Avvenimenti Italiani

La memoria non si archivia

 

 

 

 

 

 

 

 

Togliatti subito dopo l’attentato

 

 

La scheda

L’attentato a Togliatti

 

 

Mario Scelba ministro dell’Interno

 

 

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Quell’estate del 1948 quando Togliatti

 

Nell’estate 1948, mentre in Italia cominciava a consolidarsi il dominio centrista della Democrazia cristiana, un fatto scosse il nuovo Stato fin dalle fondamenta.

Il 14 luglio, un fanatico isolato di nome Antonio Pallante sparò a Togliatti mentre usciva dal parlamento e lo ferì in modo molto serio. Quando si diffuse per il paese la notizia dell’accaduto , i negozi abbassarono le saracinesche, gli operai deposero i  loro attrezzi, le piazze si riempirono di una folla adirata che interpretava lo sparo come un inizio di attacco a tutta la sinistra. Fu questo l’ultimo momento insurrezionale del dopoguerra. Tutte le frustrazioni  dei tre anni precedenti- il freno posto al movimento partigiano, il fallimento delle riforme , l’umiliazione della disoccupazione di massa,la sconfitta del fronte nazionale Popolare alle elezioni d’aprile- tornarono in superficie.

In Italia centrale, ad Abbadia San Salvatore sul Monte Amiata, un poliziotto e un carabiniere furono uccisi mentre i minatori si impossessarono della centrale telefonica che controllava tutte le comunicazioni tra il Nord e il Centro. A Torino gli operai occuparono la Fiat e presero sedici ostaggi tra i quali l’amministratore delegato Valletta.

A Venezia e a Mestre furono eretti blocchi stradali sul ponte della laguna e gli operai si misero di guardia alle fabbriche chimiche e degli impianti petroliferi.

In una città, Genova, il movimento di protesta assunse chiaramente il potere e il controllo delle istituzioni. Un sindacalista genovese ha questo racconto del suo 14 luglio 1948 :

“L’emozione fu immensa, ma non solo in noi, in tutta la popolazione…..Lo sciopero non lo dichiarammo le commissioni interne, né la Camera del Lavoro; le fabbriche si fermarono tutte. Vado a casa , non so niente, mangio , esco di casa…tutta la gente era stravolta, c’era un’atmosfera di guerra. Corro alla Camera del Lavoro, intanto la città si stava progressivamente fermando, spontaneamente, da sola e poi la grande manifestazione spontanea in piazza De Ferrari, la piazza politica classica di Genova, quella antifascista.

Mentre noi riunitici come commissione esecutiva in riunione straordinaria- i democristiani non parteciparono- stabilimmo subito l’immediata dichiarazione di sciopero generale di 48 ore in segno di protesta e indignazione, davamo già tutte le istruzioni, arriva la notizia che a piazza De Ferrari la folla aveva prevalso sulla polizia, aveva catturato le autoblindo e praticamente eravamo in guerra civile. Alla dera Genova era già tutta nelle mani  del popolo al punto  che alle 20 mi pare, il questore telefonò all’Anpi dicendo:mandatemi un gruppo di partigiani a difendere la questura, perché sono isolato ! Fuggiti i poliziotti, scappati tutti, fu una cosa terrificante….Ricevetti una telefonata da Di Vittorio < Ma solo a Genova avete fatto questo!Ma siete impazziti tutti?! Come va adesso lì?< due morti>,-risposi,s’è sparato tutta la notte, è andata bene, con tutte le pallottole  che sono partite stanotte, poteva essere una strage, credimi è un miracolo solo due morti…”

Era possibile, in quella situazione, una rivoluzione? Tutti i dirigenti comunisti hanno risposto con un secco no, sia allora che in seguito, ed è difficile non essere d’accordo. La risposta del Nord era stata disomogenea e il Sud, con una o due eccezioni di rilievo come i cantieri navali di Castellammare di Stabia, non si era mosso, ci furono comunque gravi incidenti a Bari, Napoli e Palermo anche con morti e feriti, ma non si arrivò oltre.

Vi erano stati scarsi segnali di defezioni tra la polizia e nell’esercito, circa 180mila uomini tra carabinieri , polizia e finanzieri.

Gian Carlo Pajetta, che era stato responsabile dell’occupazione della prefettura di Milano durante il caso Trollo,pensò che l’insurrezione fosse realizzabile solo al Nord, ma che l’Italia sarebbe stata divisa in due.

Pietro Secchia, all’epoca responsabile dell’organizzazione del PCI, sostenne l’insurrezione avrebbe potuto contare solo su tre centri principali, Genova, Venezia e Torino, mentre il resto rimaneva incerto e in equilibrio o saldamente presidiato dalle forze governative .Lo stesso Togliatti  non ebbe dubbi. Nel  1960 egli rilasciò questo caustico commento che racchiudeva tutta la sua prospettiva e la sua formazione politica:

“Certo, l’attacco insurrezionale,- e la certa sconfitta- nel 1946 o nel 1948 avrebbero fatto piacere a molti. Niente burocratizzazione , in quel caso! Tutti i < quadri rivoluzionari>  a scuola di strategia e di tattica nelle carceri o in esilio “

I dirigenti comunisti intervennero dovunque rapidamente per evitare quello che ritenevano sarebbe stato un tragico errore. Già il 16 luglio erano faticosamente al lavoro cercando di convincere i propri militanti a levare i blocchi stradale, smantellare  le barricate, rilasciare gli ostaggi e tornare al lavoro .Il 18 luglio De Gasperi  ripartì all’offensiva. Un’ondata di repressione si abbattè in tutte quelle zone che avevano reagito con maggiore vigoria alle notizie del tentato assassinio.

Ad Abbadia San Salvatore e dintorni 147 abitanti furono arrestati e messi sotto processo per l’assassinio dei due militari .

Il 15 luglio molti di coloro che avevano sinceramente creduto che stesse per sorgere un nuovo periodo fascista, che Togliatti avrebbe fatto la stessa fine di Matteotti, che fosse giunto il momento di combattere fino alla fine.

Essi in realtà,avevano torto e ragione al tempo stesso: non c’era alcuna possibilità di un ritorno al fascismo, ma la battaglia iniziata nel settembre del 1943, e che aveva spinto molti di loro ad arruolarsi nelle Brigate Garibaldi e a combattervi, era stata definitivamente perduta con l’estate del “48”.