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Peppino Impastato e Aldo
Moro |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Peppino Impastato e Aldo Moro Aldo Moro viene
fatto ritrovare nella Renault rossa in via Caetani
crivellato di colpi Gli hanno sparato a mitraglia, una sventagliata in pigiama
e canottiera, come fosse appena uscito dal sonno,
come un pensionato. L’hanno svegliato e l’hanno portato giù
, in garage cosa gli avranno detto quella mattina? Che cosa avrà detto Moro?
Aldo Moro avrà capito che era la sua fine? Avrà visto per la prima volta a
viso scoperto i suoi carcerieri e allora si, deve
aver capito. Forse sarà rimasto incredulo, si, per un momento sarà rimasto
come stupito che quel calvario adesso si concludesse
così, dentro un garage, in pigiama, così anonimo, come se a ucciderlo fossero
uscieri di palazzo. Forse Aldo Moro aveva intuito tutto fin
dall’inizio, sapeva di essere senza scelte, senza scampo, divenuto
improvvisamente proprio lui pedina e non più conduttore del gioco, lui che
sapeva bene cos’era il potere e come si muovono e come si usano gli uomini. I terroristi adesso sono di
fronte a Moro. Si saranno guardati negli occhi? Quello che ha sparato per
primo ha premuto con forza il grilletto? Avrebbe potuto in quel momento
fermarsi, non farlo? Oppure no,oppure è sempre così,
che a quel punto del gioco le mani si muovono da sole, come fossero
meccaniche. Eppure tremano, tremano! E allora
bisogna farle diventare forti più dure, ci si fa di corazza, fino ad avere di
fronte non più un
uomo ma soltanto una figura, una funzione di qualcosa, una cosa. Sono passati
25 anni da quel 9 Maggio 1978, di Aldo Moro ognuno
di noi ha fissata nella memoria l’immagine di un corpo riverso intravisto dal
portellone della Renault rossa. Cosa sappiano dopo 25 anni? Dove, come, quando , chi l’ha
ucciso, chi l’ha tenuto prigioniero, tutto sembra molto chiaro.Ma al tempo stesso sentiamo e sappiamo che non tutto è
stato detto, che la verità è ancora lontana, e che le cose nascoste sono
pesanti , molto più pesanti di quelle visibili. Ma di tutto il fango che copre quei giorni, delle verità
taciute, dei misteri insoluti, dei ricatti hanno parlato e scritto in tanti
anni. Vorremmo raccontare qualcos’altro, perché i 55 giorni
della prigionia di Moro furono come uno spartiacque
per un’intera generazione. Fu come se in quei giorni si venisse a maturare una
lacerazione profonda che forse esisteva già da prima, me che solo allora si
manifestò pienamente.Di questo vorremmo raccontare,
di quello che accadeva non solo nel mondo là fuori,
ma anche dentro di noi. Lo stesso giorno, 9 maggio 1978, nei pressi
della stazione di Cinisi, Sicilia. All’alba Giuseppe Impastato viene ritrovato dilaniato L’hanno imbottito di tritolo e l’hanno fatto esplodere sui binari vicino alla stazione. Peppino Impastato se li è visti arrivare intorno, con quelle facce a viso
scoperto. Li conosceva uno per uno, gli stessi che
tutti i giorni denunciava dai microfoni della sua radio, i manovali della
mafia. Non ha tempo per nessuna reazione, gli sono addosso, lo insultano, lo picchiano a sangue. Calci, pugni gli piovono
intorno e c’è più violenza del necessario nei colpi che gli arrivano perché
questi adesso devono vendicarsi di lui che ha osato parlare, che ha avuto il
coraggio di denunciarli, e loro questo non lo possono tollerare. Ai loro
occhi lui adesso deve diventare una cosa, una cosa
da schiacciare, da annullare, un fagotto pieno di paura deve diventare, da
riempire di tritolo come si riempie di paglia un sacco. Peppino Impastato ora è svenuto. Si, vogliamo crederlo
svenuto, vogliamo crederlo, vogliamo credere che non
abbia sofferto, che il suo corpo trascinato in quella via crucis di binari,
Dietro la stazione, vicino al suo paese che dorme. Di Peppino , uno della nostra
generazione, un compagno, uno che era andato a combattere la sua battaglia in
Sicilia, tra la sua gente, lottando contro la mafia, di lui, ucciso lo stesso
giorno di Moro, non sono rimaste immagini per la nostra memoria. Dopo 20
anni, dalla confessione di un pentito di mafia abbiamo finalmente saputo quello che tutti immaginavano da tempo, che ha uccidere
Peppino sono stati quelli del clan Badalamenti, gli stessi che Peppino
denunciava tutti i giorni dai microfoni di Radio Aut, in una quotidiana
campagna di controinformazione. In 20 anni di depistaggi l’hanno
fatto passare prima per un suicida, poi per un terrorista (come Feltrinelli) che era andato a mettere il tritolo
sulla linea ferroviaria per Cinisi ci sono voluti più di 20 anni per
sapere, per sapere che Peppino è stato ucciso dal potere mafioso – politico. Da: Corpo di Stato – Un delitto di Stato 55
giorni e 100 passi In questi giorni, con la sentenza di Piazza Fontana che
insulta la nostra storia recente e le persone che quel periodo l' hanno
vissuto e sofferto, tornano in mente i "famigerati" anni settanta,
definiti nei modi più disparati: da anni di piombo a
un elenco sterminato … un lasso di tempo lungo circa due lustri che ha
significato tanto nel nostro paese ma che per me, come per quasi tutti quelli
della mia generazione, assomiglia più a un buco nero. Nata nel '72, ero
troppo piccola per viverli e per capire. Nel maggio del 1978 avevo quasi 6 anni. Vedevo le pagine
del giornale che portava a casa mio padre, ma quelle
foto, per me, non avevano nessun senso, come non ne aveva il telegiornale.
Una volta che avevo visto un uomo riverso su un pavimento con gli occhi
sbarrati, alla mia domanda "cosa sta facendo?", mio padre mi disse che stava dormendo. Ho passato tutta la notte a
cercare di addormentarmi con gli occhi aperti. Delle grandi manifestazioni, poi,
nella mia memoria di bambina non c'è proprio traccia. Ricordo solo, quando
andavo con la nonna, in centro, a comperare un
giocattolo nuovo, quei ragazzi, in Largo corsia dei Servi, con i capelli alti
tutti colorati, i vestiti strappati e i giubbotti di pelle. E ho desiderato, da grande, di diventare come loro. Ma,
una punk, da grande, non lo sono mai stata … anche se
continuo a essere affascinata da quel "mondo". Il giorno del funerale di Aldo
Moro, però, me lo ricordo benissimo. Avevamo un solo televisore, in bianco e
nero. Faceva caldo. Mia madre, che allora faceva la casalinga, stava
stirando. Io ero in poltrona, con la mia merendina in mano che aspettavo l'inizio di Heidi.
Invece un' interminabile diretta da Roma, una
miriade di gente, un picchetto d'onore, una schiera di politici in abito nero
e una bara. E Heidi è in
ritardo di mezz'ora. E io mi sto annoiando a morte.
Dopo un'ora che attendo inutilmente e mi sorbisco quella messa infinita,
chiedo a mia madre "perché oggi Heidi non
c'è?" Guarda per un attimo perplessa lo schermo
e poi mi dice "Ci sono i funerali di Aldo Moro." "E chi se ne
frega di Aldo Moro, io voglio Heidi!",
replico piagnucolosa, "Era una persona molto importante. L'hanno ucciso", sentenzia mia madre. Anni dopo, da
adolescente, quando cominciai a crearmi una coscienza, capii chi era Aldo
Moro e tutto quello che riguarda quegli anni in cui c'ero
ma era come se non ci fossi. Un desiderio di conoscenza non ancora
soddisfatto, la voglia di riempire quel buco nero, che più vado
avanti e più si allarga, non ancora assopita. Quante volte ho sentito
l'espressione "sembra di tornare indietro, sembra
di essere di nuovo negli anni '70". Perché
quello che succede oggi ha le radici in quello che è successo ieri, e ho
bisogno di conoscere e di capire. Aldo Moro, rapito in Via Fani, a Roma, la mattina del 16
marzo 1978, venne ritrovato in via Caetani, nell'ormai tristemente famosa Renault 5 rossa, la macchina del popolo, coma le
definisce Marco Baliani, nel suo splendido
spettacolo Corpo di Stato, il 9 maggio 1978. 55 giorni di prigionia, ma anche
di intrighi e depistaggi:
una storia comune in Italia in quel periodo (abitudine ancora in auge ancora
oggi in alcuni paesi occidentali). Le sue foto con dietro
la stella a cinque punte, i titoli cubitali sulle prime pagine dei giornali,
le lettere alla famiglia, il memoriale, il covo … 55 giorni di trattative
tra lo stato e i brigatisti, 55 giorni con il fiato sospeso. Mentre i flash dei fotografi rimbalzavano sul corpo senza
vita di Aldo Moro, adagiato nel bagagliaio della
sopraccitata Renault 5 rossa, quella stessa mattina
alla stazione di Cinisi, in Sicilia, saltava in
aria Peppino Impastato, per mano di sicari mafiosi. Suo padre era bene
introdotto nell'ambiente mafioso locale. Peppino aveva solo 30 anni, più o meno
l'età che ho io adesso ma era molto, molto più avanti di me. La fondazione
con gli amici del giornale "L'idea socialista", le lotte a Punta Raisi, le lotte di quartiere, l'adesione a Lotta
continua, l'organizzazione degli edili, il Circolo Musica e Cultura e,
infine, la sua creatura più riuscita: Radio Aut. Una radio libera, autofinanziata, che oltre a fare contro-informazione, si
scaglia contro la mafia e contro la corruzione dei politici locali. L'ultimo
grido di Peppino Impastato sarà una mostra fotografica sulla devastazione del
territorio da parte di speculatori mafiosi o collusi con loro. E' questa
l'ultima scintilla che fa saltare i nervi e anche il corpo di Peppino
Impastato, sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani.
Gli inquirenti hanno avuto il coraggio di classificare l'omicidio
prima come attentato terroristico e poi come suicidio
"eclatante". Naturalmente il caso è stato chiuso e riaperto per ben
tre volte fino al processo contro il boss di Cinisi
Gaetano Badalamenti e del suo tirapiedi Vito Palazzolo, accusati di essere i mandanti dell'omicidio. A
Cinisi, tra la casa di Peppino Impastato e quella
di Gaetano Badalamenti c'erano esattamente 100
passi. 10 maggio
2005 Paola Ceretta |
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