Alessandro Valentini
“Guerra americana e lotta per il socialismo”, 2003, ed. la Città del Sole

Il contesto internazionale e la guerra in Iraq
La definizione del quadro geostrategico internazionale rappresenta la cornice all’interno della quale Valentini apre la sua trattazione allo scopo di analizzare l’attualità della concezione leniniana sull’imperialismo. Con la prima guerra mondiale si realizza una frattura del fronte imperialista a causa dei suoi conflitti interni e l’uscita della Russia dal blocco capitalistico, mentre dopo la seconda guerra mondiale viene definitivamente avallato il ruolo degli USA come potenza egemone del blocco occidentale e come potenza imperialista in sostituzione delle vecchie potenze coloniali.
Gli USA quindi abbandonando la linea politica isolazionista fino ad allora perseguita vengono catapultati nell’arena mondiale, forti soprattutto del loro peso economico e militare, che esercitano congiuntamente sulle ex-colonie, formalmente indipendenti, ma di fatto sottoposte a un rigido controllo economico e politico.
Non solo, ma, in sostanza, gli USA al termine del conflitto non sono un paese distrutto, come quelli europei, al contrario sono un paese dove tutte le potenziali risorse sono impiegate in un apparato produttivo che funziona a pieno ritmo.
E’ per garantire sicuri mercati di sbocco per le proprie produzioni che gli USA approntano uno strumento di politica estera orientato alla “ricostruzione” di quella parte d’Europa occupata dalle loro truppe, il “Piano Marshall”, ovvero un pacchetto di crediti americani ai vari Stati, a condizione dell’esclusione delle sinistre comuniste e socialiste dai rispettivi governi.
In questo processo l’URSS ha svolto una funzione di contrappeso rispetto alla portata del potere degli USA, fino al crollo dei primi anni’90, contribuendo soprattutto con la rottura del monopolio nucleare americano, durato dal 1945 al 1949, a contenere, sia pure attraverso un equilibrio fondato sul terrore atomico, le mire imperialistiche americane.
L’Iraq come paese indipendente, con i suoi confini a segmenti disegnati a tavolino, è una creatura dell’imperialismo britannico, che nel 1917 accorpò le tre province di Mosul, Bagdad e Bassora per porle nel 1921 sotto la corona di re Feisal. Nel 1979 Saddam Hussein, eletto presidente, svolse una feroce epurazione dei quadri amministrativi, militari e politici, perseguitando tutti gli elementi islamismi, comunisti e persino dell’opposizione baatista interna al suo partito e iniziò nei primi anni ’80 la guerra contro l’Iran, svolgendo quindi un ruolo di stabilizzazione della regione contro le politiche anticolonialiste ispirate all’islamismo e ricevendo dunque il sostegno occidentale.
Dopo la prima guerra del golfo per tutti gli anni ’90 l’Iraq ha subito un embargo totale e un pesantissimo ridimensionamento delle sue velleità espansionistiche e militari, tanto da non disporre praticamente più già verso la fine degli anni ’90 di alcuna forma di armamento di distruzione di massa e da non essere più in grado di controllare il suo territorio, in stato di disgregazione.
Ma l’Iraq, dopo l’Arabia Saudita, è il paese che dispone delle più ampie riserve petrolifere di alta qualità e a un basso costo di estrazione del mondo: è questo l’obiettivo dell’intervento degli USA, ovvero disporre di una quota rilevante della produzione mondiale e determinare attraverso una caduta dei prezzi un forte ridimensionamento del ruolo dell’OPEC.
L’obiettivo di questa guerra, applicazione della dottrina della “guerra preventiva” teorizzata dalla amministrazione Bush è … “l’instaurazione di una sorta di “dittatura militare planetaria” ”… (p.31) degli USA, presenti militarmente in 140 su 189 Stati dell’ONU.
Dunque al di là dei dissidi tra gli americani e una parte del blocco europeo sulle ragioni di diritto, l’assenza di un mandato ONU, lo scontro tra i blocchi economici è sull’alternativa tra un sistema di dominio unipolare a guida USA e un sistema multipolare.
La fase attuale dunque si caratterizza per la conflittualità tra i blocchi imperialistici, da una parte quello americano, dall’altra quello franco-tedesco, e in posizione più defilata la Russia e la Cina, destinata quest’ultima in base alle sue proiezioni di sviluppo ad assumere il ruolo di grande sfidante degli USA nei prossimi anni.
In quest’ottica geostrategica va perciò valutato il sostegno conferito agli USA per il loro intervento in Iraq da parte di paesi come il Giappone, la Corea del Sud, le Filippine e Singapore, visti come elementi di un cordone sanitario intorno alla Cina, e l’opposizione da parte di paesi non allineati espressa nel febbraio 2003 a Kuala Lumpur, come l’opposizione dei paesi latino-americani Venezuela, Brasile ed Equador. Peraltro conseguenza di questa unilateralità americana e dei conflitti interimperialistici derivanti è anche il venir meno del ruolo, oltre che dell’Onu, anche degli organismi finanziari internazionali.

Il ruolo e l’obiettivo degli U.S.A.
La attuale politica guerrafondaia americana è in realtà espressione della sua crisi, che, paradossalmente, viene a coincidere con la sua vittoria nel conflitto che l’ha opposta all’URSS e con la scomparsa di quest’ultima, ma anche con la sua crisi finanziaria e la perdita relativa di peso economico.
Meritano una sia pur breve ricognizione le vicende connesse all’ascesa del ruolo del dollaro a moneta di scambio internazionale.Con la sospensione unilaterale della convertibilità in oro del dollaro, decisa nel 1971 dall’allora presidente degli USA Nixon, venne a cadere il sistema cosiddetto di Bretton Woods instaurato nel dopoguerra, quando gli americani, detentori dell’ 80% delle riserve auree mondiali, assunsero il ruolo di emittente della moneta mondiale di riserva: con quel meccanismo la Federal Riserve, la banca centrale degli USA, garantiva la stabilità del rapporto oro-dollaro e quindi il valore del dollaro stesso rispetto alle altre divise era tutelato da un criterio oggettivo. Con il venir meno di questo meccanismo gli USA da quel momento in poi, grazie al ruolo consolidato di moneta internazionale di scambio della loro valuta, hanno avuto accesso alle risorse mondiali e sono riusciti a finanziare la loro crescente spesa pubblica, soprattutto nel settore degli armamenti, semplicemente emettendo carta-moneta non più ancorata a un qualsiasi requisito oggettivo di valore, facendo così aumentare a livelli astronomici anche il loro deficit della bilancia dei pagamenti.
A questo declino del loro potere economico-finanziario, aggravato dalla nascita dell’Euro e dal suo primo affermarsi come moneta di scambio nelle transazioni internazionali in sostituzione del dollaro, gli USA rispondono con una politica aggressiva e con un’ulteriore vertiginoso aumento delle loro spese militari, distorta interpretazione della politica keynesiana di sostegno pubblico dell’economia, che prevede invece un intervento a favore della ripresa dei consumi.
Con il crollo dell’URSS i teorici della “guerra preventiva”, tra i quali vanno annoverati i massimi esponenti dell’amministrazione Bush, sostengono abbiano perso rilievo le organizzazioni sopranazionali, come l’ONU e persino la NATO: viene cioè sostenuto un approccio bilaterale nelle questioni di politica estera rispetto al vecchio approccio multilaterale, poiché la nuova politica deve soddisfare essenzialmente tre esigenze:
· sostenere i gruppi finanziari del complesso militar-industriale,
· esercitare una pressione concorrenziale sugli altri poli imperialisti,
· garantire una proiezione militare adeguata a controllare i mercati energetici e delle materie prime.
Secondo la stessa amministrazione USA 33 Stati hanno sostenuto politicamente il loro intervento in Iraq, più altri 15 che non vogliono rendere pubblica la loro posizione: questi dati rivelano la sostanziale posizione di isolamento politico degli americani e il suo corrispettivo sul versante economico è il favore di cui godono i gruppi economici che per l’amministrazione, data la loro fedeltà a questa strategica, usufruiranno di una posizione di vantaggio nell’assegnazione di commesse legate allo sfruttamento delle risorse irachene e alla ricostruzione del paese devastato. A fronte di ciò nessun progetto da parte degli americani per far sì che il paese mediorientale ritorni alla sua sovranità.
La politica di riarmo perseguita dagli USA, per l’entità delle risorse coinvolte è tesa non già a combattere il terrorismo e i cosiddetti “Stati canaglia”, ma ad impedire a qualsiasi altra entità statale o blocco regionale di assurgere al rango di grande potenza e tutto ciò nel contesto di un progressivo ampliamento del divario Nord-Sud.

Le conseguenze politiche
Le masse.

Questa politica d’altra parte ha suscitato oltre che l’opposizione degli stati, anche quella delle masse, che il “New York Times” ha definito la nuova seconda superpotenza.
Il movimento per la pace, che si è opposto alla guerra in Iraq, si è saldato alle istanze espresse dal movimento contro la globalizzazione, dando luogo alla più grande manifestazione popolare pacifista della storia il 15/02/2003 con la partecipazione di 110 milioni di persone in tutto il mondo.
Questo può essere considerato un nucleo, una massa critica dalla quale partire per rilanciare una politica di lotta di classe.
Le istituzioni internazionali e gli Stati.
La politica degli USA inoltre sta determinando una crisi internazionale di consenso anche a livello delle istituzioni sovranazionali, oltre che incrinando persino lo stesso atlantismo.
Forte è la posizione che la stessa Chiesa cattolica ha assunto nei confronti della guerra e di condanna del ruolo degli USA, sebbene con modalità più prettamente politiche e in linea con l’approccio di Papa Wojtyla.
La guerra contro l’Iraq, giustificata come difensiva e preventiva nei confronti del terrorismo, in realtà alimenterà il terrorismo mediorientale, poiché sia la questione curda che quella palestinese risultano aggravate proprio, nel primo caso, dall’intervento turco caso con un’offensiva militare nel Kurdistan iracheno, nel secondo caso, dalla risposta fondamentalista che rischia di divenire egemone.
Non solo, ma a livello di entità statali verrà ripresa la corsa al riarmo come risposta alla guerra preventiva USA e ne verrà seguito l’esempio nella risoluzione delle controversie internazionali.
Il mondo arabo.
Non esiste propriamente una nazione araba che comprenda le popolazioni stanziate dall’Atlantico al Golfo Persico, piuttosto si può parlare di una cultura araba. Esiste invece un problema storico di subalternità di quest’area geografica al mondo occidentale, espressa prima nel dominio coloniale delle potenze europee a seguito del crollo dell’impero ottomano, poi nella influenza economica neocoloniale dell’Occidente, che impone, oltre allo sfruttamento delle risorse petrolifere, anche la formazione dello Stato d’Israele. La risposta dei paesi arabi del secondo dopoguerra è stata quella di avviare una politica di decolonizzazione, attraverso i movimenti di liberazione e di nazionalizzazione delle risorse, che li ha posti oggettivamente in una situazione di conflitto contro l’occidente, conflitto che da alcuni anni a questa parte ha assunto la fisionomia del fondamentalismo islamico.

L’imperialismo e l’analisi di Lenin
L’elaborazione teorica di Lenin sull’imperialismo necessita di un aggiornamento, soprattutto per ciò che riguarda il ruolo degli USA, potenza trascurata nella sua analisi storica. Il rivoluzionario russo ne “L’imperialismo fase suprema del capitalismo” considerò l’imperialismo non un’opzione politica, ma uno sviluppo insito nelle leggi di funzionamento della stessa economia capitalistica, indicando le cinque caratteristiche fondamentali di questa fase storica:
1) concentrazione produttiva e finanziaria in monopoli,
2) fusione di capitale industriale e bancario in un’oligarchia finanziaria,
3) crescente rilievo dell’esportazione di capitali rispetto a quella delle merci,
4) affermazione di accordi internazionali di cartello tra gruppi finanziari stessi,
5) spartizione del mondo tra potenze capitalistiche.
Rispetto ad ogni singola peculiarità indicata da Lenin, oggi:
1) nel corso del 20° secolo è continuato il processo di concentrazione monopolistica;
2) si à accresciuta la fusione del capitale industriale con quello bancario, tanto che ormai si può parlare di un unico grande mercato finanziario che conferma il concetto leniniano di capitale finanziario;
3) l’esportazione di capitali addirittura si serve di strumenti tecnologici sofisticati in una rete mondiale che e ne permette il trasferimento in tempo reale, con la realizzazione di un incredibile volume di transazioni e conseguenti profitti speculativi;
4) è confermato il ruolo degli accordi internazionali tra gruppi monopolistici;
5) di fronte al processo di decolonizzazione operato nel dopoguerra, oggi si assiste a una messa in atto di un vero e proprio processo di ricolonizzazione.
Le conseguenze visibili di ciò sono rappresentate dalla progressiva divaricazione tra la ricchezza del Nord e la miseria del Sud.
Si può aggiungere alle caratteristiche indicate da Lenin riguardo all’imperialismo l’affermazione di una nuova componente, ovvero il capitalismo monopolistico di Stato, che, come sottolineato da vari studiosi, nel nostro paese Antonio Pesenti, economista e dirigente del PCI, in campo internazionale Maurice Dobb in “Problemi di storia del capitalismo”, svolge un ruolo di supporto globale al processo di riproduzione capitalistica.
Comunque, i processi di terziarizzazione e un contesto dove la tradizionale distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo risulta superata da un meccanismo di estrazione di plusvalore e valorizzazione delle merci che ora va individuato …”nel collegamento nuovo determinatosi, nell’impresa moderna, tra produzione e commercializzazione.” (p.59) non inficiano il valore esplicativo delle categorie analitiche classiche del materialismo storico. L’anali tradizionale è dunque applicabile anche al contesto attuale, in cui il capitalismo monopolistico di Stato ricomprende il ruolo di dominio finanziario e del terziario sulle periferie, esercitato singolarmente da ciascuna singola metropoli. “Sarebbe però errato pensare che ciascuna metropoli che compone questa rete non sia espressione del capitalismo monopolistico di Stato.” (p.59).
L’aggressione americana contro l’Iraq ha spiazzato i partiti socialdemocratici costringendoli da una parte ad opporsi alla guerra, dall’altra a non appiattirsi sulle posizioni del movimento antagonista radicale: l’acuirsi delle contraddizioni interimperialistiche e la riproposizione di una politica coloniale rendono obiettivamente difficile per la sinistra moderata una linea politica di mediazione nei confronti dell’imperialismo.
Un’interpretazione esclusivamente politica dell’imperialismo rivela un atteggiamento e una scelta politica di tipo socialdemocratico, sulla scorta di quella che è stata l’analisi di K.Kautky e della socialdemocrazia tedesca d’inizio ‘900, che riteneva possibile governare il capitalismo con una politica mitigatoria guidata dai socialdemocratici, proprio perché l’imperialismo non veniva interpretato come una fase dell’economia capitalistica. Centrale in questa elaborazione il concetto proposto da Kautsky di “superimperialismo” inteso come centrale unica dell’imperialismo, in grado di governare l’intero sistema e le sue contraddizioni.
A fare il paio con questa interpretazione in tempi recentissimi in Italia la tesi di Toni Negri dell’ “impero”, con la quale si intendono superate le contraddizioni interimperialistiche tra le varie entità statuali a favore di organismi sopranazionali in grado di superare le contraddizioni tra centro e periferia e quindi di reggere il sistema con gli USA come potenza coordinatrice estranea, per motivi storici, all’imperialismo classico.
Con lo scoppio della guerra in Iraq T.Negri ha sostanzialmente rivisto le sue posizioni ritornando ad un’interpretazione più tradizionale dell’imperialismo.
Con il concetto di globalizzazione si deve intendere l’egemonia dei paesi a capitalismo avanzato su tutto il globo a seguito del crollo dei paesi del socialismo reale. Concetto che non invalida la teoria marxista dell’imperialismo.
La novità della globalizzazione è costituita da:
1) mobilità della forza-lavoro,
2) liberalizzazione assoluta degli scambi commerciali e delle transazioni finanziarie.
E’ vero dunque che questo processo conferisce un potere enorme ai gruppi economici limitando di conseguenza la sovranità stessa degli Stati, ma non ne discende il superamento del ruolo delle entità statuali, che, singolarmente o in blocchi regionali, svolgono attraverso il capitalismo monopolistico di Stato un ruolo centrale nei processi di valorizzazione del capitale e rappresentano fonte di identità politica dei centri di comando di ogni multinazionale.

La teoria della crisi
Gli sviluppi tragici dell’ultimo scorcio del 20° secolo impongono una riflessione sul destino del capitalismo. Questione complessa, che ha trovato nel marxismo ortodosso da una parte e nel revisionismo dall’altra opposte interpretazioni, fondate nel primo caso sul nesso tra teoria del valore e socialismo nel secondo negando questa connessione.
Fu E.Bernstein nel campo revisionista a respingere per primo il rapporto fra crisi strutturale e passaggio ad altro modo di produzione, rifiutando così rifiutando così l’analisi della struttura economica e introducendo elementi di soggettivismo.
Nel revisionismo la teoria rivoluzionaria continua ad essere propagandata, ma in maniera scissa dalla pratica politica, viene cioè brandita come copertura per il perseguimento di scopi politici opportunistici.
Già negli economisti classici, D.Ricardo, A.Smith, S.Sismondi, è presente la percezione della storicità del capitalismo, del suo essere transeunte, quindi destinato a finire.
E’ da questi primi elementi, insieme alla tripartizione sociale in proprietari fondiari, capitalisti e lavoratori e quindi alla suddivisione del prodotto nei tre corrispettivi redditi, rendita, profitto e salario, che Marx prende le mosse per formulare una prima analisi della crisi del capitalismo.
Secondo C.Napoleoni in “Il futuro del capitalismo” in Marx la accumulazione capitalistica è punto di partenza e punto di arrivo del processo produttivo capitalistico. Da questo processo contraddittorio si genera per Marx la crisi, che però è espressa dal pensatore tedesco non in modo coerente, ma secondo due linee di pensiero:
1) la prima è quella connessa alla caduta tendenziale del saggio di profitto, che si realizza
a) da una parte in un contesto in cui viene rispettata la legge del valore e le merci vengono vendute al loro valore e
b) dall’altra in un quadro in cui è impossibile vendere le merci al loro valore, in una visione intimamente contraddittoria;
2) la seconda è quella legata alla sovrapproduzione, che però oggi grazie al consumo improduttivo permette che la crisi trovi una naturale ricomposizione in un processo ormai ciclico.
Ma esiste una 3) interpretazione di Marx della crisi, espressa non nel “Capitale”, ma nei “Grundrisse”, legata in particolare all’uso delle macchine nella produzione capitalistica: secondo Marx l’uso massiccio delle macchine supera il principio del prodotto come lavoro in esso incorporato; per C.Napoleoni in base a questa interpretazione quindi il capitale deve considerare i prodotti come lavoro incorporato, anche se non lo sono, per poter conferire ad essi un valore; ma ciò comporta una contraddizione con la conseguenza finale del crollo del valore di scambio.
Da un punto di vista della conservazione dell’ordine economico capitalistico è stata elaborata la teoria keynesiana, che vede come causa di crisi lo squilibrio tra risparmio e investimenti: il risparmio supera gli investimenti e va ad ingrossare il volume del capitale finanziario a scapito dell’economia fisica: solo l’intervento pubblico attraverso programmi sociali d’investimento può riequilibrare questo rapporto.

Il compito dei partiti comunisti
La fase storica.

L’invasione americana dell’Iraq ha determinato il passaggio a una situazione di movimento, che però non va confusa con una situazione prerivoluzionaria.
E’ il Lenin de “L’estremismo malattia infantile del comunismo” che sulla base delle rivoluzioni russe del 20° secolo definisce la differenza tra le due: secondo il rivoluzionario russo una fase prerivoluzionaria è caratterizzata dal fatto che “gli strati inferiori non vogliono più vivere come per il passato e gli strati superiori non possono più andare avanti come prima”. Viene sottolineata dunque la componente soggettiva, ma non a prescindere dal verificarsi di elementi oggettivi di crisi.
Ed è stato lo stesso imperialismo neoliberistico a determinare con la sua politica aggressiva il passaggio ad una situazione di movimento, che per la globalità, oltre che gravità, dei fattori di crisi non può prescindere dalla dimensione internazionale della prassi rivoluzionaria.

Il progetto politico.

La questione della rivoluzione in occidente rende centrale il ruolo del soggetto rivoluzionario, della dimensione politica, per cui centrale diviene il nesso tra lotta per la democrazia e lotta per il socialismo: in tal senso l’Engels della “Introduzione” alla prima ristampa di “Lotta di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Marx, dove si sottolinea l’importanza dei mezzi legali nella lotta per il socialismo in una situazione in cui lo stesso blocco sociale borghese pratica una politica eversiva, avversando nella prassi politica dei suoi rappresentanti la stessa legalità che ha imposto.
Sottolineare il ruolo di un soggetto rivoluzionario può comportare l’esposizione all’accusa di soggettivismo, preferibile d’altra parte all’alternativa di teorizzare lo scioglimento dei partiti comunisti all’interno dei movimenti antiglobalizzazione.
La proposta non riguarda la riproposizione di una avanguardia rivoluzionaria tesa alla instaurazione della dittatura del proletariato. “Si tratta invece di porsi la grande questione di come organizzare nei paesi capitalistici avanzati la maggioranza delle classi lavoratrici e degli oppressi, proprio per riproporre attraverso l’azione di un “intellettuale collettivo”, che abbia una dimensione di massa, una battaglia per l’egemonia tesa a realizzare più avanzati rapporti di forza sul piano economico e in tutti gli altri momenti sovrastrutturali.” (p.80)
Una politica di lotta di classe richiede una strategia rivoluzionaria per il superamento del sistema capitalistico a partire dalla contraddizione fondamentale dei rapporti di produzione, ovvero la dinamica tra capitalista, possessore dei mezzi di produzione, e lavoratore, che vende la sua forza-lavoro, in un processo finalizzato all’estrazione di plusvalore.
Infine la questione della pace è oggi centrale anche per un soggetto politico comunista, che deve intercettare in questo le aspirazioni dei movimenti democratici e dei lavoratori, soprattutto in Europa, dove più si è manifestata l’ostilità alla politica guerrafondaia statunitense.
L’opposizione alla guerra è un punto qualificante di una visione palingenetica della società; tale concezione deve contemplare un mondo assolutamente alternativo a quello attuale e incontrare in questo anche le aspettative del mondo religioso, in un rapporto che già P.Togliatti aveva tracciato, contribuendo, attraverso la trasformazione del pensiero marxista italiano da ateo a laico, anche per questa via alla costruzione di un partito comunista di massa, sebbene tale impostazione non debba essere identificata con …“le pratiche pacifiste alla Bertrand Russel o con la “cultura della non violenza” e il “metodo della disobbedienza civile” di pensatori come Mohandas K.Gandhi, Martin Luther King, Jean-Marie Muller, Aldo Capitini; sono invece il derivato di una coerente impostazione leninista, <<analisi concreta delle situazioni storiche ben determinate>>.” (p.102).
La politica internazionale.
Il movimento antiglobalizzazione indica una strada, che è quella di un’uscita da un modello di partito egemonizzato da un ceto politico istituzionale per la costruzione di un partito pienamente democratico e di massa e che inauguri un progetto di realizzazione di un …“soggetto politico europeo su basi federali”… (p.84), abbandonando la logica del coordinamento istituzionale, rappresentato dal gruppo parlamentare europeo. Più che la costituzione di un unico centro di coordinamento sul modello della III° Internazionale ciò che va proposto è un insieme di partiti comunisti transnazionali che abbiano come base comune l’appartenenza ad aree storico-geografiche omogenee.
Il movimento comunista internazionale dunque, pur mantenendo come riferimento le specificità nazionali nelle quali i singoli partiti si trovano concretamente ad organizzare la lotta di classe, devono riuscire a trovare una forma di coordinamento in grado di rispondere all’omologo messo in opera dal sistema capitalistico attraverso la globalizzazione.
Il compito dei comunisti è dunque nell’immediato quello di bloccare la parte più aggressiva ed estremista dell’imperialismo americano in un’ottica transnazionale, ovvero dentro uno schieramento mondiale di forze che si oppongano alla politica guerrafondaia.
Compiti del movimento per la pace devono essere:
1) richiesta di ritiro delle truppe d’invasione dall’Iraq e
2) di riforma democratica degli organismi e meccanismi decisionali dell’ONU.
I rapporti con i partiti riformisti.
La sinistra alternativa oggi è sottoposta ad un’offensiva ideologica da parte della stessa sinistra riformista, tesa a dimostrare un presunto superamento delle categorie politiche di destra e sinistra e quindi il superamento storico del concetto di comunismo e di partito comunista.
I partiti della sinistra riformista oggi hanno un radicamento sociale nelle classi medie e nel mondo del lavoro “protetto”, ma perdono consensi tra le fasce popolari, sempre più pericolosamente attratte dalla destra reazionaria. Queste fasce popolari vengono però confortate dalla stessa sinistra riformista con la rassicurazione che a seguito delle ristrutturazioni il sistema entrerà in una fase ottimale di funzionamento, tale da garantire un futuro a tutti.
In questo quadro i comunisti devono costruire una progettualità politica orientata all’intercettazione dei consensi popolari in una cornice di autonomia dai partiti riformisti.

                                                                                             (a cura del compagno Valter M.)