Avvenimenti Italiani

La memoria non si archivia

 

 

 

 

La scheda

 

Le stragi impunite

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il boia nazista Pribke

 

Restare vigile e per non dimenticare

L’epigrafe di Piero Calamandrei

 

 

 

 

 

 

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I funerali delle vittime di Marzabotto

 

 

 

 

 

Dossier: L'eccidio di S'Anna di Stazzema

Dal sito: Resistenza italiana

 

 

 

 

Leggi anche

l’eccidio di Pedescala

 

 

 

 

 

 

60° anniversario della Liberazione

 

La memoria delle stragi impunite

 

La relazione dei membri diessini della Commissione Stragi con la quale si è voluto fare una ricostruzione storica dei gravi episodi che hanno funestato per molti anni la nostra vita democratica, ha suscitato reazioni e giudizi contrastanti, ma si deve riconoscere che, da parte della stampa che si distingue per la serietà d'informazione, si sono riportate con obiettività le diverse valutazioni e posizioni e anche stralci della relazione stessa. La stampa dipendente e portavoce di quelle forze politiche che si sono sentite colpite dalle rivelazioni contenute nel dossier, nel tentativo di difesa ne ha stigmatizzato la pubblicazione come inopportuna e quale strumento di propaganda elettorale nonché pregiudizievole circa i rapporti internazionali. Tutto questo non meraviglia perché fa parte, anche se non molto edificante, della polemica politica. Meraviglia invece che alcuni quotidiani che affermano la loro piena indipendenza da qualsiasi parte politica, abbiano negato alla relazione ogni fondamento di veridicità, definendola addirittura come un'indegna manipolazione dei soliti incalliti stalinisti. Tra questi mass-media merita una particolare citazione il settimanale dall'impegnativo titolo Libero, fondato e diretto da Vittorio Feltri che, in occasione della trasformazione del periodico in quotidiano ha dichiarato in una intervista a Panorama: "Ora sarò veramente libero! Farò un di giornalismo verità ". Ma nel settimanale non ha dato prova di questa libertà di cui godrebbe e di questo sviscerato amore della verità. Nell'ultimo numero del settimanale sono state dedicate parecchie pagine a due articoli a firma di due giornalisti e ad una intervista rilasciata dall'on. Mantica ex missino, membro della Commissione Stragi. Tanto negli articoli come nell'intervista si riprende il vexato tema del dossier Mitrokhin che, a detta dell'illustre parlamentare, sarebbe stato insabbiato e naturalmente l'insabbiamento è dovuto all'occulto potere dei mai sufficientemente aborriti eredi del Pci. Strana, a dir poco l'ottica di questi fieri liberali e ancor più del loro direttore Feltri, i quali mentre sono pronti a giurare sulla veridicità del dossier Mitrokhin che gli stessi inglesi, che ne sono venuti in possesso per primi, dichiarano inaffidabile, rigettano con sdegno il dossier redatto dai membri diessini della Commissione stragi perché ingannevole e falso. Eppure il dossier non è altro che una sintesi di tutto il materiale raccolto dalla Commissione e consiste in rapporti dei servizi segreti, di confessioni rese a magistrati, di sentenze, di testimonianze, di verbali redatti da carabinieri e da agenti di polizia. Si legga quello che è stato detto dal neofascista Vinciguerra, aderente ad Ordine Nuovo, condannato all'ergastolo, reo confesso della strage di Peteano nella quale trovarono la morte tre carabinieri, a proposito della strategia della tensione gestita dai servizi segreti, sia pure deviati, ma con il tacito assenso di Istituzioni e di ministri, con l'obiettivo, afferma il Vinciguerra, "dell'instaurazione di una democrazia autoritaria nella quale i comunisti non avessero spazio e cittadinanza legale". Ma tutti i fatti, le illegalità, le violazioni dei diritti dei cittadini, gli attentati all'ordinamento democratico del nostro Paese, commessi in odio al comunismo e che tutti li dovrebbe giustificare, non sono neanche presi in considerazione da parte di giornalisti e commentatori politici che si proclamano portatori di vera, libera informazione. Essi preferiscono raccogliere la spazzatura di sedicenti revisionisti e negano la validità della lotta antifascista e della stessa guerra di Liberazione, nonché lo sterminio degli ebrei da parte del nazismo. Vorremmo chiedere come mai è sfuggita loro, così attenti a non lasciarsi sfuggire anche le notizie più fasulle pur di accusare la sinistra e in particolare gli ex comunisti di ipocrisia e di reticenza, come mai non hanno detto una parola sul rinvenimento di 695 fascicoli chiusi in un armadio presso la sede della Procura militare di Roma. Chi scrive ha dato notizia su questo nostro periodico del ritrovamento dei fascicoli, desumendola da un ampio, circostanziato e rigoroso servizio a cura del giornalista Franco Giustolisi comparso sul N°1/2000 della rivista "Micromega" Il dott. Sergio Dini, in atto Sostituto Procuratore Militare in Padova, in seguito alla lettura del suddetto servizio, richiamandosi alla relazione conclusiva deliberata dal Consiglio della Magistratura, con sede in Roma, in merito al fenomeno della mancata risposta giudiziaria ai crimini di guerra commessi nel periodo dall'otto settembre 1943 al termine del II° conflitto mondiale contro civili e militari italiani, ha ritenuto di dover tornare sull'argomento e di sottoporre al Consiglio l'opportunità di ulteriori iniziative. Scrive il dr. Dini nel suo esposto che "a suo modesto giudizio, il deliberato, massiccio e costante insabbiamento di indagini a carico di soggetti noti appare sussumibile nella fattispecie di cui all'art. 283 c.p. (Attentato contro la Costituzione dello Stato)......omissis..... Si consideri inoltre che un obbligo di denuncia (sanzionabile ex art.361 c.p. in caso di omissione) ricade sul Pubblico Ufficiale che abbia avuto cognizione del reato". Parenti delle vittime e superstiti degli eccidi hanno promosso azione legale contro chi ha mancato ai suoi doveri d'ufficio ed ha così assicurato la piena impunità agli autori di tali crimini, individuati per nome e cognome. Sul Corriere della Sera del 21 giugno c.a, nella sua rubrica Noi&Loro, Maurizio Chierici nel corsivo che ha per titolo "Le vergogne nascoste di Piazzale Loreto", scrive: "Storia milanese del 10 agosto 1944, aggiornata dalla denuncia contro lo "Stato italiano" presentata alla Corte Europea una settimana fa. I familiari di 15 innocenti fucilati dai fascisti di Salò in piazzale Loreto, ordine del capitano Theo Saewcke, accusano Roma di aver nascosto per 50 anni la verità......omissis..... Sergio Fogagnolo portavoce del gruppo racconta come è morto il padre; Umbero Fogagnolo, ingegnere alla Magneti Marelli, apparteneva al Partito d'Azione ed era responsabile del C.N.L. di Sesto. Finisce a San Vittore. Per rappresaglia lo fucilano in piazza Loreto. Saewcke era l'ombra di Walter Rauff, inventore delle ambulanze a gas. ....... Rauff finisce in Cile. Saewcke entra nella polizia della nuova Germania, chiude la sua carriera come vice capo del controspionaggio". Nel '56 il procuratore militare di Roma, Santacroce, aveva sepolto i suoi documenti nel famoso "armadio della vergogna" e così il criminale ha vissuto libero e felice. Amos Pampaloni, quale sopravvissuto della divisione partigiana "Acqui", Presidente della Associazione Nazionale Familiari Vittime e Reduci di Cefalonia, nella riunione del Comitato nazionale dell'ANPI, tenutasi a Chianciano il 24 giugno ha chiesto all'Anpi di sollecitare, attraverso il suo Presidente, "le Istituzioni Nazionali affinché aprano inchieste ufficiali sulla responsabilità di coloro che hanno commesso i reati di omissione di atti d'ufficio e di violazione dei diritti costituzionali". Analoga richiesta Pampoloni ha avanzato nella riunione del Consiglio nazionale dell'Ass. Naz. Combattenti e reduci, tenutasi a Grosseto il 29 e 30 giugno. Anche alla Camera dei Deputati si avrà una eco circa il ritrovamento dei 695 fascicoli sepolti nell' "armadio della vergogna". L'on. Valdo Spini ha presentato una interrogazione ai Ministri della Difesa, degli Esteri e di Grazia e Giustizia per sapere: "Quali siano le informazioni al riguardo in possesso del Governo e quali azioni intendano intraprendere i signori Ministri per riportare al più presto chiarezza su un fatto tanto grave, permettendo di conoscere il contenuto dei 695 fascicoli e dare ai familiari delle vittime ed ai sopravvissuti alle violenze dei nazisti durante la seconda guerra mondiale il seppur minimo conforto di veder assicurata alla giustizia questa dolorosa pagina della nostra storia." Darà notizie su questo fatto tanto grave il quotidiano Libero il cui direttore ha detto: "Farò un po' di giornalismo verità" ? Il solo giornalismo che farà, alla faccia della verità, sarà quello gradito al suo ex padrone Berlusconi, perché, nonostante la proclamata indipendenza, in previsione di difficoltà finanziarie per il suo giornale, potrà ricorrere alla sua generosità non certo disinteressata del Cavaliere come sanno i suoi fedeli alleati. Sempre in tema di dossier, i quotidiani che si distinguono per la loro faziosità contro la sinistra, non si sono dati la briga di segnalare ai loro lettori quanto si sta apprendendo dalla lettura dei documenti che si trovano negli Archivi nazionali degli Stati Uniti. Si deve dare atto al giornalista Ennio Caretto di svolgere con scrupolosità ed obiettività la sua attività di inviato del Corriere della Sera, dando notizia dei contenuti dei suddetti documenti in ampi servizi pubblicati sul quotidiano nel giugno scorso. Nei documenti si parla anche dell'Italia e anche del periodo preso in considerazione dal dossier pubblicato dai rappresentanti Ds della Commissione Stragi. In essi c'è una conferma del ruolo della Cia per organizzare nel nostro Paese una rete clandestina, in cui hanno trovato largo spazio elementi dell'estremismo nero e dei neo fascisti militanti in Ordine Nuovo. La Cia organizzava questa rete clandestina, oltre che con dovizia di mezzi finanziari, secondo un piano redatto dai nazisti, in previsione della sconfitta, da mettersi in atto nei paesi europei. No, di tutto questo non si deve parlare e questi sedicenti difensori della libertà che sostengono sfacciatamente come verità le vergognose tesi di taluni "revisionisti" che negano persino lo sterminio degli ebrei, come il presunto storico filo nazista David Irving, bollato da una Corte inglese "manipolatore e falsificatore", sono in realtà "Les assassins de la mémoire", secondo la definizione dello storico francese Pierre Vidal Naquet. Dal canto suo Jurgen Habermas indica le negazioni, i silenzi, le distorsioni "tentativi di adescamento dell'opinione pubblica a sostegno di un clima culturale conservatore, desideroso di chiudere i conti con un passato opprimente". L'ANPPIA che in tutta la sua attività cinquantennale si è sempre ispirata alla difesa della memoria storica del periodo più cupo della nostra vita nazionale e alla riaffermazione dei valori e dei principi che hanno animato la lotta antifascista e la guerra di Liberazione, fondamenta della Costituzione repubblicana, continuerà nel suo impegno per respingere questi tentativi diretti contro le giovani generazioni e che costituiscono un grave pericolo per le libertà democratiche.

 

 

 

Quelle stragi rimaste impunite

Ogni qual volta nella storia recente dell’umanità un regime totalitario ed oppressivo crolla si pone sempre il problema di come punire i responsabili dei crimini commessi. E, come sovente succede, i colpevoli restano impuniti. Il libro di Michele Battini Peccati di memoria. La mancata Norimberga italiana (Editori Laterza, pp. 189, euro 15), prende in esame un periodo cruciale della storia del nostro paese, ovvero quello dell’occupazione nazista dell’Italia dopo la caduta del fascismo, dal 1943 al 1945, che portò le truppe della Wehrmatcht a perpetrare tutta una serie di massacri a danno della popolazione civile italiana. Ebbene, nei confronti dei militari tedeschi non fu mai istruito alcun processo. «Questo libro - dice lo storico nella prefazione - narra la storia di un grande processo - di un "maxiprocesso", si direbbe nel lessico politico dell’Italia di fine Novecento - contro l’intero comando militare dell’apparato di potere nazista in Italia, operativo dal 1943 al 1945: un processo accuratamente preparato dagli Alleati sulla base giuridica e tecnica del processo di Norimberga, ma che non fu mai celebrato.» Al suo posto vennero organizzati solo «pochi e contraddittori dibattimenti giudiziari di rilievo assolutamente minore, con il risultato di produrre un colossale equivoco storico sull’occupazione nazionalsocialista e di ridurre la stessa questione alla dimensione delle responsabilità individuali.»

L’operazione culturale e politica che sta dietro questa mancata attuazione dei processi fu legata da un lato alla costruzione dell’Europa di allora e dall’altro alla necessità di attribuire solo alla nazione tedesca la responsabilità di quei crimini: «Lo scopo - scrive Battini - era quello di insabbiare le iniziative processuali contro gli appartenenti alle truppe naziste che avrebbero provocato reazioni nell’opinione pubblica tedesca, rischiando di mettere in crisi il processo di reinserimento della Germania federale nella comunità europea.» Ma l’autore del libro punta l’indice anche nei confronti di quella che fu la giustizia postbellica, ovvero il grande processo di Norimberga: «Quei processi furono i cardini di una gigantesca opera di decostruzione del ricordo di un passato recente che comprendeva le responsabilità delle classi dirigenti nel fallimento delle democrazie parlamentari, il consenso alle nuove soluzioni autoritarie, la subalternità alla riorganizzazione nazista dell’equilibrio europeo, i crimini perpetrati anche da parte dei "giusti".» Ma tornando alle stragi commesse dai nazisti dopo l’8 settembre, lo storico sottolinea come, all’indomani della caduta del fascismo, si verificò una vera e propria escalation contro gli italiani, che partendo dalla «fucilazione dei comandanti e degli ufficiali delle truppe italiane che non avessero consegnato le armi o che avessero opposto resistenza alla reazione tedesca», arrivò alla «guerra ai civili», come la definisce Battini, nel corso della quale, nel 1944 e nel 1945, vennero eliminate diecimila persone solo «nel corso delle rappresaglie antipartigiane (o più spesso al di fuori di azioni antipartigiane)», senza considerare «lo sterminio di decine di migliaia di resistenti». Fu Kesselring, comandante superiore delle armate sud e responsabile delle operazioni militari al di sotto della linea di separazione, ad emanare direttive in questo senso. E l’ordine che il militare impartisce il 17 giugno 1944 non lascia adito a dubbi sulle intenzioni stragiste dei tedeschi: «La lotta contro i partigiani deve essere combattuta con tutti i mezzi a nostra disposizione - si legge nella lettera riportata dallo storico - e con la massima severità. Io proteggerò - scriveva Kesserling – quei comandanti che dovessero eccedere nei loro metodi di lotta ai partigiani.» Che significava coprire le stragi di civili senza mezzi termini.

Particolarmente interessante, e Battini si sofferma a lungo sull’argomento, il problema della memoria delle stragi e delle responsabilità delle stesse. Sul primo punto il paese si divise immediatamente tra nord e sud. Mentre in quest’ultimo caso «i massacri meridionali caddero subito nell’oblio», «le stragi... in Toscana o in altre regioni del Nord, sedimentavano già allora... una memoria tenace...». Sulla questione delle responsabilità delle stesse, l’autore del testo sottolinea come già allora - ed il tema è tornato purtroppo di attualità con le polemica della destra di governo contro i partigiani comunisti - «furono... le stesse popolazioni toccate dai massacri a dividersi al proprio interno su chi portasse effettivamente la responsabilità per le stragi, mettendo in discussione...la condotta militare e politica delle formazioni partigiane.» Un atteggiamento, questo, presente soprattutto «nelle classi medie e nelle alte gerarchie ecclesiastiche» e che divenne, di fatto, funzionale al clima di normalizzazione che caratterizzò l’immediato dopoguerra in Italia, caratterizzato appunto anche dalla giustizia mancata per le vittime della barbarie nazifascista. E non è certo un caso che proprio in questi giorni torna la polemica sui reali responsabili di quegli eccidi. Un tentativo anche questo di cancellare la vera memoria e di riscrivere la storia, lasciando migliaia di povere vittime senza giustizia alcuna.

Vittorio Bonanni