Chi vuole cancellare il 25 Aprile

 

 

 

 il 25 Aprile 1945

 

 

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MI è tornato fra le mani un libro, il primo, che scrissi nel maggio del '45, a memoria freschissima. Si intitolava "Partigiani della montagna", era la storia delle divisioni di Giustizia e libertà del Cuneese e sfogliandolo ho pensato: sarà un libro ingenuo, in un italiano un po' tradotto dal piemontese ma qui, quanto a storia, non c'è proprio niente da rivedere, le cose sono andate davvero così, sulle montagne di casa mia e su quelle di tutto il resto di Italia.

Con quella guerra, più o meno civile, più o meno decisiva nel conflitto mondiale, è finito il regime fascista, durato ventidue anni. Dunque non si può mescolarla, commemorarla, parificarla a quella di chi quel regime ha difeso fino all'ultimo giorno. Il partito dei combattenti, delle medaglie d'oro, del siamo tutti italiani allora non esisteva e ciò che non è esistito non fa parte della storia, fa parte del revisionismo che manipola la storia a fini politici. Esso può piacere a quanti tengono presente ai loro fini e comodi che oggi i neofascisti stanno al governo in ministeri importanti e che al Polo delle libertà fa comodo confondere la Resistenza italiana con il sanguinario comunismo stalinista, ma non piace a noi che c'eravamo e che ricordiamo molto bene che il denominatore comune dei partigiani era la guerra ai nazisti e ai fascisti. NON la guerra della propaganda politica che poi seguì per il comunismo, o il liberalismo, o l'azionismo di cui sapevamo poco o niente. Nelle discussioni che ebbi con Montanelli e altri dissacratori della Resistenza, ripetevo inutilmente: senti, un giorno del '44 in una mattina limpida stavo su una collina delle Langhe da cui si vedeva l'intero arco alpino. E mi dicevo in ogni valle c'è una formazione partigiana, in ogni città o villaggio c'è un comitato di liberazione, qualcosa di importante partendo da niente lo abbiamo pur fatto in questi mesi. Quella Italia grigia di cui ora parlano i revisionisti era pure dalla parte nostra, ci sfamava, ci ospitava, ci aiutava. Ci danno perciò un grande fastidio i faccendieri della politica che starnazzano e si agitano per mettere assieme partigiani e camicie nere, morti di Marzabotto e morti nelle foibe, la commemorazione di sinistra alla Risiera di San Sabba e quella alla Foiba di Basovizza che mette assieme fascisti e vittime dei titini che non sono sempre la stessa cosa. Il sindaco di Bologna Guazzaloca lasci perdere le commemorazioni dei caduti "tutti uguali". Siamo stati molto diseguali da vivi, e lì ci fermiamo. La vicenda politica che ne è seguita non è esaltante è la solita vicenda del trasformismo italiano, dei comunisti o dei socialisti che passano al polo della libertà, dei fascisti che fanno i democratici, dei tira a campare che cercano di servire i due padroni.

Mi è tornato fra le mani quel piccolo libro: le confusioni allora non erano possibili, chi sorpassava la linea di divisione ci lasciava la pelle. E chi ha dei ricordi veri li custodisca senza guastarli con i pastrocchi commemorativi.

 

La Repubblica 23 Aprile 2003 – Giorgio Bocca

 

 

 

"Non accomunare i morti"- Appello di Sergio Cofferati

 

A Genova, davanti al cippo che ricorda gli operai dell[b4]Ansaldo caduti nella Resistenza, Sergio Cofferati ha assistito al "passaggio delle consegne" fra i vecchi partigiani dell'Anpi e i giovani lavoratori, che hanno ricevuto la bandiera dell'associazione dei partigiani. Ieri poi, parlando alla Fincantieri di Monfalcone, il segretario della Cgil, ha rilanciato il suo monito: pietà per tutti i caduti ma "bisogna evitare di accomunare coloro che si sono battuti per la libertà con coloro che quella libertà combattevano con la violenza. No ai facili revisionismi".

E pronunciate a due passi dalla Riseria di San Sabba e da Trieste, dove le amministrazioni locali intendono trasformare il 25 aprile in "giornata di tutti i caduti", le parole del capo della Cgil assumono un duro significato di condanna. Quella iniziativa, dice infatti, è "sbagliata, negativa, preoccupante". Oggi, infine, Cofferati chiuderà a Milano le celebrazioni per la Liberazione, parlando a fine corteo in piazza del Duomo insieme ad Olga D'Antona. Con un richiamo ai valori della libertà, della convivenza, della solidarietà, conquistati 57 anni fa, e che oggi il segretario della Cgil vede minacciati. I rigurgiti di razzismo e la caccia all'immigrato. Il terrorismo. Ma anche nuovi, inquietanti episodi: il caso Trieste ma anche l'assalto fascista al teatro romano in cui andava in scena una pièce sulla Resistenza e l'intenzione di intitolare strade ad Almirante o alla Repubblica di Salò. Non c'è il rischio - regime ma il clima creato dal governo di centrodestra innesca intolleranze e tensioni politiche e sociali. Parlerà di questo Cofferati nella manifestazione-clou di una giornata che sarà fittissima di iniziative in tutt'Italia.

A Roma, Ciampi con i presidenti delle Camere deporrà una corona all'Altare della Patria, e in Campidoglio, alle 16, corteo con Veltroni e Rutelli. Il leader dell'Ulivo celebra il 25 aprile come "fondamento dello Stato repubblicano", la storia "non può essere sottoposta a condizioni di parte, a strumentalizzazioni", e condanna l'iniziativa degli amministratori di Trieste che in nome della riconciliazione mettono sulle stesso piano i caduti da una parte e dall'altra. Ma a Roma hanno chiesto di sfilare anche gli estremisti di destra di Forza Nuova, i Ds chiedono di vietare il corteo. A Bologna i no-global si preparano a contestare il discorso del sindaco Guazzaloca, con fischi e "Bella ciao". Centri sociali in movimento anche a Milano, un corteo in coda a quello ufficiale, aperto dallo striscione "Israele terrorista" e militanti in kefiah palestinese. A Genova, il presidente del consiglio regionale Plinio (An) chiede a Scalfaro - che parlerà alla manifestazione - di "ricordare tutti quelli che caddero, qualunque fosse la barricata".

Un 25 aprile a molte facce, l[b4]anniversario della Liberazione si carica di tanti significati cadendo nel bel mezzo del braccio di ferro fra governo, opposizione e sindacati, e con la voglia di portare in piazza anche la rabbia per la vittoria del nazionalista Le Pen in Francia. E anche Luciano Violante, che qualche anno fa aveva lanciato un appello a capire le ragioni dei ragazzi di Salò, oggi sostiene che non ci può essere "né pacificazione né parificazione" con chi si fa promotore di "un tentativo di restaurazione autoritaria basato sui modelli ideologici del fascismo".Violante non rinnega quell'appello ma ammette che oggi, rispetto a sei anni fa, la situazione è cambiata. Allora, dice il capogruppo dei Ds alla Camera, "nessuno avrebbe osato organizzare un'aggressione ad una pièce teatrale sulla Resistenza, nessuno avrebbe chiesto di intitolare vie e piazze ad Almirante o a Mussolini". (u.r.)

La Repubblica del 25 Aprile 2002

 

 

 

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