
d’investimento può riequilibrare questo rapporto.
Il compito dei partiti comunisti
La fase storica.
L’invasione americana dell’Iraq ha determinato il
passaggio a una situazione di movimento, che però non va
confusa con una situazione prerivoluzionaria.
E’ il Lenin de “L’estremismo malattia infantile
del comunismo” che sulla base delle rivoluzioni russe del
20° secolo definisce la differenza tra le due: secondo il
rivoluzionario russo una fase prerivoluzionaria è caratterizzata
dal fatto che “gli strati inferiori non vogliono più
vivere come per il passato e gli strati superiori non possono
più andare avanti come prima”. Viene sottolineata
dunque la componente soggettiva, ma non a prescindere dal verificarsi
di elementi oggettivi di crisi.
Ed è stato lo stesso imperialismo neoliberistico a determinare
con la sua politica aggressiva il passaggio ad una situazione
di movimento, che per la globalità, oltre che gravità,
dei fattori di crisi non può prescindere dalla dimensione
internazionale della prassi rivoluzionaria.
Il progetto politico.
La questione della rivoluzione in occidente rende centrale il
ruolo del soggetto rivoluzionario, della dimensione politica,
per cui centrale diviene il nesso tra lotta per la democrazia
e lotta per il socialismo: in tal senso l’Engels della “Introduzione”
alla prima ristampa di “Lotta di classe in Francia dal 1848
al 1850” di Marx, dove si sottolinea l’importanza
dei mezzi legali nella lotta per il socialismo in una situazione
in cui lo stesso blocco sociale borghese pratica una politica
eversiva, avversando nella prassi politica dei suoi rappresentanti
la stessa legalità che ha imposto.
Sottolineare il ruolo di un soggetto rivoluzionario può
comportare l’esposizione all’accusa di soggettivismo,
preferibile d’altra parte all’alternativa di teorizzare
lo scioglimento dei partiti comunisti all’interno dei movimenti
antiglobalizzazione.
La proposta non riguarda la riproposizione di una avanguardia
rivoluzionaria tesa alla instaurazione della dittatura del proletariato.
“Si tratta invece di porsi la grande questione di come organizzare
nei paesi capitalistici avanzati la maggioranza delle classi lavoratrici
e degli oppressi, proprio per riproporre attraverso l’azione
di un “intellettuale collettivo”, che abbia una dimensione
di massa, una battaglia per l’egemonia tesa a realizzare
più avanzati rapporti di forza sul piano economico e in
tutti gli altri momenti sovrastrutturali.” (p.80)
Una politica di lotta di classe richiede una strategia rivoluzionaria
per il superamento del sistema capitalistico a partire dalla contraddizione
fondamentale dei rapporti di produzione, ovvero la dinamica tra
capitalista, possessore dei mezzi di produzione, e lavoratore,
che vende la sua forza-lavoro, in un processo finalizzato all’estrazione
di plusvalore.
Infine la questione della pace è oggi centrale anche per
un soggetto politico comunista, che deve intercettare in questo
le aspirazioni dei movimenti democratici e dei lavoratori, soprattutto
in Europa, dove più si è manifestata l’ostilità
alla politica guerrafondaia statunitense.
L’opposizione alla guerra è un punto qualificante
di una visione palingenetica della società; tale concezione
deve contemplare un mondo assolutamente alternativo a quello attuale
e incontrare in questo anche le aspettative del mondo religioso,
in un rapporto che già P.Togliatti aveva tracciato, contribuendo,
attraverso la trasformazione del pensiero marxista italiano da
ateo a laico, anche per questa via alla costruzione di un partito
comunista di massa, sebbene tale impostazione non debba essere
identificata con …“le pratiche pacifiste alla Bertrand
Russel o con la “cultura della non violenza” e il
“metodo della disobbedienza civile” di pensatori come
Mohandas K.Gandhi, Martin Luther King, Jean-Marie Muller, Aldo
Capitini; sono invece il derivato di una coerente impostazione
leninista, <<analisi concreta delle situazioni storiche
ben determinate>>.” (p.102).
La politica internazionale.
Il movimento antiglobalizzazione indica una strada, che è
quella di un’uscita da un modello di partito egemonizzato
da un ceto politico istituzionale per la costruzione di un partito
pienamente democratico e di massa e che inauguri un progetto di
realizzazione di un …“soggetto politico europeo su
basi federali”… (p.84), abbandonando la logica del
coordinamento istituzionale, rappresentato dal gruppo parlamentare
europeo. Più che la costituzione di un unico centro di
coordinamento sul modello della III° Internazionale ciò
che va proposto è un insieme di partiti comunisti transnazionali
che abbiano come base comune l’appartenenza ad aree storico-geografiche
omogenee.
Il movimento comunista internazionale dunque, pur mantenendo come
riferimento le specificità nazionali nelle quali i singoli
partiti si trovano concretamente ad organizzare la lotta di classe,
devono riuscire a trovare una forma di coordinamento in grado
di rispondere all’omologo messo in opera dal sistema capitalistico
attraverso la globalizzazione.
Il compito dei comunisti è dunque nell’immediato
quello di bloccare la parte più aggressiva ed estremista
dell’imperialismo americano in un’ottica transnazionale,
ovvero dentro uno schieramento mondiale di forze che si oppongano
alla politica guerrafondaia.
Compiti del movimento per la pace devono essere:
1) richiesta di ritiro delle truppe d’invasione dall’Iraq
e
2) di riforma democratica degli organismi e meccanismi decisionali
dell’ONU.
I rapporti con i partiti riformisti.
La sinistra alternativa oggi è sottoposta ad un’offensiva
ideologica da parte della stessa sinistra riformista, tesa a dimostrare
un presunto superamento delle categorie politiche di destra e
sinistra e quindi il superamento storico del concetto di comunismo
e di partito comunista.
I partiti della sinistra riformista oggi hanno un radicamento
sociale nelle classi medie e nel mondo del lavoro “protetto”,
ma perdono consensi tra le fasce popolari, sempre più pericolosamente
attratte dalla destra reazionaria. Queste fasce popolari vengono
però confortate dalla stessa sinistra riformista con la
rassicurazione che a seguito delle ristrutturazioni il sistema
entrerà in una fase ottimale di funzionamento, tale da
garantire un futuro a tutti.
In questo quadro i comunisti devono costruire una progettualità
politica orientata all’intercettazione dei consensi popolari
in una cornice di autonomia dai partiti riformisti.
(a
cura del compagno Valter M.)
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