|
Quel Febbraio del 1977 |
||||||||
|
A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Luciano
Lama all’Università “ Il
1977 è un anno particolarmente duro e violento,in
particolare a Roma dove in Febbraio, esattamente il 1 Febbraio, alla Sapienza
è convocata l’assemblea del comitato di lotta contro la circolare Malfatti,
il provvedimento con cui il ministro della Pubblica Istruzione ha abolito la
liberalizzazione dei piani di studio. La riunione è interrotta
dall’irruzione di un nutrito gruppo di neofascisti che lanciano bottiglie
molotov e sparano alcuni colpi di pistola. Un colpo prende alla nuca lo
studente di 22 anni Giulio Bellachioma, ricoverato
in fin di vita al Policlinico. La prima immediata risposta
è l’attacco a una sezione missina dalle parti
dell’università e l’occupazione della facoltà di lettere, alla quale era
iscritto Bellachioma. Per il giorno successivo viene indetta una “mobilitazione antifascista” generale. L’appuntamento di mercoledì 2 Febbraio è di
nuovo alla Sapienza, in corteo migliaia di persone si muovono per i viali
dell’Università poi il corteo si dirige verso il Policlinico e a fine mattinata alcune centinaia di “autonomi” con i
volti coperti da sciarpe, fazzoletti e passamontagna si organizzano “per
chiudere con il fuoco” la sede del fronte della gioventù in via Sommacampagna, qualcuno degli autonomi è armato. La sede viene
assaltata, devastata e gli scontri si spostano in piazza Indipendenza, si
comincia a sparare con le
pistole,quelle dei manifestanti e quelle della poliziotti in borghese, che
scesi da un’auto civetta tentano di troncare in due il corteo, in questi
scontri rimangono feriti ,due studenti, un agente un vigile urbano e
l’autista di un autobus. L’agente sembra quello più
grave, è stato colpito alla testa, due manifestanti sono feriti in maniera
grave alle gambe e alle braccia. Alcuni colpi di pistola colpiscono alcune auto in sosta e la vetrina di un negozio. Incidenti e assemblee vanno avanti fino a sera inoltrata.
Francesco Cossiga, ministro dell’interno è chiamato
in parlamento a riferire sugli incidenti, il Sen Ugo Pecchioli
sulle pagine dell’Unità dichiara che l’aggressione dei neo fascisti
all’Università e le violenze degli autonomi sono due volti della stessa realtà Gli incidenti, anche se di
minore intensità proseguono anche nei giorni successivi, vengono
incendiate alcune sezioni del movimento sociale, sprangate davanti alle scuole,
assemblee permanenti in vari Licei romani. Il Pci
viene contestato , lo si accusa di appoggiare la
repressione del governo, e in particolare il Ministro Cossiga
accusato di essere “il nuovo Scelba”. Roma in quei giorni vede una manifestazione più o meno violenta, i cortei si susseguono a ritmo di o
più di uno al giorno, gli slogan di quei giorni contro il PCI e Nella repressione dicono:
Compagno Berlinguer, non lo dimenticheremo mai, o stai con Si organizza una
manifestazione per richiedere il rilascio dei due autonomi arrestati e feriti
in Piazza Indipendenza, Paolo e Daddo, qualcuno nel
movimento vagheggia la possibilità di liberare i due
compagni attaccando l’ospedale dove sono piantonati. In alcune assemblee
comparvero anche i volantini delle Brigate rosse, e al termine di un’animata
discussione si decide di leggerli sul palco, come se fossero dei normali
interventi. I ciclostilati delle bierre si fanno
più numerosi e si decide che ognuno li leggera per
proprio conto, assumendone la responsabilità. Il movimento , comunque, prenderà sempre più le distanze dalle bierre fino alla decisione di non dare più lettura di
comunicati delle Brigate rosse in aperta contrapposizione con gli autonomi
che erano per la divulgazione dei documenti delle Brigate rosse Da: millenovecentosettantasette
- Mi dichiaro prigioniero politico - Un articolo
di Luca Villoresi a 20 anni da quel Febbraio 1977 "Quando qualcuno mi
chiedeva come erano andate veramente le cose
rispondevo sempre: non chiedete a me, chiedete a Lama. Ora Lama è morto. Sono
passati vent'anni. E forse, ormai, anche io posso
raccontare la mia..." Bruno Vettraino
nel 1977 era segretario della Camera del lavoro di
Roma. Era stato lui ad organizzare la manifestazione che il 17 febbraio aveva
portato il segretario della Cgil nell'università
occupata di Roma. Ed era lui che, presiedendo quel comizio, davanti al
montare delle contestazioni, prese la decisione di abbandonare il campo
lanciando dal microfono quel "Compagni, la manifestazione è
sciolta" che gli verrà poi rinfacciato come una
sorta di vergogna. "Il primo, appena arrivato in federazione, a botta
calda, fu Giancarlo Pajetta: 'Quando
ho saputo che un sindacalista dal palco aveva dato l'ordine della ritirata ho
subito pensato che fosse qualcuno della Cisl. E invece Bruno eri stato proprio tu'".
Qualcuno propose addirittura di coinvolgere Pertini. Alla fine la scelta cadde sul segretario della Cgil. Il 16 andammo con Asor Rosa da Lama per spiegargli la vertenza dei precari
. Lui non aveva per nulla presente quello che stava accadendo all'università.
Ed era convinto di dover venire a fare un discorso
strettamente sindacale. Molti pensavano che sarebbe bastato il suo carisma
per reggere la situazione. E anche noi , in fondo,
speravamo di poter portare in porto la manifestazione". L'ama o non Lama non Lama
nessuno Le otto del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime
gocce di pioggia, gli schieramenti nell'Universitá
erano giá formati, anche se la tensione era ancora
minima. Nel piazzale della Minerva il servizio
d'ordine del sindacato e del Pci con i cartellini
rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche giovane della Fgci, molte persone un po' attempate, due o tre tute blu,
presidiava la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e
comunisti cancellavano le scritte degli "indiani metropolitani"
(l'ala "creativa" del movimento composta essenzialmente da
militanti dei circoli del proletariato giovanile) Prima fra tutte una a
caratteri cubitali accanto ai cancelli principali dell'ateneo: "I Lama
stanno nel Tibet ". Gli "indiani" dal canto
loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle da biblioteca (con le
ruote e un palchetto con ringhiere) avevano piazzato un fantoccio a grandezza
naturale in polistirolo che doveva rappresentare il leader
dei sindacati. Circondato da palloncini portava appesi tanti grandi
cuori. C'era scritto: "L'ama o non Lama". "Non
Lama nessuno" e altri giochi di parole del genere. I sindacalisti
e il servizio d'ordine del Pci erano perplessi, qualcuno
sorrideva bonariamente: "Sono goliardi, non bisogna farci
caso" Qualcun altro invece giá alla
vista del fantoccio si era innervosito: "É una provocazione
inammissibile, Lama é un leader dei lavoratori". (...) Il clima intanto si andava surriscaldando. Intorno al
"carroccio degli indiani" (ma c'erano dietro anche tutti gli altri
collettivi, i militanti dei gruppi e un paio di rappresentanti del Fuori), il
servizio d'ordine del Pci aveva steso un cordone
sanitario che ritagliava una larga fetta della piazza. La gente cominciava ad
affluire, erano circa le 9 del mattino, e gli indiani pigiavano sul pedale
dell'ironia e del sarcasmo, anche pesante. "Piú
lavoro, meno salario", "Andreotti é
rosso, Fanfani lo sará", "Lama é mio e lo gestisco io",
"Il capitalismo non ha nazione, l'internazionalismo é la
produzione", "Piú baracche, meno
case", "É ora, é ora, miseria a chi lavora", "Potere
padronale", "Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta
polizia", erano gli slogan piú scanditi (...)
Luciano Lama é entrato nell'Universitá con una
grande puntualitá. Circondato da una decina di tute
blu, che lo rendevano quasi invisibile, é passato
rapido tra la folla nel viale che porta a piazza della Minerva, ha
attraversato la piazza nel varco lasciato libero dai servizi d'ordine ed é
arrivato al palco, un camion parcheggiato diagonalmente nello spiazzo fra le
aiuole della facoltá di Legge e il rettorato. Dagli
altoparlanti le note delle solite marce da comizio non riuscivano a soffocare
gli slogan ironici degli "indiani". Il clima a quel momento era arrivato quasi al punto di
rottura. Le contraddizioni fra due mondi completamente diversi ed estranei,
quello dei sindacati e dell'ortodossia comunista e quello della creativitá obbligatoria, non avevano trovato neanche un
punto di incontro, neanche un modo di evitare
insulti reciproci. Erano ormai due blocchi contrapposti e nemici: la pentola
in ebollizione da un paio d'ore era ormai sul punto di scoppiare. (...) Alle 10 del mattino Lama ha iniziato
il suo comizio mentre crescevano le proteste, gli
slogan si facevano piú violenti. "Il Corriere
della Sera ha scritto che saremmo venuti qui con i
carri armati, si é sbagliato, noi siamo qui ... ". Dal carroccio degli indiani a questo punto sono partiti
dei palloncini: pieni di acqua colorata e vernice. Nel servizio d'ordine del Pci c'é stato
un attimo di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si trattasse di qualcosa di pericoloso, molti si sono
infuriati quando la vernice é piovuta sulla testa della gente. É partita allora
una carica per espugnare il carroccio degli indiani. Travolta
"l'ala creativa" del movimento, il servizio d'ordine del Pci, che ormai aveva raggiunto il fantoccio di
Lama, é entrato in contatto con l'ala "militante". Sono volati
pugni, schiaffi, calci, poi il carroccio é tornato in mano agli occupanti
dell'Universitá che lo hanno
usato come ariete per controcaricare. A questo
punto uno dei capi del servizio d'ordine della
federazione romana del Pci ha usato un estintore
contro i militanti dei collettivi. La nuvola bianca di schiuma é stata il segnale di partenza della rissa piú selvaggia. Mentre Luciano Lama continuava il suo
discorso al centro della piazza, fra i due schieramenti ormai era un continuo
avanzare e arretrare a pugni e botte. Poi dal fondo, verso la facoltá di Lettere, contro il servizio d'ordine del Pci, sono volate patate, pezzi di legno e qualche pezzo d'asfalto. Lama ha concluso il suo discorso
alle 10,30, mentre nella piazza in tumulto molti fuggivano, molti,
soprattutto sindacalisti, restavano a guardare attoniti, alcuni cercavano
disperati di dividere i contendenti, qualcuno giá
piangeva urlando. "Basta, basta, non ci si
picchia fra compagni". Dopo Lama saliva sul palco Vettraino,
della Camera del lavoro di Roma.
"Compagni" ha tuonato, "la manifestazione é sciolta. Non
accettiamo provocazioni". L'ultima parola é stata
quasi un segnale. Un'ultima carica violentissima ha spazzato via il
servizio d'ordine del Pci e dei sindacati che ha protetto il deflusso dei suoi militanti. Il camion é
stato capovolto, distrutto, poi si sono scatenate le risse. (...) Carlo
Rivolta – 19 febbraio 1977 |
Inviaci i tuoi commenti e/o
notizie sull’argomento Avvenimenti Italiani
|
||||||